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Album "Bar Sport"

In questa gallery raccogliamo documenti che illustrano la genesi e la vita editoriale del primo libro di Stefano Benni, Bar Sport (Mondadori, 1976), che fanno riferimento ai temi trattati nell’opera o hanno fornito una base informativa per l’autore.

Questa non vuole essere un’analisi scientifica ed esaustiva di fonti e documenti utilizzati dall’autore né tantomeno un’interpretazione critica.

Proponiamo il resoconto di un’esperienza di lettura e di ricerca nel patrimonio della nostra biblioteca (con alcune escursioni in altre raccolte documentarie). Non c’è quindi nessuna pretesa di una presentazione esaustiva dei molti argomenti e dei molti materiali che il testo potrebbe suggerire, ma la volontà di compiere una scelta sulla base di motivazioni anche episodiche.

Consci di non incarnare il Lettore Modello presupposto dal testo, del testo faremo un uso specifico piuttosto che darne un’interpretazione, secondo la distinzione posta da Umberto Eco in Lector in fabula (paragrafo 3.4, Uso e interpretazione, p. 59-60).

Dal momento che di Bar Sport sono state pubblicate numerose edizioni nei 50 anni trascorsi dalla sua prima pubblicazione, non indicheremo le pagine, ma il titolo del capitolo (o potremmo forse dire racconto) da cui sono tratte quelle parole. I singoli testi infatti sono sufficientemente brevi per permettere a chi lo volesse di rintracciare senza difficioltà la citazione in una qualunque edizione dell’opera.

I documenti utilizzati sono quasi totalmente conservati e consultabili presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Salvo dove diversamente specificato la collocazione indicata è quindi relativa a questa biblioteca.

Ricordiamo che esiste un sito ufficiale dedicato all’autore in cui oltre a notizie varie si possono trovare anche diversi testi da lui scritti, in particolare articoli pubblicati su riviste e quotidiani.

