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Album "La Compagnia dei Celestini"

In questa gallery raccogliamo documenti che illustrano la genesi e la vita editoriale di uno dei più amati romanzi di Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini (Feltrinelli, 1992), che fanno riferimento ai temi trattati nell’opera o hanno fornito una base informativa per l’autore.

Questa non vuole essere un’analisi scientifica ed esaustiva di fonti e documenti utilizzati dall’autore né tantomeno un’interpretazione critica.

Proponiamo il resoconto di un’esperienza di lettura e di ricerca nel patrimonio della nostra biblioteca (con alcune escursioni in altre raccolte documentarie). Non c’è quindi nessuna pretesa di una presentazione esaustiva dei molti argomenti e dei molti materiali che il testo potrebbe suggerire, ma la volontà di compiere una scelta sulla base di motivazioni anche episodiche.

Consci di non incarnare il Lettore Modello presupposto dal testo, del testo faremo un uso specifico piuttosto che darne un’interpretazione, secondo la distinzione posta da Umberto Eco in Lector in fabula (paragrafo 3.4, Uso e interpretazione, p. 59-60).

Dal momento che de La Compagnia dei Celestini sono state pubblicate numerose edizioni, in caso di citazione dal testo non indicheremo le pagine, ma il titolo del capitolo da cui sono tratte quelle parole. I capitoli infatti sono sufficientemente brevi per permettere a chi lo volesse di rintracciare senza difficoltà la citazione in una qualunque edizione dell’opera.

I documenti utilizzati sono quasi totalmente conservati e consultabili presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Salvo dove diversamente specificato la collocazione indicata è quindi relativa a questa biblioteca.

Ricordiamo che esiste un sito ufficiale dedicato all’autore in cui oltre a notizie varie si possono trovare anche diversi testi da lui scritti, in particolare articoli pubblicati su riviste e quotidiani.

image of Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini (1992)
Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini (1992)
La Compagnia dei Celestini viene pubblicato da Feltrinelli nell’ottobre 1992 nella collana Narratori. Come sottolinea Loredana Lipperini in un articolo del 2003 che ritroveremo in una delle prossime schede, il 1992 è un anno in cui accadono molte cose importanti in Italia:   «In quel fatale 1992, il giudice Rosario Priore invia tredici comunicazioni giudiziarie a generali e alti ufficiali dell’Aeronautica per la strage di Ustica, vengono assassinati Falcone e Borsellino, viene arrestato Mario Chiesa e si mette in moto la valanga Tangentopoli, la Dc scende sotto il 30 per cento e la Lega sale al 9, Cossiga si dimette da Presidente della Repubblica, Giulio Andreotti si dimette dalla presidenza del Consiglio, Arnaldo Forlani si dimette dalla segreteria Dc, Franco Carraro si dimette da sindaco di Roma. E tre orfani fuggono dal fetido collegio dei Celestini per partecipare al Mondiale di pallastrada». (Loredana Lipperini, Stefano Benni. Nello Stato di Gladonia dove lo sport è clandestino, «la Repubblica», 9 settembre 2003, p. 39)   A parte il Mondiale di pallastrada, forse ogni anno si potrebbero trovare eventi altrettanto importanti quanto quelli elencati da Lipperini. Ma a più di 30 anni di distanza da quei fatti (e a più di 20 dall’articolo), non si può negare che il 1992 sia stato un anno importante nella storia d’Italia. Altrettanto difficile negare che La Compagnia dei Celestini è stato profetico - e chi ha letto il romanzo sa cosa questo significhi - nel dare importanza, pur narrandole quasi in presa diretta e con il linguaggio della satira, alle cose che stavano accadendo.   Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini, Milano, Feltrinelli, 1992. Collocazione: 34. C. 7511
image of Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini (1994)
Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini (1994)
Due anni dopo l’uscita in libreria del romanzo, Feltrinelli pubblica l’edizione economica. L’illustrazione della copertina del 1992, vista nella scheda precedente, era opera di James Marsh. Nel 1994 invece la copertina venne illustrata dal fumettista, bolognese d’adozione, Giuseppe Palumbo. Di Palumbo la Biblioteca dell’Archiginnasio possiede 20 disegni originali a tema gastronomico, donati dall’autore in occasione della mostra Pasta. Fresca, secca, colorata e ripiena nei documenti dell’Archiginnasio. Questi disegni sono visibili nella biblioteca digitale Arbor.   Stefano Benni, La Compagnia dei Celestini, Milano, Feltrinelli, 1992. Collocazione: BALSAMO A. 1255
image of Alessandro Baricco, Utopia nonostante la realtà (1993)
Alessandro Baricco, Utopia nonostante la realtà (1993)
Nel numero di maggio 1993 de «L’Indice dei libri del mese», Alessandro Baricco pubblica una recensione a La Compagnia dei Celestini (qui leggibile a una migliore definizione). In copertina di quel fascicolo della rivista compare un ritratto, firmato da Tullio Pericoli, di Daniel Pennac, grande amico di Benni, che anni prima aveva sollecitato con insistenza presso Feltrinelli la pubblicazione dei romanzi dello scrittore francese. Baricco definisce La Compagnia «uno dei libri più importanti scritti da un italiano negli ultimi anni» e sottolinea come l’attenzione dell’autore sia, come in altri suoi libri, sempre centrata sugli emarginati e gli ultimi, quelli che appartengono a «quella parte dell’umanità che non appare nella lista ufficiale degli abbonati al mondo». In questo caso sono dei ragazzini ma «alle volte hanno anche settant’anni». Il romanzo, continua Baricco, racconta anche l’Italia contemporanea ma per far questo «basta effettivamente uno come Bocca». Quello che colpisce nel testo di Benni è la lingua con cui costruisce questo racconto, una lingua dirompente ed inventiva, capace con il solo accostamento di due parole - l’Extasi e il confetto Falqui, nell’esempio scelto dal recensore - di scatenare la risata attraverso la collisione di due mondi opposti. Chiudiamo con le stesse parole con cui conclude Baricco: «E se rido, non è perché lui è uno scrittore comico. Se rido, è perché lui è un grande scrittore».   Alessandro Baricco, Utopia nonostante la realtà, «L’Indice dei libri del mese», X, n. 5, maggio 1993, p. 10. Collocazione: A. 1611 (1993) Il fascicolo è disponibile integralmente online.
image of Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana (1995)
Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana (1995)
Un’attenta analisi de La Compagnia dei Celestini si trova nel libro di uno dei più importanti studiosi della letteratura degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, Filippo La Porta. In La nuova narrativa italiana, pubblicato nel 1995, La Porta colloca Benni in apertura del capitolo Poligrafia del riso, in compagnia di Paolo Rossi, Michele Serra, Gene Gnocchi, Maurizio Salabelle, Sergio Lambiasse, Domenico Starnone e Nanni Moretti. A guardarla a distanza di 30 anni si direbbe una compagnia composita e stramba quasi quanto quella del nostro romanzo... Le pagine che il critico dedica a La Compagnia, il «romanzo forse più ambizioso di Stefano Benni» (p. 183-187: 183), toccano tematiche già viste nella recensione di Baricco: la lingua, l’importanza dell’Utopia, il fatto che la critica e il racconto dell’Italia - che «potrebbe anche generare un effetto di saturazione» (ibidem) perché è la realtà che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi - è resa interessante dalle modalità con cui è trattata nella scrittura, dall’invenzione linguistica, dal gioco letterario di mescolanza fra paraletteratura e letteratura “alta”. Meccanismi e strumenti che sono propri di un grande scrittore, come lo aveva definito Baricco un paio di anni prima. L’opera di Benni si muove, secondo La Porta, sul rischioso crinale di un eccessivo pedagogismo e della retorica, ma trovando il modo per non cadere nella banalità e suscitare sempre un riso intelligente e che offre la possibilità di un riscatto:   «Sbaglierebbe però chi si aspettasse da Benni una satira addomesticata e dagli esiti scontati, chi cercasse in lui conferme o risposte al proprio bisogno di identità. Non illudiamoci: anche nei nostri cervelli, come in quelli dei gladoniani, salgono al cielo nubi di malvagità. Se però l’Italia che ride appare in questi anni quasi sempre peggiore (più carognesca, più ottusa, più volgare) di quello che è, leggendo i romanzi e i racconti di Benni capita di ridere spesso e nello stesso tempo di immaginare, con visionaria precisione, tanti mondi in cui poter abitare (o da cui poter evadere) per qualche tempo» (ivi, p. 187).   Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo, Torino, Bollati Boringhieri, 1995. Collocazione: 20. H. 2297   Del libro di La Porta è uscita, nel 1999 presso lo stesso editore, una edizione ampliata, in cui la parte dedicata a Benni, invariata, è alle p. 189-193: Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo, nuova ed. ampliata, Torino, Bollati Boringhieri, 1999. Collocazione: 20. F. 1202
image of Gladonia, Tristalia e le altre
Gladonia, Tristalia e le altre
La Compagnia dei Celestini è tante cose: un romanzo rumorosamente e felicemente umoristico, un canto di speranza per un'umanità che – ancora libera e ribelle – non ha ceduto del tutto alla parte peggiore di sé, ma anche (e di conseguenza) un libro di denuncia acre e beffardo, un ritratto schietto e impietoso dell’Italia degli anni Novanta del Novecento. Non è difficile, infatti, intravedere la penisola dietro ai difetti di Gladonia, dei suoi abitanti e di chi la governa – fin dal nome, che con un po’ di fantasia sembra ricordare glad (inglese per «felice»), ma anche il gruppo eversivo Gladio. Ma Benni si farà ancora più esplicito, nel corso degli anni. In Elianto, del 1996, di cui riportiamo la copertina, le avventure dei protagonisti e degli antagonisti – tra i quali si riconoscono facilmente personaggi dello spettacolo e del giornalismo italiano – si svolgono nel grigio paese di Tristalia. Qui, come racconta l’esergo: «Ci fu una grande battaglia di idee e alla fine non ci furono né vincitori, né vinti, né idee». Per salvare il loro amico Elianto e così liberarsi dal potere del Zentrum, il supercomputer che controlla, dietro le quinte, la politica di questa triste nazione, i tre protagonisti del romanzo, I ragazzi intrepidi, dovranno affrontare lunghe e tortuose avventure per gli otto mondi alterei.Spiriti, il romanzo immediatamente successivo (del 2000), è invece ambientato in Usitalia, un paese governato dal videogangster Berlanga – dietro a cui, ma ci torneremo in questa gallery, si riconosce immediatamente Berlusconi. L’Usitalia è una terra rassegnata e soffocata da un monotono conformismo. Come scrive Benni, all’inizio del sesto capitolo:   «Il paese esprime sempre una volontà di cambiamento, e questa è la miglior garanzia dell’immutabilità politica. Basta non cambiare mai, di modo che il popolo possa continuare a esprimere la sua volontà di cambiamento. Perciò in Usitalia si era deciso che tutti dovevano assomigliarsi, virtuosi e gangster, modernisti e passatisti, moderati e moderisti. Decine di facce promettevano, incominciavano, interrompevano, ribadivano le solite cose, dentro e fuori gli schermi, e in quel rutilante scorrere di nulla ogni cittadino trovava le sue ragioni e subito le dimenticava, e gli restava dentro solo l’eco di un disagio rabbioso».   Tocca ai protagonisti, «una legione di spiriti diabolici, malvagi, virtuosi, paranoici e sexy» combattere contro lo stato delle cose e innescare, finalmente, una festosa Apocalisse.   Stefano Benni, Elianto, Milano, Feltrinelli, 1996. Collocazione: FINZI C. 1156
image of Gladonia, undici anni dopo
Gladonia, undici anni dopo
Questa forza ironica, corrosiva, ha senza dubbio un che di premonizione. In un articolo, già ricordato in precedenza, firmato da Loredana Lipperini su «la Repubblica» del 9 settembre 2003, in occasione di una ristampa de La Compagnia dei Celestini uscita in edicola insieme al quotidiano, viene messa in luce tutta la carica profetica del romanzo di Benni. «Riuscireste a ridere, oggi?» si domanda la scrittrice, «Riuscireste, meglio, a sorridere mentre accadono cose come queste?».Una domanda, senz’altro, che dobbiamo farci anche oggi, a trentaquattro anni dall’uscita de La Compagnia dei Celestini. Qui potete leggere l’articolo a una migliore definizione.   Loredana Lipperini, Stefano Benni. Nello Stato di Gladonia dove lo sport è clandestino, «la Repubblica», 9 settembre 2003, p. 39. Collocazione: G. 131 (2003)
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Benni si diverte...
