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Album "La Compagnia dei Celestini"

In questa gallery raccogliamo documenti che illustrano la genesi e la vita editoriale di uno dei più amati romanzi di Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini (Feltrinelli, 1992), che fanno riferimento ai temi trattati nell’opera o hanno fornito una base informativa per l’autore.

Questa non vuole essere un’analisi scientifica ed esaustiva di fonti e documenti utilizzati dall’autore né tantomeno un’interpretazione critica.

Proponiamo il resoconto di un’esperienza di lettura e di ricerca nel patrimonio della nostra biblioteca (con alcune escursioni in altre raccolte documentarie). Non c’è quindi nessuna pretesa di una presentazione esaustiva dei molti argomenti e dei molti materiali che il testo potrebbe suggerire, ma la volontà di compiere una scelta sulla base di motivazioni anche episodiche.

Consci di non incarnare il Lettore Modello presupposto dal testo, del testo faremo un uso specifico piuttosto che darne un’interpretazione, secondo la distinzione posta da Umberto Eco in Lector in fabula (paragrafo 3.4, Uso e interpretazione, p. 59-60).

Dal momento che de La Compagnia dei Celestini sono state pubblicate numerose edizioni, in caso di citazione dal testo non indicheremo le pagine, ma il titolo del capitolo da cui sono tratte quelle parole. I capitoli infatti sono sufficientemente brevi per permettere a chi lo volesse di rintracciare senza difficoltà la citazione in una qualunque edizione dell’opera.

I documenti utilizzati sono quasi totalmente conservati e consultabili presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Salvo dove diversamente specificato la collocazione indicata è quindi relativa a questa biblioteca.

Ricordiamo che esiste un sito ufficiale dedicato all’autore in cui oltre a notizie varie si possono trovare anche diversi testi da lui scritti, in particolare articoli pubblicati su riviste e quotidiani.

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Colin Ward, Il bambino e la città (2000)
Created on 12 may 2026 — Updated on 18 may 2026

Colin Ward, Il bambino e la città (2000)

Questo libro di Colin Ward sembra un catalogo delle modalità con cui i Celestini vivono - o cercano di vivere - la città. E di come gli adulti - o la maggior parte di essi - facciano di tutto per imporre loro una fruizione obbligata e coatta dello spazio urbano, o addirittura per tenerli separati dalla città.

Ward pubblicò la prima edizione di Child in the city nel 1978, l’ultima, aggiornata, nel 1990. Ha inoltre partecipato attivamente a questa edizione italiana, uscita nel 2000, in cui si ritrova anche un capitolo, The freedom of the street, tratto da un altro lavoro dello scrittore e urbanista americano. La Compagnia dei Celestini viene pubblicato nel 1992, quindi può considerarsi figlio degli stessi anni in cui Ward compiva le sue ricerche. Sono così tanti i temi trattati in questo saggio e rintracciabili, trasformati in narrazione, nel romanzo che vale la pena farne un elenco.

  • Nelle città moderne gli sforzi degli adulti «sono soprattutto volti a tenerli [i bambini, N.d.R] ben lontani dalla strada. [...] L’ideologia dello streetwork, l’uso dell’ambiente urbano come risorsa educativa» (Colin Ward, Il bambino e la città, p. 30) è raramente contemplato, le scuole frustrano l’idea di una gita improvvisata. E i bambini abbandonati, come i Celestini, devono essere rinchiusi in istituti di controllo, come l’orfanotrofio di don Biffero. Ma le immagini di questi bambini mostrano «un’impressione generale d’indifferenza intimidita o di rassegnazione ottusa alternata di rado a un volto d’insolita bellezza, o nobiltà, con selvaggi occhi di sfida» (ivi, p. 163). Sembra una descrizione dei Celestini: i pochi che fuggono mettono in atto la sfida promessa dal loro sguardo.
  • «Il fallimento di un ambiente urbano può essere misurato direttamente in base al numero di campi da gioco di cui dispone» (ivi, p. 81). Ward cita in questo passo un intervento tenuto dal prof. Hermann Mattern, dell’Università di Berlino, a un convegno nel 1968. Il campo per la pallastrada, al contrario delle strutture sportive “ufficiali", deve essere non organizzato, ricco di ostacoli, non uniforme, imprevedibile. Dice Don Biffero: «Invano abbiamo dotato tutte le parrocchie di campi confortevoli: per qualche diabolico motivo i ragazzi fuggono verso vicoli scomodi, spiazzi ghiaiosi, terrazzi condominiali» (cap. 11). I ragazzi giocano dove capita, ma anche con quello che capita: «Una considerazione che salta agli occhi osservando il comportamento dei bambini [...] è che i bambini giocano ovunque e con qualsiasi cosa» (Colin Ward, Il bambino e la città, p. 80). Nel regolamento della pallastrada infatti si dice che anche la palla deve essere il più possibile imperfetta e irregolare.
  • «Le bambine di Lambeth, intervistate da Jenny Mills, hanno scoperto che la gibbosità delle pareti (causata da una caratteristica architettonica, la proiezione di alcune file di mattoni) dava un’incantevole casualità all’angolazione del rimablzo della palla» (ivi, p. 93). Queste bambine inglesi, intervistate durante uno studio sui giochi dei bambini in strada, stanno praticamente giocando a pallastrada. La città influenza il gioco, lo forma, ne detta gli eventi. E allo stesso tempo il gioco insegna alle giocatrici stesse a “usare” la città. Ward cita Steen Eiler Rasmussen, che in un suo libro scrive: «[Un bambino], se messo davanti a un muro tanto alto da non essere in grado di salirci sopra per sentire come è fatto, riesce ad avere, malgrado ciò, un’impressione tirandoci contro il suo pallone. In questo modo scopre che è del tutto diverso da un pezzo di tela o di carta stesa ben tirata. Grazie al pallone riceve l’impressione della durezza e della solidità del muro» (S.E. Rasmussen, Architettura come esperienza, p. 33-34).
  • Il gioco per i bambini «è anche un conflitto contro il mondo degli adulti, di cui a volte fa una parodia allarmante. Ci sono città divise da conflitti settari, come Belfast o Beirut, dove il gioco dei bambini si mescola impercettibilmente con i giochi mortali degli adulti» (Colin Ward, Il bambino e la città, p. 91). La squadra irlandese che partecipa al Mondiale di pallastrada viaggia col tritolo nello zaino e frequenta i pub. La squadra tedesca ha simboli nazisti sui vestiti. I bambini cinesi parlano per stereotipati e incomprensibili proverbi. Sono dunque un ironico promemoria degli stereotipi con cui avranno a che fare una volta diventati adulti.
  • Per molti bambini, nel passato, la fuga dallo spazio controllato della famiglia e/o della scuola è stata «una sorta di wanderjahre o rito iniziatico» e gli adulti dovrebbero meditare «non solo sulla folle temerarietà dei bambini in volo, ma sull’indipendenza e sul coraggio che permettono loro di sopravvivere in città a chilometri di distanza da casa» (ivi, p. 70).

 

Sul tema della fuga ci fermiamo, perché c’è da raccontare, nella prossima scheda, una sorprendente coincidenza.

 

Colin Ward, Il bambino e la città, Napoli, L'ancora del Mediterraneo, 2000.

Collocazione: 20. G. 2719

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