immagine di La camera ardente di Stefano Benni in Archiginnasio
La camera ardente di Stefano Benni in Archiginnasio
Cominciamo dalla fine. Sabato 13 settembre 2025 viene allestita la camera ardente di Stefano Benni, deceduto martedì 9 settembre, presso la Biblioteca dell’Archiginnasio.  Questa cerimonia, fortemente voluta dall’amministrazione cittadina e organizzata in uno dei luoghi più rappresentativi e istituzionali della cultura bolognese, è un importante riconoscimento all’importanza che Benni ha avuto nel panorama intellettuale degli ultimi 50 anni di una città da lui profondamente amata ma alla quale ha spesso riservato critiche e che a un certo punto ha anche deciso di abbandonare. Ma avremo modo di tornare su questi temi. Per ora basti la suggestione e questa foto che testimonia il grande numero di persone che hanno affollato il cortile dell’Archiginnasio in quella mattina di sabato per rendere l’ultimo omaggio allo scrittore. La registrazione dell’intera cerimonia è disponibile online.   La fotografia è tratta da: «il Resto del Carlino», 14 settembre 2025, p. 6-7 (vedi le pagine intere). Collocazione: 19/1  
immagine di Addio Lupo
Addio Lupo
Facciamo un passo indietro. La prima pagina della sezione bolognese de «il Resto del Carlino» del giorno successivo alla morte di Benni saluta lo scrittore con il suo soprannome più conosciuto e amato, Lupo. Le avventure del Lupo. La storia quasi vera di Stefano Benni è il titolo del documentario realizzato da Enza Negroni nel 2018 e che viene riproposto poco tempo dopo la morte dello scrittore in una proiezione organizzata dalla Fondazione Cineteca al Cinema Modernissimo. Fra le altre iniziative organizzate nei giorni immediatamente successivi alla morte dello scrittore, vale la pena ricordare la maratona di lettura organizzata all’Arena del Sole, che raccoglieva l’appello di Niclas, il figlio di Benni, a leggere i libri del padre. Per un artista come Benni, che non si è mai nascosto anche nell’intervenire su temi di attualità sociale, politica e culturale, un appello non banale a riscoprire la sua voce letteraria. Questo nostro percorso di lettura nasce anche dal desiderio di rispondere a questo invito.   «il Resto del Carlino», 14 settembre 2025, p. 1. Collocazione: 19/1
immagine di Intervista a Romano Montroni
Intervista a Romano Montroni
Naturalmente i giornali nei giorni successivi alla morte di Stefano Benni hanno intervistato importanti esponenti del mondo culturale, in particolare bolognese, che con Benni avevano avuto rapporti, per averne un ricordo. La prima pagina de «il Resto del Carlino» vista nell’immagine precendente, per esempio, anticipava le interviste a Stefano Bonaga e Italo Cucci (su cui tornermeo a breve) contenute nelle pagine interne. Fra le molte testimonianze ci fa piacere segnalare questa intervista a Romano Montroni che oggi è responsabile delle Librerie Coop che ospitano, nella sede di piazza Galvani, il nostro gruppo di lettura. Negli anni scorsi Montroni ebbe una stretta frequentazione con Benni, animatore di molte iniziative presso la Libreria Feltrinelli di Porta Ravegnana (come viene ricordato nell’intervista, dopo l’esordio con Mondadori Benni pubblicò soprattutto proprio con Feltrinelli) allora diretta da Montroni, che annuncia anche una festa per celebrare il cinquantenario della pubblicazione di Bar Sport. Dell’esperienza delle librerie Feltrinelli degli anni Novanta, Benni parla nella lunga conversazione con Goffredo Fofi pubblicata nel 1999 col titolo Leggere, scrivere, disobbedire (p. 82-83).   Fernando Pellerano, «Un vero genio, geloso della sua autonomia. Per i 50 anni di Bar Sport faremo una grande festa», «Corriere della sera. Ed. di Bologna», 10 settembre 2025, p 3. Collocazione: 19/6
immagine di Daniel Pennac in Archiginnasio
Daniel Pennac in Archiginnasio
Fra le molte personalità importanti intervenute alla Biblioteca dell’Archiginnasio per salutare Benni, spicca la presenza di Daniel Pennac, che dello scrittore bolognese era amico ed estimatore ricambiato. Dell’autore della saga dei Malaussène, Benni parla su sollecitazione di Goffredo Fofi:   «[Fofi]: Che ne pensi di Pennac, che molti giudicano il tuo rivale? [Benni]: Non è un rivale, l’ho portato io in Italia! A parte gli scherzi, siamo molto diversi. [...] Quello che ci accomuna è che anche lui è uno scrittore della sorpresa [...]. Potremmo quasi dire che tutt’e due vorremmo assomigliarci di più ma non ci riusciamo. Certo è probabile che un mio lettore ami anche Pennac. [...] Ed è stato molto bello vedere che, per una volta, uno scrittore che apprezzi ha successo: non avrei mai immaginato che ne avrebbe avuto tanto» (Leggere, scrivere, disobbedire, p. 103).   Piero Di Domenico, «Ma uno scrittore non muore mai». L’addio a Benni. Omaggio di Pennac. «Fratello di risate», «Corriere della sera. Ed. di Bologna», 14 settembre 2025, p. 5. Collocazione: 19/6  