Benni non si limita ai romanzi, per raccontare l’Italia, i suoi difetti, i suoi scandali, il suo conformismo.La Biblioteca comunale dell’Archiginnasio possiede un curioso libretto di Alessandro Castellari, che con Benni ha guidato per anni la Pluriversità dell’immaginazione, dal titolo Manzoni si diverte. Si tratta di un'antologia di parodie letterarie a sfondo politico: così Trilussa se la prende con il cerchiobottismo del Partito Democratico, l’Infinito di Leopardi viene riscritto in chiave berlusconiana (e diventa L’Impunito), l’«Addio monti» da I Promessi Sposi viene trasformato nel lamento di un leghista, neoeletto al parlamento, in viaggio per Roma.Stefano Benni firma una fulminea prefazione a questo libro – che, in effetti, ha davvero un che di ‘benniano’ – in cui dopo aver tracciato un ritratto ironico dell’autore come vampiro della letteratura, non risparmia un attacco allo stato della cultura del suo tempo, nazionale e petroniana: «Se [Castellari] vi viene incontro di notte, assetato di pagine fresche, mostrategli un Moccia o un Vespa, o un programma dell’Estate Bolognese. Fuggirà, sventolando il mantello nero nella notte».   Alessandro Castellari, Manzoni si diverte. Parodie e profezie di autori illustri, [presentazione di Stefano Benni], Ozzano dell'Emilia, Perdisa, [2009]. Collocazione: ARPE-BO E. 774
image of ...e si arrabbia!
...e si arrabbia!
Come detto nella scheda precedente, oltre a romanzi e racconti sono molte le forme testuali che Benni utilizza per la sua satira della società italiana. In alcuni casi a fianco della risata si avverte una vera e propria arrabbiatura (lui avrebbe sicuramente utilizzato un termine più “forte”...). Questo avviene in molti dei pezzi che a partire dal 1976 pubblica sul quotidiano «il manifesto», che infatti vennero raccolti in due volumetti che proprio all’arrabbiatura fanno riferimento fin dal titolo e che vennero diffusi come regalo per i lettori del giornale. Il primo, Il Benni furioso, uscì nel 1979. Nel 1986 invece venne pubblicato Il ritorno del Benni furioso, di cui vediamo qui la copertina. Quest’ultimo è aperto da una Prefazione firmata da Severino Cesari (p. 7-14), allora redattore del quotidiano comunista e in seguito importante innovatore in campo editoriale. Cesari sottolinea un aspetto che avevamo già osservato nella recensione di Baricco a La Compagnia del Celestini:   «Benni, appunto, è certo un grandissimo “umorista”, se questa definizione ha mai avuto un senso. Ma è soprattutto uno straordinario scrittore, a molte facce. È anche un amico carissimo che vorrei veder sempre scrivere sul manifesto. E anche altrove però» (ivi, p. 11).   Benni, in quanto autore “comico”, ha dovuto affrontare numerosi pregiudizi per essere considerato un grande scrittore tout-court. Osservando La Compagnia dei Celestini dal punto di vista offerto da questi due volumetti, che testimoniano l'attività dello scrittore nel campo dell’informazione quotidiana, non si può non pensare alla divertente e caustica critica al mondo del giornalismo che il romanzo contiene.   I due volumi sono poco presenti nelle biblioteche bolognesi. L’Archiginnasio possiede solo il secondo. Qui potete vedere la copertina del primo, gentilmente fornitaci dalla Biblioteca Casa di Khaoula che ringraziamo. Stefano Benni, Il Benni furioso, Roma, Il manifesto, 1979. Collocazione: Biblioteca Casa di Khaoula, K NARRATIVA BENNI Stefano Benni, Il ritorno del Benni furioso, [Roma], Il manifesto, [1986]. Collocazione: 35. A. 11507
image of L'altra Compagnia dei Celestini
L'altra Compagnia dei Celestini
«La Compagnia dei Celestini è nata il primo maggio del 2001 dall’iniziativa di una decina di urbanisti che, mossi da un sentimento di affetto verso la loro città, Bologna, percepita sempre più sofferente, degradata, insalubre, inaccogliente, si sono chiesti cosa fare, quale contributo elaborare, in qualità di cittadini, affinché si recuperasse nell’attività amministrativa, lo spirito di servizio verso l’interesse pubblico sempre appartenuto a Bologna e alla tradizione emiliana, ma ormai da troppi anni offuscato. L’appello lanciato il primo maggio conteneva due principali obiettivi: stimolare un dibattito cittadino sui temi della qualità della vita urbana, e quindi sulle scelte di pianificazione compiute a Bologna, e indurre a riparlare di urbanistica come disciplina di interesse collettivo, che sappia garantire che lo sviluppo della città non avvenga privilegiando gli interessi particolari, ma quelli pubblici e collettivi». (Barbara Nerozzi, Guardare al futuro di Bologna: gli occhi della Compagnia dei Celestini, «Urbanistica informazioni. Supplemento bimestrale di Urbanistica. Rivista dell'Istituto nazionale di urbanistica», XXXI, 2003, n. 189, p. 55-56: 55)   Quasi 10 anni dopo l’uscita del romanzo, i Celestini escono dalle pagine e fanno il proprio ingresso nel dibattito sulla gestione urbanistica della città in cui sono nati, per opporsi a una crescente tendenza alla speculazione che si concretizza in «operazioni urbanistiche che determinano un’alta rendita immobiliare privata, in cambio di contropartite povere o nulle per la collettività» (ibidem). Sono gli anni dell’unica giunta comunale dichiaratamente di centro-destra nel dopoguerra bolognese, ma molte delle tematiche e delle lotte portate avanti dal gruppo di urbanisti e architetti che fondarono questo gruppo informale - che poi divenne associazione culturale - sono ancora attuali a 20 anni di distanza. Fra i fondatori c’era Francesco Evangelisti, che ringraziamo per avere fornito alla Biblioteca dell’Archiginnasio alcuni documenti relativi a quell’esperienza e che vedremo nelle prossime schede. Per approfondire si legga il Manifesto della Compagnia dei Celestini, pubblicato online nel 2002 - poteva essere sottoscritto dai cittadini ma oggi non sembra più rintracciabile nella Rete - e riproposto nel volume di cui vediamo la copertina (p. 123-126). Nella Nota introduttiva a questa raccolta di saggi viene anche spiegata la scelta del nome:   «Il nome dell’associazione, apparentemente singolare, è ispirato a un noto romanzo di Stefano Benni, metafora surreale di una società orfana dello spazio pubblico, per le relazioni e gli scambi; una società sempre più schiacciata dagli interessi potenti di pochi, bigotta e perbenista» (p. 11-12: 11).   In Ciao Bologna! la Compagnia dei Celestini pubblica, oltre al Manifesto e alla Nota introduttiva sopra citati, tre saggi: L’intervento di “riqualificazione” in via Due Madonne (p. 81-85), La “riqualificazione” dell’area ex Seabo (p. 87-92), La mobilità a Bologna: temi e prospettive in campo (p. 99-121).   Ciao, Bologna!, a cura di Archivio di studi urbani e regionali, Milano, F. Angeli, [2004]. Collocazione: 17*. AA. 671
image of Dal piano regolatore al piano regalatore (2002)
Dal piano regolatore al piano regalatore (2002)
Il legame con il romanzo di Benni, appena accennato nella frase citata nella scheda precedente, era stato spiegato dal gruppo di urbanisti in apertura delle pagine introduttive di uno dei documenti da loro prodotti, gli atti del primo seminario organizzato a Monte Sole nel novembre 2001:   «Orfani in cerca di uno spazio pubblico per giocare la loro partita a calcio è “la Compagnia dei Celestini” nel romanzo di Stefano Benni. Orfani di una città vivibile in cerca di uno spazio sociale per tornare a essere cittadini è “la Compagnia dei Celestini”, frutto dell’impegno e della sensibilità di un gruppo di persone che hanno deciso di giocare la loro partita sul campo pubblico. Orfani diversi, di mondi diversi, noi e i Celestini di Benni. Identici però nella convinzione che pensare e costruire una città migliore sia davvero possibile» (p. 3).   Non ci sono ulteriori spiegazioni del perché sia stato scelto questo nome e questo testimonia due cose. Innanzitutto che il romanzo era sufficientemente conosciuto da fare parte di un immaginario comune a cui si poteva fare riferimento senza troppi approfondimenti. Inoltre che chi aveva letto il testo di Benni non aveva bisogno di troppo “aiuto” per cogliere l’importanza della relazione dei bambini in fuga con la città. In effetti il rapporto conflittuale fra i Celestini e lo spazio pubblico è uno dei temi costitutivi del romanzo, pur essendo sempre solamente “raccontato” da Benni, che lo fa emergere dalle vicende, senza esplicitarlo in considerazioni di tipo riflessivo o saggistico che potrebbero interrompere il flusso degli eventi. Il lettore lo coglie quindi in maniera quasi inconscia. Forse solamente la parte ambientata nella riviera romagnola mette esplicitamente in primo piano la difficoltà del rapporto fra spazio pubblico e interessi privati. Ma su questo torneremo.   Dal Piano regolatore al Piano regalatore. Una discussione sulle recenti trasformazioni urbane e Bologna. Atti del seminario di Monte Sole, novembre 2001, a cura della Compagnia dei Celestini, [Bologna, s.n.], 2002. Collocazione: MISC. BB. 3275
image of Il ferro fa bene ai bambini (2002)
Il ferro fa bene ai bambini (2002)
Il secondo seminario promosso dalla Compagnia dei Celestini a Monte Sole, nel 2002, ha come tema principale quello della mobilità a Bologna. Nonostante siano passati 20 anni, non si può dire che l’interesse per l’argomento sia diminuito, anzi. Nell’ultima pagina del volume degli atti del seminario, di cui vediamo qui la copertina, si trova una falsa tessera del Servizio Ferroviario Metropolitano che assicura per un anno la libera circolazione sull’intera rete metropolitana. Un’iniziativa chiaramente provocatoria, che riporta alla memoria quanto fatto dagli animatori di Radio Alice, che nel 1976-77 stamparono falsi biglietti di treno e autobus per permettere agli studenti di viaggiare gratis, come viene raccontato nel recente podcast Radio Alice, voci e storie dal ’77.   Il ferro fa bene ai bambini. La mobilità a Bologna ieri, oggi e domani. Atti del seminario di Monte Sole, 23-24 novembre 2002, a cura della Compagnia dei Celestini, [S.l., s.n., 2002?]. Collocazione: MISC. BB. 3274  
image of C'è una città possibile (2004)
C'è una città possibile (2004)
Il 3 aprile 2004 l’associazione La Compagnia dei Celestini diffuse un nuovo documento dal titolo C’è una città possibile. Proposte (urbanistiche) per ripensare Bologna. Lo scopo era quello di discutere sette idee, riassunte nell’introduzione all’opuscolo.   La Compagnia dei Celestini, C'è una città possibile. Proposte (urbanistiche) per ripensare Bologna, [S.l., s.n.], 2004. Collocazione: MISC. B. 5447  
image of C'è una città possibile (2004) - Volantino
C'è una città possibile (2004) - Volantino
All’interno dell’opuscolo presentato nella scheda precedente, donato in occasione della realizzazione di questa gallery da Francesco Evangelisti, si trova anche questo depliant che pubblicizza un’iniziativa legata alle tematiche proposte nel documento, un pomeriggio di proiezioni, letture e interventi di esperti.
image of C'è una città (2004) - Letture
C'è una città (2004) - Letture
In occasione del pomeriggio organizzato dalla Compagnia dei Celestini, venne distribuito anche un fascicoletto che raccoglieva le letture proposte, a cura de La Bottega dell’Elefante e realizzate dagli attori Debora Pometti e Matteo Belli. Qui possiamo vedere l’elenco delle letture. Anche questo documento è stato recentemente donato alla Biblioteca dell’Archiginnasio da Francesco Evangelisti. De La Compagnia dei Celestini in quel pomeriggio del 3 aprile 2004 venne letto l’inizio del capitolo 42, in cui Benni descrive la distruzione dei Giardini d’Inverno, trasformati in un’area industriale e quindi abbandonati dai cittadini. La natura però aveva continuato a opporsi alla distruzione:   «Ciononostante da qualche anno alcuni alberi avevano ripreso a buttar gemme, la pioggia aveva nuovamente riempito una parte del lago e l’erba cresceva quasi verde a dispetto dell’assedio chimico».   Questi giardini deturpati ma resistenti sono il perfetto luogo segreto in cui può manifestarsi il Gran Bastardo, uno «splendido terreno di gioco [in cui] si alternano banchise durissime e chiazze di fanghiglia, erbe selvatiche e ciottoli lavici, buche infide, radici sporgenti e altre sorprese». L’ideale per una partita di pallastrada.   La Compagnia dei Celestini, C'è una città. Letture per pensare una città migliore, letture di Matteo Belli e Debora Pometti, [Bologna], La bottega dell'elefante, [2004]. Collocazione: MISC. B. 5446  
image of Beppe Sebaste, Panchine (2008)
Beppe Sebaste, Panchine (2008)
In una scheda precedente accennavamo al fatto che La Compagnia dei Celestini poneva all’attenzione questioni di fruizione dello spazio pubblico che risultano ancora di stretta attualità a Bologna (ma il discorso si potrebbe estendere a gran parte delle città non solo italiane). Ne vogliamo dare un piccolo esempio, di quelli che mostrano come la lettura di testi di natura molto diversa possa suggerire percorsi di senso inaspettsti tramite minimi punti di contatto. Capita per esempio di leggere, nel giro di poche ore, due testi fra cui non si sospetterebbe un’affinità. Il primo è tratto dal capitolo 32 de La Compagnia dei Celestini, in cui Benni descrive come l’affarista Paolino Scandriglio stravolge l’isola di Limonza, appena scoperta dal turismo di massa, per sfruttarla per i propri affari:   «I vecchi del paese si rifiutarono di spostarsi dalle loro panchine sul molo per far spazio alla biglietteria. Paolino li eliminò personalmente, insieme alle panchine».   Il secondo è invece un’intervista, pubblicata il 26 aprile 2026 sul sito Antìgene. Molecole attive di contro-narrazione, a Paola Bonora, già docente di geografia all’Università di Bologna, che aveva collaborato anche al già citato volume Ciao Bologna! con un intervento dal titolo La città metropolitana: madre di città, firmato insieme a Pier Luigi Cervellati (p. 203-210).   «[Antìgene]: Il suolo pubblico è ancora “pubblico” quando viene progressivamente privatizzato per usi commerciali, anche se temporanei?[Bonora]: Dal punto di vista giuridico, se è sotto a un portico è spazio privato di uso pubblico, se è sul selciato esterno è pubblico. Ma non credo vogliate una risposta di questo tipo, in termini sociali viene espropriato, sottratto all’uso collettivo, di cui il cittadino non può fruire se non a pagamento – non a caso in centro sono scomparse le panchine». (Antìgene, Bologna a pagamento: come lo spazio pubblico diventa rendita. Intervista a Paola Bonora).   Capita inoltre che la lettura di questi due testi segua di appena una ventina di giorni la notizia della morte di Beppe Sebaste, che alle panchine aveva dedicato un intero libro, uscito in quella splendida collana di Laterza che era Contromano. E allora viene il desiderio di recuperarlo quel libro, per capire più a fondo perché Benni e Bonora diano tanta importanza alla scomparsa delle panchine:   «Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Ma la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. [...] Ma tutte le panchine sembrano oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia) nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire». (Beppe Sebaste, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Roma [etc.], GLF editori Laterza, 2008, p. 10-11)   Potremmo dire, con un po’ di cinismo, che nelle poche righe di Benni citate l’aspetto più grave non è l’eliminazione dei vecchi, ma l’eliminazione delle panchine, simbolo ultimo della trasformazione dello spazio pubblico in luogo da sfruttare per fare soldi. Le panchine, aggiunge Sebaste, non solo «sono l’unico posto gratuito delle nostre città» (ivi, p. 25), ma sono pericolose proprio per la loro «casualità e gratuità, che urta contro le norme della circolazione e quelle del controllo sociale» (ivi, p. 36). Ci permettiamo di contraddire Sebaste su un solo punto. Ci sono altri luoghi nelle nostre città in cui si può sostare per ore senza destare sospetti e senza pagare un centesimo: le biblioteche.   Beppe Sebaste, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Roma [etc.], GLF editori Laterza, 2008. Collocazione: FINZI A. 954
image of Roberto Finzi in panchina
Roberto Finzi in panchina
Una piccola curiosità. La copia del libro di Sebaste posseduta dall’Archiginnasio fa parte del fondo librario donato alla biblioteca dallo storico Roberto Finzi, docente dell’Università di Bologna deceduto nel 2020. Al suo interno è conservato il biglietto che accompagnava il libro, donato a Finzi al momento del suo pensionamento nel 2009. Il testo manoscritto sul retro del biblietto parla chiaro:   «Caro Roberto, anche se stai per andare “in pensione”, non credo proprio che andrai “in panchina”».   Il concetto espresso da queste parole riflette l’idea negativa dello stare in panchina contraddetta dalla citazione di Sebaste letta nella scheda precedente. Contiamo sul fatto che Finzi abbia letto il libro e abbia compreso che qualunque panchina è «il posto ideale per osservare quello che accade» (Beppe Sebaste, Panchine, p. 10).  
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Il Mare Adrenalio
«Rigolone Marina, perla del mare Adrenalio! Capitale europea del divertimento, isola di relax e arcipelago di perdizioni, megavulvodromo e maxifalloteca, birdland e gomorra, perno della bilancia economica del paese, monumento al nostro spirito d’iniziativa, mirabile sintesi di tradizione e modernità, folclore e turismo, trasgressione e pennichella, natura e infrastrutture, delfini intelligenti nelle vasche e cretini motorizzati in libertà. Rigolone Marina!» (cap. 25).   Con queste parole si apre la quinta parte del viaggio dei nostri Celestini, tutto estivo e romagnolo. Quello del turismo estivo nella riviera adriatica - territorio in cui il tema del rapporto fra spazio pubblico e interessi privati ha decisa rilevanza - è un vero e proprio fenomeno di costume, in effetti, con tutte le sue contraddizioni, così graficamente riassunte da Benni, che ha segnato le vacanze di intere generazioni di italiani e non solo.Anche nella Biblioteca comunale dell’Archiginnasio sono arrivate tracce di questa moda estiva – utili per chi volesse capirne la storia, l’evoluzione, o per chi, anche d’inverno, guarda al mare con nostalgia e desiderio. Tra i testi più interessanti, possiamo segnalare Le Sirene dell’Adriatico, uno studio d’arte sui manifesti pubblicitari della riviera adriatica tra il 1850 e la metà del secolo successivo, con numerose riproduzioni di réclames e avvisi, dai primissimi, come i Bagni Dorici Marini di Ancona del 1837 (di cui giunge notizia, nella «Gazzetta Privilegiata» di giovedì 6 luglio, anche a Bologna), fino a quelli dell’immediato dopoguerra, passando per la belle époque e i primi decenni del Novecento. Qui ne vediamo un bel manifesto che pubblicizza l’estate a Cattolica intorno al 1908.   Le Sirene dell'Adriatico: 1850-1950. Riti e miti balneari nei manifesti pubblicitari, a cura di Ferruccio Farina, Milano, F. Motta, 1995. Collocazione: 20. X. 1454
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La Riviera romagnola (1923)
Che già cent’anni fa la Riviera romagnola fosse percepita come territorio cardine per il turismo balneario, lo dimostra la presenza di una pubblicazione settimanale curata da una nascente Associazione per la tutela e lo sviluppo dell'industria balnearia e termale della Romagna. Venne pubblicata dal 1921 al 1925. Nell’immagine vediamo la testata dell’unico numero di questa rivista posseduto dalla Biblioteca dell’Archiginnasio.   «La Riviera romagnola. Settimanale con supplementi illustrati, organo della costituenda Associazione per la tutela e lo sviluppo dell'industria balnearia e termale della Romagna», III, n. 25, 21 giugno 1923. Collocazione: SORBELLI Caps. 127, Opusc. 3
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Luigi Silvestrini, Un secolo di vita balneare al lido di Rimini 1843-1943 (1945)
In un’intervista Pier Luigi Cervellati ha definito una «sciagura» la pianificazione urbanistica della costa romagnola avviata nel dopoguerra, che ha portato alla cancellazione di edifici - «le colonie marine, le grandi architetture alberghiere (grand-hotel) e l’architettura minore, piccolo borghese, dei villini» - che erano degni di entrare nelle storie dell’architettura (La costa romagnola è irrecuperabile. Conversazione con P.L. Cervellati, in Avanguardia romagnola: architetture balneari del XX secolo, p. 15-20: 15). In seguito ai danni causati dai bombardamenti, di cui qui vediamo due esempi, si è aperta la strada a uno «scempio edilizio» (ivi, p. 18) che ha assecondato e a sua volta accresciuto il turismo che prima del conflitto, pur essendo in crescita, non aveva ancora raggiunto dimensioni di massa. La descrizione che Benni dà della zona costiera in cui si svolge una parte de La Compagnia dei Celestini mira a mettere in luce proprio questo meccanismo, all’interno del più ampio tema dell’uso e della gestione dello spazio pubblico. Le foto presentate in questa scheda sono tratte da un lavoro di Luigi Silvestrini pubblicato proprio nel 1945 e dedicato in particolare al territorio riminese. Anche grazie a numerose tavole fotografiche il volume racconta lo sviluppo turistico del secolo precedente e la situazione postbellica, che darà origine a quanto descritto da Cervellati.   Luigi Silvestrini, Un secolo di vita balneare al lido di Rimini 1843-1943, Rimini, a cura dell'Azienda di soggiorno, 1945. Collocazione: ARCANGELI C. 763
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Elisa Zinnamosca, Bologna. 7 racconti per esplorare la città con i bambini (2024)
Per approfondire il discorso sullo spazio pubblico, in particolare quello urbano, dobbiamo capire come i Celestini vivono la città. Caratteristiche fondamentali dell’infanzia in Benni sono la capacità immaginativa e la «costante volontà a non uniformarsi», come afferma Lisa Bentini nel saggio Stefano Benni o lo scrittore disobbediente (in Atlante dei movimenti culturali dell'Emilia-Romagna, 1968-2007. Vol. 2: Narrativa, p. 79-91: 90). I bambini sono quindi disobbedienti come lo scrittore, a dimostrazione che «l’infanzia non viene guardata solo dalla prospettiva dei bambini» (ivi, p. 91) ma può essere anche caratteristica propria di adulti e, addirittura, anziani. Prima di analizzare usi disobbedienti dello spazio urbano, osserviamo però un esempio “in negativo”. Un volumetto cioè che pretende di offrire una guida ai percorsi su cui instradare i bambini per far loro conoscere una città, in questo caso Bologna. Anzi, come ci mostra in maniera palese la mappa che apre il libro, una porzione minima - e centrale - di Bologna. Percorsi standard, quelli del turismo, senza sorprese e senza deviazioni inaspettate. E lo diciamo a dispetto del fatto che uno dei punti disegnati sulla mappa - il n. 4 - è proprio l’Archiginnasio. Di cui questo libro-guida (così viene definito dalla stessa autrice nell’introduzione, p. 4) racconta la storia in un breve racconto intitolato Uno stemma da trovare (p. 42-56).   Elisa Zinnamosca, Bologna. 7 racconti per esplorare la città con i bambini, Bologna, In riga, 2024. Collocazione: 17*. BB. 1133
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Colin Ward, Il bambino e la città (2000)
Questo libro di Colin Ward sembra un catalogo delle modalità con cui i Celestini vivono - o cercano di vivere - la città. E di come gli adulti - o la maggior parte di essi - facciano di tutto per imporre loro una fruizione obbligata e coatta dello spazio urbano, o addirittura per tenerli separati dalla città. Ward pubblicò la prima edizione di Child in the city nel 1978, l’ultima, aggiornata, nel 1990. Ha inoltre partecipato attivamente a questa edizione italiana, uscita nel 2000, in cui si ritrova anche un capitolo, The freedom of the street, tratto da un altro lavoro dello scrittore e urbanista americano. La Compagnia dei Celestini viene pubblicato nel 1992, quindi può considerarsi figlio degli stessi anni in cui Ward compiva le sue ricerche. Sono così tanti i temi trattati in questo saggio e rintracciabili, trasformati in narrazione, nel romanzo che vale la pena farne un elenco. Nelle città moderne gli sforzi degli adulti «sono soprattutto volti a tenerli [i bambini, N.d.R] ben lontani dalla strada. [...] L’ideologia dello streetwork, l’uso dell’ambiente urbano come risorsa educativa» (Colin Ward, Il bambino e la città, p. 30) è raramente contemplato, le scuole frustrano l’idea di una gita improvvisata. E i bambini abbandonati, come i Celestini, devono essere rinchiusi in istituti di controllo, come l’orfanotrofio di don Biffero. Ma le immagini di questi bambini mostrano «un’impressione generale d’indifferenza intimidita o di rassegnazione ottusa alternata di rado a un volto d’insolita bellezza, o nobiltà, con selvaggi occhi di sfida» (ivi, p. 163). Sembra una descrizione dei Celestini: i pochi che fuggono mettono in atto la sfida promessa dal loro sguardo. «Il fallimento di un ambiente urbano può essere misurato direttamente in base al numero di campi da gioco di cui dispone» (ivi, p. 81). Ward cita in questo passo un intervento tenuto dal prof. Hermann Mattern, dell’Università di Berlino, a un convegno nel 1968. Il campo per la pallastrada, al contrario delle strutture sportive “ufficiali", deve essere non organizzato, ricco di ostacoli, non uniforme, imprevedibile. Dice Don Biffero: «Invano abbiamo dotato tutte le parrocchie di campi confortevoli: per qualche diabolico motivo i ragazzi fuggono verso vicoli scomodi, spiazzi ghiaiosi, terrazzi condominiali» (cap. 11). I ragazzi giocano dove capita, ma anche con quello che capita: «Una considerazione che salta agli occhi osservando il comportamento dei bambini [...] è che i bambini giocano ovunque e con qualsiasi cosa» (Colin Ward, Il bambino e la città, p. 80). Nel regolamento della pallastrada infatti si dice che anche la palla deve essere il più possibile imperfetta e irregolare. «Le bambine di Lambeth, intervistate da Jenny Mills, hanno scoperto che la gibbosità delle pareti (causata da una caratteristica architettonica, la proiezione di alcune file di mattoni) dava un’incantevole casualità all’angolazione del rimablzo della palla» (ivi, p. 93). Queste bambine inglesi, intervistate durante uno studio sui giochi dei bambini in strada, stanno praticamente giocando a pallastrada. La città influenza il gioco, lo forma, ne detta gli eventi. E allo stesso tempo il gioco insegna alle giocatrici stesse a “usare” la città. Ward cita Steen Eiler Rasmussen, che in un suo libro scrive: «[Un bambino], se messo davanti a un muro tanto alto da non essere in grado di salirci sopra per sentire come è fatto, riesce ad avere, malgrado ciò, un’impressione tirandoci contro il suo pallone. In questo modo scopre che è del tutto diverso da un pezzo di tela o di carta stesa ben tirata. Grazie al pallone riceve l’impressione della durezza e della solidità del muro» (S.E. Rasmussen, Architettura come esperienza, p. 33-34). Il gioco per i bambini «è anche un conflitto contro il mondo degli adulti, di cui a volte fa una parodia allarmante. Ci sono città divise da conflitti settari, come Belfast o Beirut, dove il gioco dei bambini si mescola impercettibilmente con i giochi mortali degli adulti» (Colin Ward, Il bambino e la città, p. 91). La squadra irlandese che partecipa al Mondiale di pallastrada viaggia col tritolo nello zaino e frequenta i pub. La squadra tedesca ha simboli nazisti sui vestiti. I bambini cinesi parlano per stereotipati e incomprensibili proverbi. Sono dunque un ironico promemoria degli stereotipi con cui avranno a che fare una volta diventati adulti. Per molti bambini, nel passato, la fuga dallo spazio controllato della famiglia e/o della scuola è stata «una sorta di wanderjahre o rito iniziatico» e gli adulti dovrebbero meditare «non solo sulla folle temerarietà dei bambini in volo, ma sull’indipendenza e sul coraggio che permettono loro di sopravvivere in città a chilometri di distanza da casa» (ivi, p. 70).   Sul tema della fuga ci fermiamo, perché c’è da raccontare, nella prossima scheda, una sorprendente coincidenza.   Colin Ward, Il bambino e la città, Napoli, L'ancora del Mediterraneo, 2000. Collocazione: 20. G. 2719
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John Holt, Bisogni e diritti del fanciullo (1977)
Colin Ward in Il bambino e la città (p. 69-70) racconta le storie di due coppie di gemelli come esempi della capacità di resistenza dei bambini abbandonati e che vivono in strada, senza famiglia e fuggendo le autorità che vorrebbero occuparsi di loro, di solito rinchiuudendoli in strutture. I bambini che formavano la prima coppia erano stati abbandonati durante la Seconda Guerra Mondiale e per anni erano sopravvissuti in strada, completamente soli, vivendo in un cimitero e elemosinando, prima che un americano li adottasse. La cosa sorprendente che aggiunge Ward - sorprendente per chi aveva studiato questo caso e sorprendente per noi, anche se per motivi diversi - è che i due erano fisicamente forti, coordinati, non provati dalle privazioni e, soprattutto, i migliori giocatori di calcio della scuola in cui erano stati inseriti. A questo punto non possiamo che sobbalzare: sembra di ascoltare la storia dei gemelli Finezza, campioni di pallastrada costretti a fuggire e a nascondersi per non essere costretti a svendere il loro talento a una squadra professionistica. Ma non finisce qui. Ward sta riportando un caso studiato da John Holt, importante ricercatore e sostenitore di un’educazione più personalizzata e informale, e descritto nel volume di cui vediamo qui la copertina, pubblicato in Italia nel 1977. Holt racconta la storia dei due gemelli alle p. 25-26, con maggiori particolari rispetto a Ward. Primo fra i quali è che la «grande città distrutta e sconvolta dalla guerra» (ivi, p. 25) in cui i gemelli sono sopravvissuti di espedienti è Bologna. Dopo anni in cui erano fuggiti dalle autorità, rifugiandosi, come detto, in un cimitero, erano stati “catturati” e messi in un orfanotrofio. Lì li aveva incontrati un signore proveniente dal Colorado che li aveva adottati e condotti negli Stati Uniti. Dove avevano dimostrato che «giocavano al calcio di gran lunga meglio di tutti gli altri nella scuola» (ivi, p. 26). Sembra davvero che Benni si sia ispirato a questa storia per inventare i gemelli Didì e Pelè Finezza, anche se naturalmente non ne abbiamo le prove. Aggiungiamo solo che il titolo originale del libro di Holt è Escape from childhood, e questo richiamo alla fuga - relegato nel sottotitolo nell’edizione italiana - non può passare inosservato.   Il volume non è posseduto dalla Biblioteca dell’Archiginnasio. Ringraziamo la Biblioteca di Scienze dell'Educazione "Mario Gattullo" dell’Università di Bologna per averci fornito la riproduzione della copertina. John Holt, Bisogni e diritti del fanciullo. Fuga dalla prima età, Roma, A. Armando, c1977. Collocazione: Biblioteca di Scienze dell'Educazione "Mario Gattullo", BERTIN 1496  
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La pallastrada
L’abbiamo evocata più di una volta, è arrivato il momento di dedicare attenzione alla pallastrada. Ma caratteristica del gioco è il suo svolgersi nel segreto più assoluto, quindi le tracce che si possono raccogliere sono poche e dobbiamo limitarci a segnalare questo libro. Che - troppo schematicamente - uniforma la pallastrada alla semplice idea del giocare a pallone per la strada, ma che è anche l’unico che lo elenca fra gli sport possibili e gli dedica una pagina.   Il volume non è posseduto dalla Biblioteca dell’Archiginnasio. Ringraziamo la Biblioteca “C. Pavese” di Casalecchio di Reno per averci fornito la riproduzione di alcune pagine. Tante strade. a: I mondi dello sport possibile, D. Rossi ... [et al.], [Milano], Edizioni scolastiche B. Mondadori, [2002]. Collocazione: Biblioteca Comunale Casalecchio di Reno 'C.Pavese', MAG 0-16 796.07 MON
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Un Playground ai Giardini Margherita
Breve digressione. Nel volume visto alla scheda precedente, la pagina successiva a quella su La pallastrada e i suoi campioni si conclude con un paio di paragrafi dedicati allo street basket (p. 253). La didascalia che accompagna la piccola fotografia dice che, come la pallastrada, è uno sport che si pratica ovunque. Serve solo un campetto o, per dirla all’americana, un playground. Chi vive a Bologna sa che esiste in città il momento dell’apoteosi del basket da stada, ed è il Torneo dei Giardini Margherita. In questo libro, che raccoglie anche numerose fotografie di Gianni Schicchi, Alessandro Gallo - già autore nel 2002 di Il campo dei miracoli. La vera storia del playground dei Giardini Margherita - ce ne racconta non solo la storia, ma anche la leggenda.   Alessandro Gallo, Playground. Bologna a canestro sotto le stelle. Dalla A di Abbio alla Z di Zunarelli: 300 storie dal campetto dei Giardini Margherita, fotografie di Gianni Schicchi, Argelato, Minerva, 2019. Collocazione: 17*. AA. 4602
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Il gioco del "Facciamo"
Torniamo alla pallastrada, anche se in una versione particolare:   «Il “Facciamo” si pratica quando i giocatori non hanno un campo adeguato: ad esempio sono immobilizzati a letto in ospedale, o in galera. Si può giocare tra due squadre complete ma anche con due soli giocatori. I contendenti si dispongono uno di fronte all’altro e il primo dice: “Facciamo che io tiravo” e l’altro “Facciamo che io però paravo” e così via immaginando».   I Celestini, in fuga dalle forze dell’Egoarca Mussolardi, sono sfiniti, e perciò ripiegano su una particolare variante della pallastrada, per giocare la loro semifinale: il gioco del “Facciamo”. La bizzarra partita tra i nostri e i Manakoko Wallabies è raccontata per tutto il capitolo 53 (in cui si trova anche la citazione qui riportata), e non risparmia colpi bassi: campi in pendenza, geyser, dinosauri, ingorghi autostradali, con un finale a sorpresa.Ma il “Facciamo” non è solo un’invenzione benniana. Uno degli studi più lucidi di questo meccanismo dell’immaginazione lo troviamo nella Grammatica della fantasia di Gianni Rodari – ne occupa tutto il capitolo 43, Giochi in pineta. Si tratta di un vero e proprio report di una mattina di gioco di due bambini e, attraverso la loro stessa voce, uno studio di come questi raccontano le avventure che si immaginano. La fantasia dei due protagonisti dello studio sarà forse più limitata di quella di Benni – i bambini s’immaginano “semplici” esploratori, poi vanno al bar, poi diventano marinai – ma le osservazioni di Rodari sono, come sempre, lucidissime.  D’altronde a tutti sarà capitato, da bambini, di giocare raccontandosi in un certo ruolo, o di immaginarsi in strane avventure, che diventano vere per il puro atto di raccontarle – usando l’imperfetto delle favole: “Facciamo che ero...”.In Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne Beppe Sebaste dice che stare seduti su una panchina equivale a Passeggiare da fermi (così si intitola un capitolo del libro, p. 55-61). Parafrasando, possiamo dire che il “Facciamo” dei Celestini è come giocare a pallastrada da fermi.   G. Rodari, Grammatica della Fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, ed. speciale arricchita da contributi inediti, San Dorligo della Valle, Einaudi Ragazzi, 2013.Collocazione: 20. G. 6228
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Giocare con le figurine
C’è un altro modo in cui i bambini - che per Benni sono i «guerrieri dell’immaginazione» (Stefano Tani, Conversazione con Stefano Benni, in Scrittori a Verona, Conversazioni con Ippolita Avalli, Stefano Benni, Marco Lodoli, Sandra Petrignani e Sebastiano Vassalli, p. 41-66: 51) - possono giocare a calcio senza muoversi: con le figurine. Lo fanno anche i bambini rinchiusi nell’orfanotrofio dei Padri Zopiloti, all’inizio del capitolo 5, dopo che il tavolo da ping-pong, a causa dei troppi avvallamenti e buche, si è messo a giocare da solo, entrando in modalità «self-pong»:   «Allora i nostri eroi si recarono ove sembrava impazzare l’evento più eccitante. Un angolo spelacchiato di prato dove era in corso una gara di figurine. Le figurine venivano lanciate nell’aria, per coprirsi l’un l’altra, e sopraffarsi, e i giocatori s’infervoravano copiando remote sequenze».   Vediamo qui la copertina dell’ultima edizione dell’album delle figurine dei calciatori Panini. Un’istituzione dell’infanzia italiana. Ma cosa ci fa nella Biblioteca dell’Archiginnasio? Come molte altre pubblicazioni, una copia dell’album viene acquisita ogni anno dalla biblioteca in virtù della Legge 15 aprile 2004, n. 106, Norme relative al deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico, e del conseguente d.p.r. 3 maggio 2006, n. 252, Regolamento recante norme in materia di deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico. Sono questi i dispositivi legislativi che regolano quello che viene comunemente indicato come “Deposito legale”, cioè l’obbligo che gli editori hanno di fare pervenire alcune copie delle loro pubblicazioni (con particolari limitazioni su cui non è necessario entrare) a determinate biblioteche. Nello specifico, editori e stampatori che hanno sede legale in Emilia Romagna, devono inviare una copia delle loro pubblicazioni alla Biblioteca dell’Archiginnasio. E si sa, la Panini, storica casa editrice dell’album delle figurine, ha sede a Modena. Ma si guardi oggi quanto è complicato leggere una figurina: servono addirittura le istruzioni! Le figurine dei bambini rinchiusi nell’orfanotrofio sono ben altra cosa. Così continua la citazione precedente:   «Ma ahimè, le figurine scarseggiavano, per penuria di fondi e per i sequestri di Don Biffero, e nel gioco veniva ormai utilizzato di tutto, figurine vecchie e di collezioni diverse e persino santini [...]»   Le figurine dei bambini stanno a quelle “ufficiali” come la pallastrada e il gioco del “Facciamo" stanno al calcio. Sull’istituto del deposito legale e la creazione presso la Biblioteca dell’Archiginnasio dell’Archivio regionale della produzione editoriale, si veda l’articolo ARPE 2008-2017: i primi dieci anni dell’Archivio regionaledella produzione editoriale all’Archiginnasio di Alessandra Curti, pubblicato su «L’Archiginnasio», CXIII, 2018, p. 327-341.   «Calciatori. Figurine», 2025-2026. Collocazione: ARPE-MO H 489 (2025-26)
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Regolamento per il giuoco del calcio (1921)
La pallastrada offre l’occasione per un viaggio a ritroso nella storia dei giochi pubblici di pallone, che nel corso delle diverse epoche sono stati ora strumento del potere ora spettacolo sovversivo e di ribellione. Nel capitolo 5 i Celestini scoprono il Regolamento unico e segreto del Campionato Mondiale di Pallastrada, che consta di 14 articoli. Data l’assoluta segretezza, per conoscerlo bisogna leggere il romanzo. Qui però possiamo proporre un più che centenario Regolamento per il giuoco del calcio, datato 1921. L’opuscoletto, consultabile integralmente online, presenta ben 26 «Diagrammi per descrivere alcuni casi di “fuori gioco”». Alcuni, non tutti. A dimostrazione che in più di un secolo i problemi del calcio non sono cambiati di molto. Il «Diagramma n. 7», che qui vediamo a una migliore risoluzione, ci insegna che allora il «portiere» si chiamava «guardiano» e che per non essere in fuorigioco fra il giocatore più avanzato e la porta dovevano esserci tre avversari, non solamente due come oggi.   Regolamento per il giuoco del calcio. Norme tecniche di giuoco, decisioni ufficiali della F.I.F.A., guida per l'arbitro, per i giuocatori e per i segretari, Milano, Galileo, 1921. Collocazione: MISC. A. 4086
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Quattro matti dietro una palla (2009)
Dal 1921 al 1909: nasce il Bologna Football Club. Abbiamo già ricordato, nella gallery dedicata a Bar Sport, la mostra allestita all’Archiginnasio per celebrare il centenario dell’evento: Quattro matti dietro una palla. Il primo secolo del Bologna Football Club nelle raccolte documentarie dell’Archiginnasio. La richiamiamo anche qui per evidenziare che la prima bacheca della mostra - intitolata Le origini e oggi prima sezione della mostra online - presentava anche documenti che rimandano ai giochi col pallone precedenti il football moderno. Un invito a continuare il nostro viaggio a ritroso.
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Anonimo, Descrizione del giuoco del calcio (1863)
L’associazione di due canzoni politiche con un componimento, anonimo, dedicato alla descrizione del gioco del calcio fiorentino e tratta dal codice marucelliano C. 7, è dovuta semplicemente al fatto che i tre componimenti erano stati pubblicati su «Il Borghini. Studi di filologia e di lettere italiane». Il dettaglio che ci spinge a segnalare l’opuscolo è però un altro, cioè il fatto che sia stato pubblicato nel 1863, che è considerato l’anno di fondazione del football. Ce lo ricorda la mostra Quattro matti dietro una palla nella bacheca dedicata alle origini del gioco:   «La nascita del vero e proprio calcio moderno, come noi lo intendiamo, viene fissata al 26 ottobre 1863, quando presso la Free Masons Tavern in Great Queen's Street a Londra, i rappresentanti di undici società sportive londinesi fondarono la Football Association fissando le regole di quello che oggi è lo sport più diffuso al mondo».   Probabilmente Pietro Fanfani, compilatore de «Il Borghini», non aveva minimamente idea di quello che stava accadendo Oltre Manica. Ma che in quell’anno fatidico si pubblicasse un ricordo di quello che il calcio era stato nei secoli precedenti, ci è sembrata una curiosità utile a introdurre alla pratica del gioco del pallone nel XIX secolo.   Bruscaccio da Rovezzano, Due canzoni politiche. Anonimo, Descrizione del gioco del calcio, [prefazione di P. Fanfani], Firenze, Stamperia sulle Logge del grano, 1863. Collocazione: 8-L.ITAL. POES.POLIT. 03, 110
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Il gioco del pallone nell'Ottocento: si progetta lo Sferisterio...
L’inizio del XIX secolo è il momento in cui il gioco del pallone col bracciale - ben diverso quindi dal calcio fiorentino evocato nella scheda precedente - perviene a una «definitiva popolarizzazione [...] allorché dalle piazze si trasferisce negli sferisteri, vere e proprie anticipazioni degli stadi dell’età contemporanea» (Stefano Pivato, Il gioco del pallone, in Alle origini dello sport: il gioco del pallone prima del calcio, p. 7-22: 9). Questo gioco - che scomparirà progressivamente con l’affermarsi del football di origine inglese all’inizio del Novecento ma che a Bologna viene giocato fino alla Seconda Guerra Mondiale - era diffuso fin dal XV secolo in tutte le maggiori città italiane. Passato dai palazzi nobiliari alle piazze cittadine - per essere giocato necessita di un muro parallelo a uno dei lati lunghi del campo, per questo spesso era praticato a ridosso delle mura cittadine - nella Bologna settecentesca era stato spesso fonte di problemi di ordine pubblico (Simonetta Capecchi, Lo Sferisterio di Bologna, in Alle origini dello sport: il gioco del pallone prima del calcio,  p. 23-44: 29). Anche per questo motivo le autorità della città felsinea decisero la costruzione dello Sferisterio che ancora oggi, pur riadattato ad altre funzioni, si trova al fianco di via del Pallone.   «Questo nuovo cambiamento del luogo fisico del gioco, favorito e incoraggiato dalle autorità pubbliche, fu certamente determinato dalla volontà di liberare le piazze dagli inconvenienti che precedentemente lo svolgimento delle partite aveva provocato, ma fu determinato anche dalla volontà di formalizzare compiutamente un gioco divenuto assai popolare». (Stefano Pivato, Il gioco del pallone, cit. p. 9-10)   Come già detto per la pallastrada, l’autorità non può sopportare una versione troppo libera e non formalizzata di qualunque gioco e deve trovare il modo di controllarla. Costruendo luoghi standardizzati in cui convogliare l’evento e gli spettatori oppure, nel mondo moderno, facendone uno spettacolo sottoposto alle leggi della TV. In questa immagine vediamo la prima pagina del Progetto di costruzione dello Sferisterio (qui consultabile integralmente) pubblicato nel 1820 dagli organi del Governo bolognese.   Progetto, Bologna, per le stampe del Governo, [1820?]. Collocazione: 17-ARTISTICA C, 009
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...ma servono soldi!
La costruzione dello Sferisterio nel 1820 richiede molto denaro, tanto che deve essere sollecitata la sottoscrizione avviata per la sua costruzione, come vediamo in questo Avviso. L’incisione che accompagna il testo è «L’unico disegno disponibile che documenti lo stato originario dello Sferisterio», come segnalato da Simonetta Capecchi nel breve articolo Lo Sferisterio di Bologna contenuto nel già citato Alle origini dello sport: il gioco del pallone prima del calcio (p. 23-44: 33). Questo opuscolo, pubblicato in occasione di una mostra tenutasi al Museo Civico del Risorgimento di Bologna nel 1995, ricostruisce in breve la storia dello Sferisterio bolognese e offre una bibliografia da cui partire per conoscere la storia del gioco del pallone con bracciale, ancora oggi praticato in alcune città come dimostrano i numerosi video reperibili in Rete. Alle p. 45-46 si trovano anche le regole. Una delle sezioni della mostra online In scena a Bologna. Il fondo “Teatri e Spettacoli” nella Biblioteca dell’Archiginnasio è dedicata a L’Arena del Pallone. Nella biblioteca digitale Arbor si trovano numerosi documenti relativi all’Arena, in parte disegni dell’architetto Ercole Gasparini - che aveva proposto un progetto che non venne accettato - in parte manifesti dei vari eventi che si tennero in quel luogo nel XIX secolo e appartenenti al fondo Teatri e spettacoli.   Avviso, d'ordine di sua eccellenza il signor conte senatore, 1 manifesto, [1820]. Collocazione: 17- ARTISTICA G., 022
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Angelo Donati detto il Diavolone
Molti dei personaggi de La Compagnia hanno un soprannome. Ce l’hanno tutti i pittori della famiglia Pelicorti, ce l’hanno molti dei bambini dell’orfanotrofio, ce l’hanno quasi tutti i giocatori di pallastrada che confluiscono a Gladonia da tutto il mondo. Avevano un soprannome anche i più importanti giocatori di pallone ottocenteschi. Quello che vediamo è un ritratto di Angelo Donati, detto il Diavolone, che alla metà del secolo dominava gli eventi sportivi dello Sferisterio bolognese. Al suo braccio destro è ben visibile il bracciale utilizzato per il gioco, «di legno, ricavato da un unico pezzo con l’aggiunta di rialzi a punta di diamante, e pesa circa due chili; la mano vi si introduce fasciata per proteggerla dai colpi» (Il gioco e le sue regole, in Alle origini dello sport: il gioco del pallone prima del calcio, p. 45-46: 45). Il disegno è riportato anche nell’opuscolo appena citato (p. 11) ma la didascalia lo indica erroneamente come un ritratto di Giovanni Gozzadini. Nella biblioteca digitale Arbor è possibile vedere il ritratto a una migliore risoluzione e leggere un articolo in cui si parla anche di Donati. Al Diavolone è intitolata una sala del Centro polifunzionale “Il Pallone” di Bologna.   Donati Angelo (sec. XIX), ritratto realizzato con tecniche miste. Collocazione: GDS, Raccolta di ritratti, Cartella D, n. 68
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Domenico Marini detto Massimo
Un altro ritratto di un celebre giocatore, Domenico Marini detto Massimo, in un’incisione di Nicola Mellini.   Massimo. I figli scorge attonito Nel forte giuocatore... In segno di Ammirazione, L'incisore N. Mellini, D.D.D. ano  1822, Bologna. Collocazione: Goz.16 c. 052b n. 3 Questo esemplare, che qui potete vedere a una migliore risoluzione, si trova incollato su una pagina del volume collazionato da Giovanni Gozzadini, oggi parzialmente sfascicolato, che costituisce la Cart. Gozz. 16.
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Una festa di nozze con pallone nel 1487
Alla fine del mese di gennaio 1487 si svolgono a Bologna le nozze fra Annibale Bentivoglio e Lucrezia d’Este. Un evento segnato dal lusso e da sfarzosi festeggiamenti. Il banchetto di nozze, preparato dal leggendario Mastro Zafirano, è un vero e proprio spettacolo con cui il signore della città afferma il proprio potere agli occhi dei nobili invitati e del popolo. Quasi 450 anni più tardi, nel 1931, quell’evento tornerà alla ribalta durante i festeggiamenti dell’associazione La Famèja bulgnèisa, quando si stabilisce, in realtà in maniera del tutto arbitraria, che proprio in quell’occasione erano state inventate le tagliatelle, ispirate dai biondi capelli della sposa. Durante i festeggiamenti, che durano alcuni giorni, viene giocata anche una partita di gioco del pallone, descritta da diversi cronisti. Quella che qui vediamo è la prima carta dell’Hymeneus Bentivolus di Giovanni Sabadino degli Arienti, un manoscritto conservato presso la Biblioteca dell’Archiginnasio che descrive la partita.  Fra calci e pugni - dati al pallone naturalmente - il dinamismo del racconto di Sabadino potrebbe rivaleggiare con le gesta dei giocatori di pallastrada. Il manoscritto è stato acquisito dalla biblioteca nel 2004, insieme a un altro manoscritto dello stesso autore. Una dettagliata descrizione delle due opere, entrambe autografe, e delle modalità della loro acquisizione, si trova nel numero XCIX di «L’Archiginnasio», uscito quello stesso anno, in una sezione composta da cinque articoli e intitolata Due manoscritti autografi di Giovanni Sabadino degli Arienti acquisiti dalla Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna (p. 197-246). Il testo del manoscritto si trova integralmente trascritto in: Le nozze dei Bentivoglio (1487). Cronisti e poeti, a cura di Bruno Basile e Stefano Scioli, p. 27-138. La partita è alle p. 101-102. In questo stesso volume compare il racconto della partita tratto dalla cronaca delle nozze compilata da Angelo Michele Salimbeni (p. 143-146). Una delle fonti di Sabadino è la cronaca di Fileno Dalla Tuata, conservata in diversi manoscritti presenti in biblioteca. Ma non in tutti gli esemplari si parla del gioco del pallone. In questa immagine vediamo, all’interno del manoscritto Gozzadini 156, il brano in cui si dice che alla partita parteciparono 60 giocatori. Per un’edizione moderna dell’opera di Fileno si veda Istoria di Bologna. Origini-1521. La partita di pallone si trova nel primo volume, p. 358.   Giovanni Sabadino degli Arienti, Hymeneus Bentivolus, manoscritto, [1487]? Collocazione: Ms. B. 4602
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Una partita di pallone del 1480
Qualche anno prima delle nozze fra Annibale Bentivoglio e Lucrezia d’Este, a Bologna si era svolta un’altra partita, raccontata da Cherubino Ghirardacci nella terza parte della sua opera Dell’historia di Bologna. Ne possiamo leggere la descrizione nel manoscritto B. 1184. Questo manoscritto è uno di quelli utilizzati da Albano Sorbelli per ricostruire il testo di questo segmento della cronaca di Ghirardacci in vista dell’edizione da lui pubblicata nel 1932 all’interno della collana Rerum Italicarum Scriptores. Nel volume curato da Sorbelli la partita si trova a p. 222. Come vediamo in fondo alla c. A3, nel punto indicato dalla freccia rossa, il testo del manoscritto dice che Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, organizzò la partita di pallone «per dar solazio, et trastulo al popolo». Il gioco è quindi promosso e controllato da chi detiene il potere e permette di fare sfogare il popolo in attività non pericolose.   «Fatti storici accaduti nella città di Bologna dall’anno 1393 all’anno 1501» tratti da diverse cronache. Collocazione: Ms. B. 1183-1184 La cronaca di Ghirardacci si trova nel ms. B. 1184.
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Ancora sulla partita del 1480: un volume (letteralmente) più unico che raro
La terza parte della cronaca di Ghirardacci è stata copiata in numerosi manoscritti. Prima dell’edizione curata da Sorbelli nel 1932 però era stata stampata solamente una volta, nel XVIII secolo, dallo stampatore Venturini di Lucca. Questa iniziativa era stata fortemente osteggiata dalla famiglia Bentivoglio. Sorbelli ricostruisce dettagliatamente la storia del travagliato caso della stampa di questa terza parte nel capitolo Le vicende della stampa del terzo volume (ivi, p. LXXX-CXVII). Dopo lunghi conflitti, delle 1060 copie stampate ne sopravvisse solamente una, quella oggi conservata dalla Biblioteca dell’Archiginnasio. «La vera strage degli innocenti», commenta Sorbelli (ivi, p. CXV). Da questo volume è tratta la pagina che vediamo, che riporta la famosa partita voluta da Giovanni Bentivoglio.  Anche sulla scheda catalografica del libro presente nel catalogo storico Frati-Sorbelli, di cui qui vediamo fronte e retro, viene riportato il fatto che si tratta dell’unico esemplare sopravvissuto. Erroneamente però si indica che sono state distrutte 1159 copie, non 1059 come scritto da Sorbelli.   Historia di Bologna del R.P.M. Cherubino Ghirardacci. Tomo terzo, Lucca, Venturini, 17??. Collocazione: 16. a. I. 33
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Giovanni Bardi, Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino (1580)
Nelle schede precedenti abbiamo evocato di sfuggita quello che è forse il più famoso gioco col pallone dei secoli scorsi, il calcio fiorentino. Concludiamo questo lungo excursus sportivo con questa incisione che rappresenta Piazza Santa Croce pronta per ospitare una partita. È possibile consultare in digitale l’esemplare del volume posseduto dalla Biblioteca universitaria Alessandrina di Roma.   [Giovanni Bardi], Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino. Del Puro Accademico Alterato. Al sereniss. gran duca di Toscana suo signore, In Firenze, nella Stamperia de' Giunti, 1580. Collocazione: 8-L.ITAL. TESTI LINGUA 02, 021    
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La P2 in Italia (e a Bologna)
«È a questo punto, dilatato enormemente il quoziente di fantasy surreale, che si rende apprezzabile un primo scarto comico. Il lettore, benché invitato a lasciarsi trascinare dalla fluenza straniante del discorso benniano, deve tuttavia essere in grado di attivare meccanismi di referenza diretta alla propria realtà politica e sociale». (Bruno Pischedda, La fantasia ingorda di Stefano Benni, in Pubblico 1986. Produzione letteraria e mercato culturale, a cura di Vittorio Spinazzola, p. 135-152: 140)   In alcuni casi ne La Compagnia il compito del lettore indicato da Pischedda è in realtà piuttosto semplice. Quando la Tesseraloggia diventa «una specie di secondo cognome» (si badi bene: non di soprannome, i soprannomi sono per i personaggi emarginati) di chiunque abbia un pur minimo ruolo di potere - «Giulio Fimicoli (Tesseraloggia B 036): detto tutto» (Alessandro Baricco, Utopia nonostante la realtà) - è chiaro a tutti che il riferimento diretto è alla Loggia P2. Sulla quale si potrebbero citare decine di testi. Quello che qui vediamo ha la particolarità di essere probabilmente il primo volume dedicato alla vicenda, essendo stato pubblicato nel 1981. Il caso P2 ebbe anche ripercussioni bolognesi, come riportato del volume Massoni a Bologna, curato dall’Istituto di Studi e Ricerche "Leonida Casali" nel 1989.   L'Italia della P2, Andrea Barberi ... [et al.], Milano, A. Mondadori, 1981. Collocazione: CAGLI E. 635
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Bologna e la massoneria
Ma più che nel Novecento, il legame tra la massoneria e la città di Bologna è stato forte nel secolo precedente. Come scrive Fiorenza Tarozzi:   «Bologna, non diversamente dalle altre città europee, fu nel corso dell’Ottocento attraversata da una vivace, colta, attiva presenza massonica: aristocratici, borghesi, appartenenti  alle professioni liberali, artigiani frequentarono le logge massoniche, ne influenzarono gli indirizzi e le scelte sia sul piano sociale sia su quello politico [...]».(F. Tarozzi, Uno sguardo sulla massoneria bolognese nell’Ottocento, in Bologna massonica. Fra passione e ragione, p. 113-125: 113).   La diffusione della massoneria lungo l’ampio arco che va dall’occupazione napoleonica, passa per l’Unità d’Italia e arriva alla fin de siècle, è stata oggetto di ampia indagine storica: i curiosi e gli interessati possono partire, nella Biblioteca dell’Archiginnasio, dal ventunesimo volume della Storia d’Italia di Einaudi, dedicato proprio a La massoneria, o da approfondimenti più mirati come gli studi di Carlo Manelli – o, in alternativa, esplorare la pagina curata dal Museo del Risorgimento sul tema. La massoneria intreccia le vite di grandi e grandissimi personaggi della Bologna ottocentesca: Giosuè Carducci – qui a fianco, vediamo il suo necrologio scritto per le logge bolognesi - e Giovanni Pascoli, Ugo Bassi – ancora oggi, sotto il monumento che lo ritrae, nella via omonima, è presente il simbolo massonico per eccellenza, la squadra e il compasso – Quirico Filopanti, Andrea Costa, Carlo Pepoli, tra gli altri. La massoneria di Gladonia, con le sue Tesseraloggia, impallidisce in confronto!   Ricordando Giosuè Carducci ai ff. dell'or. di Bologna nella solenne annuale tenuta di lavori funebri, 10 marzo 1921, Bologna, [s.n.], 1922.Collocazione: Sorbelli Caps. 89 Opusc. 32
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I mille volti dell’Egoarca
Che l’antagonista principale de La Compagnia dei Celestini, l’“Egoarca Mussolardi”, celi un Silvio Berlusconi non ancora attivamente impegnato in politica – il libro, d’altronde, esce nel 1992 – appare chiaro fin dalla sua entrata in scena. La prima volta che viene nominato, all’inizio del capitolo 9, si dice che «occupava tre quinti di stampa cinema e tivù di Gladonia, ma si trovava da qualche tempo in bonaccia d’audience», e possedeva la squadra di calcio Jumilia. Quando lo vediamo comparire in scena, in apertura del capitolo 34, viene ritratto con queste parole:   «Mussolardi era un uomo ben tenuto che dimostrava meno dei suoi quarantasei anni, specialmente dopo che un recente trapianto di capelli lo aveva reinserito nella schiera dei peluti. Gli erano stati conficcati nella chierica, mediante ago laser, tremila capelli naturali di bambino slavo [...]. Era perennemente abbronzato e con un sorriso sintetico».   Questo ritratto, non proprio celebrativo, ha avuto fortuna: è sufficiente misurare le occorrenze del termine «Egoarca» nella letteratura giornalistica e politica. Tra i testi più interessanti, il libro di Franco Cordero Le strane regole del Signor B. – la cui copertina, firmata da Altan, è qui riprodotta – che registra il termine fin dall’Introduzione.Ma d’altronde quest’immagine ricorda un altro ritratto, sempre tracciato da Benni, per il quotidiano francese «Libération», in un lungo corsivo datato 25/03/2006 (lo si può leggere anche sul suo sito) dal titolo, quantomai esemplare, di Berlusconi, la tête au Nutella. Di ritorno dal Salone del Libro di Francoforte, atterrato a Fiumicino e sulla strada per Roma, Benni parla del politico con un tassista – e il ritratto che ne emerge (qui sotto, in traduzione), a più di quindici anni da La Compagnia dei Celestini, è sorprendentemente simile a quello del romanzo:   «“[...] datemi una ragione per non votarlo”. “Ne avrei mille”, gli dico, “ma quando guardo i manifesti... Non mi piace perché si vergogna di invecchiare. Perché tutti quei liftings, il fondotinta, i trapianti di capelli, il botox? Se ha la testa di un uomo onesto, come ha detto una volta, perché cambiarla?” “Forse avete ragione” dice il tassista, pensieroso».   Franco Cordero, Le strane regole del signor B., [Milano], Garzanti, 2003. Collocazione: ZANARDI C. 1235  
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La Profezia di Celeste
Finora abbiamo proceduto per grandi temi, cogliendo gli spunti di discussione - anche di critica sociale - che il romanzo solleva. Nella parte finale di questa gallery ci concentreremo invece su luoghi, eventi e personaggi più specifici e puntuali che emergono con particolare evidenza dalle pagine de La Compagnia. Il punto di partenza obbligatorio è l’elemento che, secoli prima che si avverasse l’avventura raccontata nel romanzo, l’aveva già narrata.  La partecipazione dei Celestini al torneo di pallastrada infatti è miracolosamente raccontata sulle pareti dell’orfanotrofio dei padri Zopiloti, nella profezia, recitata da Celeste e trascritta dall’allora decano degli Zopiloti, Don Bolario: subito dopo «essa iniziò ad apparire, come dipinta da una mano invisibile, in vari punti del palazzo, sui muri, sui quadri e financo, mi perdoni, sulle tavolette del water», come ci racconta, alla fine del capitolo 4, Don Biffero.Tra i modelli più immediati – sia nella lingua, una sorta di ibrido latino-volgare medievale, sia nella forma – avrà giocato un ruolo non indifferente Michel de Nostredame, meglio noto come Nostradamus.La Biblioteca dell’Archiginnasio possiede vari materiali, per qualche motivo, “profetici”: da un manoscritto quattrocentesco splendidamente miniato – già oggetto di una mostra e evocato in una scheda, nell’ambito del Gruppo di lettura su Umberto Eco del 2025 – a più prosaiche, ma immancabili, profezie attribuite alla civiltà Maya.La biblioteca non possiede nessuna edizione cinquecentesca delle Centurie – questo, uno dei titoli originali delle profezie di Nostradamus – ma non mancano certo documenti legati ad esse. Il più importante è senz’altro la riproduzione della rarissima edizione del 1557, di cui qui riportiamo il frontespizio, accompagnata da un interessante studio di Gérard Morisse. Ma va nominato anche il fratello di Nostradamus, Jean, all’epoca ben più celebre – e oggi pressoché dimenticato anche dagli studiosi. Questi, erudito e studioso di letteratura provenzale, scrive nel 1575 Les vies des plus celebres et anciens poetes prouensaux. Di quest’opera viene immediatamente fatta una traduzione, anch’essa conservata tra i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio. Il fascino delle Centurie si è comunque diffuso, pur tardivo, e ha toccato anche personaggi inaspettati, come l’antropologo François Dumézil, che si è divertito a raccontare un tentativo di esegesi profetica in uno strano libro, tra la fiction e l’indagine storica.   Les prophéties de M. Michel Nostradamus. Dont il en y'a trois cents qui n'ont encores jamais esté imprimées, ripr. facs. dell'ed. Lyon, Chez Antoine du Rosne, 1557, [Budapest], Orszagos Szechenyi Konyvtar, 2004. Collocazione: 20. N. 90
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Vaticinia seu prædictiones illustrium virorum (1605)
Il manoscritto quattrocentesco A. 2848, protagonista della mostra Papi e Sibille a cui si accennava in precedenza, è stato falsamente attribuito a Gioacchino da Fiore. Il suo nome accresceva il valore profetico del testo, in quanto era considerato la massima auctoritas nel campo. Il duraturo successo di questo testo è testimoniato non solo dalle numerose edizioni a stampa che vennero pubblicate - come per esempio quella del 1589 (integralmente consultabile online)in cui i vaticini sono presentati sia nell’originale latino che in traduzione italiana - ma anche dal fatto che la sua struttura venne ripresa da altre opere che ne continuavano e ne aggiornavano i contenuti, spingendo sempre più in avanti negli anni lo sguardo profetico. È il caso dei Vaticinia seu prædictiones illustrium virorum, che si trova legato in un unico volume con l’opera sopra citata e da cui è tratta la rota che vediamo nell’immagine, in cui per ogni papa viene espresso un vaticinio. Il volume, come specifica il titolo, contiene sei rote simili a questa. Ognuna delle prime tre amplia il periodo sul quale vengono espresse le profezie. Sotto ognuna delle tre rote una mano ignota ha scritto gli anni interessati dalla singola immagine. Anche questo testo venne falsamente attribuito a Gioacchino da Fiore ed è integralmente consultabile online.   Vaticinia seu prædictiones illustrium virorum. Sex Rotis ære incisis comprehensa de successione summum Pontificum Romanor. Cum declarationibus, & annotat. Hieronymi Ioannini, omnibus loco suo fideliter restitutis in hac secunda editione. Vaticini ouero predittioni d'huomini illustri comprese in sei ruote intagliate in rame della successione dei sommi pont. rom. con le dichiarationi, & annotat. di Girolamo Giouannini, essendo stato restituito il tutto nel suo luogo in questa seconda editione, In Venetia, appresso Gio. Battista Bertoni libraro al Pellegrin, 1605. Collocazione: 32. B. 116 op. 2  
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Le profezie della Veggente Contessa Aurelia
Il fascino per le profezie non si è certamente esaurito con l’avvento della modernità. Il linguaggio misterioso, gli apparati estetizzanti ed esotici, il fascino del mistero si ritrovano in due opuscoli che agli inizi degli anni Venti del XX secolo diffondono, ogni anno, i vaticini difficilmente interpretabili della Veggente Contessa Aurelia. L’immagine mostra lo scenografico studio di via dei Pontefici n. 27 in cui la donna accoglie i clienti. La presenza ripetuta dell’indirizzo - lo si trova anche sulla copertina - denota l’intento pubblicitario delle pubblicazioni. La Biblioteca dell’Archiginnasio possiede gli opuscoli del 1921 e 1922, qui esemplificati in alcune pagine, che sono rispettivamente il sesto e settimo fascicolo annuale pubblicati dalla moderna Sibilla romana.   Profezie per il 1921 della Veggente Contessa Aurelia, Roma, Tipografia Iride, 1921. Collocazione: 11. Scienze occulte Cart. I, 55   Profezie per il 1922 della Veggente Contessa Aurelia, Roma, TIpografia Iride, 1922. Collocazione: 5. Generalità Cart. B3, 21
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Sotterranei...
«Cinquanta metri sotto il suolo della fiorente città di Banessa le cantine del palazzo Bumerlo si snodavano in labirintico tormento, e si dice che nessuno, nemmeno il costruttore stesso, il leggendario Eros Pelicorti, detto il Bascone, ne conoscesse l’esatta disposizione, perché impazzì a tre quarti del lavoro e l’ultimo quarto fu affidato al cugino, Eder Pelicorti detto il Panchina [...]. Secondo un’altra voce le gallerie si diramavano a Sud e a Nord per tutta Gladonia e oltre: e una in particolare sbucava in Centreuropa, nel castello avito della stirpe Riffler. Un’ultima leggenda diceva che le cantine proseguivano sì, ma verso il basso, e che finivano in un punto di altissima temperatura e pessima fama» (cap. 8).   La Biblioteca dell’Archiginnasio e il palazzo che la ospita sono luoghi senz’altro meno terrificanti dell’Orfanotrofio dei Padri Zopiloti da cui i Celestini devono fuggire per raggiungere il campionato di pallastrada. Ma anche il palazzo dell’Archiginnasio ha, come ogni edificio storico, le sue cantine. Che, certo, non sono state usate come cripte penitenziali, né ospitano fantasmi (probabilmente...), ma testimoniano comunque, in ben altro senso, momenti di angoscia e paura. I sotterranei sono stati infatti utilizzati, durante la Seconda Guerra Mondiale, come rifugio antiaereo, all’interno di un più ampio progetto di messa in sicurezza dei civili della città – una vera e propria rete di ripari, che si può ricostruire da pubblicazioni d’epoca e da studi più recenti.  Il 29 gennaio del 1944 il palazzo è stato bombardato dalle forze alleate – la biblioteca ha dedicato all’argomento una sezione del proprio sito, intitolata Bologna bombardata 1943-1945 - e molte immagini (come quella che mostriamo qui), scattate immediatamente dopo l’attacco, sono state digitalizzate e sono disponibili nella biblioteca digitale Arbor. «In luogo del familiare, solenne cortile sta ora un gran cumulo di pietriccio e di travi di legno, carte preziose e frammenti di stucchi colorati. Ridotte in pezzi, le statue di legno degli antichi maestri dello Studio bolognese e dei famosissimi spellati, vanto del Teatro Anatomico, affiorano qua e là come relitti di un assurdo naufragio». (Franco Borgonzoni, Distruzioni belliche e restauri, in L’Archiginnasio. Il Palazzo, l’Università, la Biblioteca. Vol. 2: La Biblioteca Comunale e gli Istituti culturali insediati nel palazzo, p. 577-591: 582). È difficile dire cosa abbia provato quel giorno chi si nascondeva sotto il palazzo dell’Archiginnasio, davanti a uno spettacolo simile.   [Il Palazzo dell’Archiginnasio colpito dal bombardamento del 29 gennaio 1944], gelatina a sviluppo, b/n.Collocazione: GDS, Fotografie Bombardamenti I, n. 29
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...e orfanotrofi
Il Palazzo dell’Archiginnasio è stato molte cose: spazio universitario, asilo, rifugio antiaereo (come abbiamo visto altrove nella scheda precedente). Non è mai stato un orfanotrofio – men che meno, gotico e terribile come quello da cui fuggono i Celestini all’inizio del nostro romanzo - ma naturalmente conserva documenti legati alla cura e al sostegno dei bambini abbandonati o indigenti. A Bologna era presente, fin dalla fine del Medioevo, un’istituzione che si occupava in particolare degli orfani, i cosiddetti “esposti”: si tratta dell’ospedale di San Pietro e Procolo, che aveva sede nella chiesa omonima, in via d’Azeglio 52.Lo statuto più antico della Compagnia di San Procolo, datato 1329 sopravvive soltanto in una trascrizione settecentesca, edita in appendice ad uno studio di Mario Fanti, San Procolo. Una parrocchia di Bologna dal Medioevo all'eta contemporanea. La Biblioteca dell’Archiginnasio però conserva, nel fondo Ospedali – un complesso archivistico costituito da fondi di diversi Ospedali e Confraternite bolognesi, quali ad esempio Santa Maria della Vita e Santa Maria della Morte –  uno statuto datato 1570. Ne riproduciamo il recto della prima carta.   [Statuto dell’Ospedale dei SS. Pietro e Procolo detto degli Esposti o dei Bastardini], 1570Collocazione: Fondo speciale Ospedali, ms. 81 
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L'Orfanotrofio maschile bolognese
«Sino a poco tempo fa, Bologna, così ricca d’Istituti femminili educativi di beneficenza, difettava d’Istituti maschili, poiché il solo Asilo Clemente Primodì, per quanto spieghi largamente la sua azione benefica, non può bastare a tutti i bisogni della popolazione [...]».   Così si apre la prefazione di Nino-Bixio Scota (p. 5-16: 5) a L’Orfanotrofio maschile bolognese, un opuscolo che racconta con dovizia di particolari, anche amministrativi, come la Prefettura si fosse mossa nel 1916 per aprire un Istituto che si occupasse di soddisfare «L’urgenza di raccogliere fanciulli orfani e abbandonati» e che «in seguito potesse acquistare tale sviluppo da ospitare i figliuoli dei morti in guerra» (ibidem). Significativo l’accento posto sul fatto che, per la prima volta o quasi, si avverte la necessità di aiutare anche i bambini abbandonati, non solo le bambine, tradizionalmente giudicate meno abili alla vita di strada. In Il bambino e la città, Colin Ward si occupa delle differenze di genere relativamente a questo aspetto in un capitolo intitolato Le bambine sullo sfondo (p. 125-133). Fra le molte belle fotografie che si possono trovare fra le pagine della prefazione di Scota scegliamo questa, che ci mostra un momento di gioco all’interno dell’orfanotrofio.   L'Orfanotrofio maschile bolognese, [pref. di Nino-Bixio Scota], Bologna, Mareggiani, [1918?]. Collocazione: MALVEZZI 51 / 18
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Le Orfanelle della Madonna (1942)
L’orfanotrofio maschile nato nel 1916 era un ente laico, ma per secoli l’assistenza a orfanelli e orfanelle era stata demandata a istituzioni religiose di varia natura, per fortuna non (sempre) terribili e spaventose come quella degli Zopiloti guidata da Don Biffero. Una delle più famose a Bologna è stata quella delle Orfanelle della Madonna, non fosse altro che per avere dato il nome (anzi, il soprannome) a uno dei tratti stradali più suggestivi della città.   «Chi non conosce il nome di quel tratto di strada che conduce al Santuario di San Luca, detto “Curva delle Orfanelle”? [...] Tutto ha inizio da un Orfanotrofio che ha ospitato oltre 1500 bambine orfane o bisognose di assistenza che ha avuto sede in quel luogo dal 1940 al 1990 [...]». (Le orfanelle della Madonna di San Luca, 1930-1990. Storia e testimonianze di un istituto e della carità dei bolognesi, p. 47)   Quella che qui vediamo è la copertina di un breve opuscolo (integralmente consultabile online) che esce nel 1942 per raccontare, anche a scopo “promozionale” vista la continua necessità di fondi, la vita dell’istituto, che pubblicava regolarmente anche un giornalino (l’immagine è tratta dal già citato Le orfanelle della Madonna di San Luca, p. 43).   Le Orfanelle della Madonna, Bologna, [s.n.], 1942. Collocazione: MISC. B. 2239
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Pietro Lizier, Imelda Lambertini narrata ai piccoli (1933)
L’Orfanotrofio “Madonna di San Luca” era gestito dalle Suore Domenicane Imeldine, che dovevano il nome alla Beata Imelda Lambertini, vissuta a Bologna nel XIV secolo per soli 13 anni. L’esempio perfetto per le giovani ospiti dell’istituto. Il libretto da cui è tratto il disegno che qui vediamo ne racconta la vita, ed è indirizzato proprio a giovani lettori e lettrici. Si tratta di un perfetto esempio di un certo tipo di linguaggio - e di una certa iconografia - che le istituzioni religiose utilizzavano per educare bambini e bambine e sul quale Benni ironizza spesso ne La Compagnia dei Celestini.   [Pietro Lizier], Imelda Lambertini narrata ai piccoli, Verona, Amministrazione-direzione Suore domenicane imeldine, pref. 1933. Collocazione: SIRANI B. 161
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L’Orco Barbablù
«Dall’inizio della Grande Recessione, il famburger, grazie ai prezzi bassi e al potere rimpinzante, era il cibo preferito, anzi per lo più obbligato, della gioventù gladonica. [...] Nelle cucine, che erano ai piani superiori ed erano inaccessibili al pubblico e all’assessore all’Igiene, si fabbricavano ogni giorno milioni di famburger, e il fumo e l’odore che fuoriuscivano dai camini erano pari a quello di un complesso chimico [...]. “Che orrore,” disse Don Biffero “codesto è l’inferno dei cinque sensi! Lezzo di cancrena bovina per l’odorato, flagello di bestemmie per l’udito, occhi disgustati da bisessuale promiscuità, pelle afflitta da ignobili contatti, e in quanto alla gola...» (cap. 19).   Nelle pagine della Parte quarta, La Compagnia dei Celestini racconta, in maniera vivida e impietosa, del mutamento culturale e antropologico che ha subito la cucina italiana negli ultimi decenni del Novecento. Le pagine che descrivono il fast food Barbablù, di cui sopra diamo – è il caso di dirlo – un breve assaggio, mettono in scena, con un’ironia senza freni, tutte le contraddizioni delle nuove mode alimentari che si andavano diffondendo, a Gladonia come in Italia. Molti sono i materiali della Biblioteca dell’Archiginnasio a tema culinario e, più latamente,  alimentare: basta guardare la mostra Pane e Salame o, anche solo limitandosi ai primi piatti, la mostra Pasta. Fresca secca colorata e ripiena nei documenti dell'Archiginnasio. Ma tra le righe che più si avvicinano al ritratto di Benni – forse meno leggere, ma non meno ironiche e sentite – sono quelle che si leggono ne La terra e la luna di Piero Camporesi:    «L’ingegneria alimentare, con colossali centri di produzione controllata, pianificata, programmata, coi piatti suggeriti dal calcolatore obbediente non solo alle leggi del mercato ma attento anche agli apporti vitaminici, al corretto dosaggio dei lipidi coi glucidi, sta diventando la nostra amorosa e preoccupata mamma. […] Un panino sempre più accavallato, stratificato truccato, vera tomba del gusto. Quando i fuochi dentro (nelle case) si spengono, fuori si scatenano le delizie funerarie delle tavole fredde, delle anatomie di bocca» (ivi, p. 292-293).   E poco oltre, si chiede:   «La marcia del fast food, del “pasto veloce” sembra, almeno per il momento, inarrestabile: locali tipo  “Burghy” o “Burger” spuntano un po’ dappertutto. Il “Big Mac”, coi suoi due strati di carne e le tre fette di pane accompagnato dal solito cartoccio o vassoietto di patatine fritte, affascina le generazioni dei masticatori di gomma. Cosa mangeranno tra qualche anno gli adoratori di Mazinga? Quale sarà il cibo dei futuri figli dell’informatica?» (ivi, p. 307).   D’altronde, chi legge La compagnia dei Celestini sa bene che i panini di Barbablù non contengono neanche un’oncia di carne. Nella sua cucina, i Celestini vedono: «Solo ceste piene di cipolle marce, lastroni di polistirolo, vasche di truciolato e calderoni in cui questa misura bolliva miscelata con salse, coloranti e vari solventi» (cap. 22). Ma almeno Barbablù lo faceva per rimediare al rimorso e al pentimento di una vita passata al servizio del Conte.   Piero Camporesi, La terra e la luna. Alimentazione folclore società, nuova ed. accresciuta, [Milano], Garzanti, 1995. Collocazione: 20. G. 5558
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A Benni piace Barbablù
Avevamo già sfiorato il personaggio di Barbablù quando nella gallery dedicata a Il bar sotto il mare avevamo dedicato una scheda a Gilles de Rais, il personaggio storico che aveva ispirato a Perrault il protagonista dell’omonima fiaba e che era uno degli idoli del Conte Oleron nel racconto che porta il suo nome. Cogliamo questa occasione per segnalare la splendida illustrazione del personaggio offerta da Gustave Doré nel volume Il libro delle fate, che era stato origine dell’idea di realizzare la bibliografia Cercare le figure. Libri illustrati per ragazze e ragazzi nella Biblioteca dell’Archiginnasio: 1900-1950, che a sua volta aveva stimolato la realizzazione di una mostra omonima.   G. [!] Perrault, Il libro delle fate, illustrato con 40 grandi quadri [da] Gustavo Doré, Milano, Tipografia editrice lombarda, [188.]. Collocazione: BIANCHI H. 28
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Deodato e la Legge di Murphy
Se il personaggio di Barbablù ne La Compagnia dei Celestini incarna l’ambiguità degli adulti nei confronti dei bambini, Deodato è invece il simbolo di uno dei temi fondamentali del romanzo, la capacità degli ultimi di riscattare un destino sfortunato, lottando contro le imposizioni dettate dal destino o da chi ha il potere. Può il bambino più sfortunato del mondo diventare uno degli eroi della storia? La risposta, ci dice Benni, è positiva. E non tanto perché alla fine anche Deodato si rivela essere un campione di pallastrada - durante il gioco la sua cattiva sorte è completamente annullata - ma soprattutto perché è pronto a mettersi in gioco e a sfruttare la propria sfortuna per salvare gli amici, come quando nel capitolo 23 accetta di farsi schiacciare da una gigantesca lattina di Stracola per mettere fuori combattimento due energumeni razzisti. È la capacità di piegare alle proprie esigenze la leggendaria Legge di Murphy che, oltre ad avere suggerito un bestseller allo scrittore americano Arthur Bloch, ha ispirato allo sceneggiatore Roberto Recchioni il protagonista di una serie di fumetti. David Murphy è omonimo di colui che si dice abbia ispirato la famosa legge, e il 911 che segue il suo nome nel titolo è ovviamente il numero dedicato negli Stati Uniti ai casi di emergenza. David ha la stessa sfortuna di Deodato, ma come lui scopre che questo può diventare un dono. Dopo una prima serie di quattro albi più un prologo, usciti fra 2008 e 2009, il personaggio è tornato circa 10 anni dopo in una storia meno convincente che, come anticipa il titolo David Murphy. Make America Great Again, in sei fascicoli racconta dell’incontro del protagonista con il presidente Donald Trump.   David Murphy 911. Nel peggiore dei casi, [sceneggiatura di] Roberto Recchioni, [disegni di] Matteo Cremona, Modena, Panini Comics, 2020. Il volume contiene i primi quattro albi della serie e il prologo. Collocaizone: ARPE-MO. C. 2389
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La Compagnia va in TV
Durante le nostre escursioni nei libri di Benni ci è spesso capitato di parlare di fumetti, ma non avevamo ancora avuto l’occasione di gustarci un cartone animato. Lo facciamo adesso, perché La Compagnia dei Celestini ha ispirato una serie di cartoons di produzione italo-francese che è stata prodotta per cinque stagioni. Il titolo è mutato  - da La Compagnia dei Celestini a Street Football - nel progredire delle stagioni. La serie è disponibile su RaiPlay ma è uscita anche in DVD, come vediamo nell’immagine che accompagna questa scheda, che è la copertina del primo disco della serie, che contiene sei episodi (qui la copertina completa).   Il DVD non è posseduto dalla Biblioteca dell’Archiginnasio, ringraziamo la Biblioteca di Borgo Tossignano per averci fornito la riproduzione. Street football. La Compagnia dei Celestini. 1: L’amicizia di un capitano, [Roma], Rai Fiction, c2008, 1 DVD. Collocazione: Biblioteca di Borgo Tossignano, DVD CARTOON AMIDUC
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