immagine di Gli esordi nel giornalismo
Gli esordi nel giornalismo
Fra i molti che rievocano il proprio rapporto con Benni nei giorni della sua morte c’è Italo Cucci, che intervistato da Andrea Bonzi racconta su «il Resto del Carlino» di come sia stato proprio lui nel 1972 a fare entrare il futuro scrittore nella redazione del principale quotidiano cittadino. Lo sceglie infatti - quasi imponendolo all’interno di un periodico di pretto stampo conservatore - per scrivere alcuni articoli ironici sulle Olimpiadi estive di Monaco. I pezzi di Benni verranno sospesi dopo l’attentato contro gli atleti di Israele che segnò quella manifestazione, avvenuto nella notte fra il 4 e il 5 settembre. Nelle prossime immagini proponiamo due degli articoli di Benni, che se non costituiscono il suo esordio in campo giornalistico sono comunque fra i primi esempi del suo impegno sui periodici, che continuerà per tutto l’arco della sua carriera, in forme e con modalità molto varie. Proprio questa «scuola del pezzo breve» (Leggere, scrivere, disobbedire, p. 15) che è la scrittura giornalistica sarà fondamentale per la nascita di Bar Sport, non solo perché offrì a Benni una palestra in cui affinare la forma racconto, ma anche perché, più concretamente, molti dei racconti del libro vennero prima pubblicati su alcuni dei periodici con cui lo scrittore collaborava.   Andrea Bonzi, Gli esordi con il Carlino nel 1972. «I suoi Giochi unici e divertenti», «il Resto del Carlino», 10 settembre 2025, p. 5. Collocazione: 19/1
immagine di Stefano Benni, Tutti uniti per il bilancio (1972)
Stefano Benni, Tutti uniti per il bilancio (1972)
  Clicca per leggere l’articolo a una migliore risoluzione. Qui è possibile vedere la pagina intera.   Stefano Benni, Tutti uniti per il bilancio, «il Resto del Carlino», 30 agosto 1972, p. 11. Collocazione: 19/1   
immagine di Stefano Benni, Cento metri con pigiama (1972)
Stefano Benni, Cento metri con pigiama (1972)
  Clicca per leggere l’articolo a una migliore risoluzione. Qui è possibile vedere la pagina intera.   Stefano Benni, Cento metri con pigiama, «il Resto del Carlino», 2 settembre 1972, p. 11. Collocazione: 19/1       
immagine di Stefano Benni, Le avventure di Superberto («Metrò», 1984)
Stefano Benni, Le avventure di Superberto («Metrò», 1984)
Le collaborazioni di Benni con i giornali sono numerose. Particolarmente importante e ben conosciuta è quella con «il manifesto» nella seconda metà degli anni Settanta. Altre esperienze sono meno note ma testimoniano l’impegno dello scrittore nel giornalismo non solo come autore ma anche con ruoli di gestione. Presentiamo qui alcune pagine di «Metrò», un quindicinale uscito a partire dal 1984 di cui Benni è anche direttore responsabile. Queste poche pagine testimoniano che Benni continua a proporre brevi racconti ironici sui giornali anche quando ha già pubblicato diversi libri. Sono Le avventure di Superberto, un topo che vive a Bologna nel «2004, vent’anni dopo la nascita di Metrò» come viene detto nelle prime righe di questo primo racconto. Nel racconto che esce sul n. 3 del periodico (p. 4) il topo del futuro passa accanto alla Biblioteca dell’Archiginnasio:   «Da lì attenti: non imboccate il Pavaglione: troppo esposto e pericoloso. Vigili a frotte. Girate l’angolo sulla sinistra, costeggiando il muro di piazza Galvani. Poi tagliate a destra dove ci sono le strutture metalliche dei lavori in corso, fate il pezzo di Pavaglione passando sotto i tubi e, svelti, schizzate a destra per via Foscherari. Se siete topi di biblioteca, l’entrata per l’Archiginnasio è nella buchetta delle lettere di Bologna incontri. Ci sono parecchi amici che vanno pazzi per i tramezzini di carta vecchia, ma a me non gustano proprio»   Stefano Benni, Le avventure di Superberto, «Metrò. Quindicinale di informazione e spettacolo», n. 2, 17 febbraio 1984, p. 3. Collocazione: MISC. BB. 2393 (1984)
immagine di «Filmania»
«Filmania»
Una curiosità: come si vede nella testata che qui riportiamo, all’inizio degli anni Ottanta Benni è stato anche direttore responsabile di «Filmania», il mensile della Cineteca di Bologna. Il rapporto dello scrittore con il cinema è stato sempre molto stretto e più volte nelle interviste ne parla (si veda per esempio il capitolo Civiltà dell’immagine in Leggere, scrivere, disobbedire, p. 18-24).   «Filmania. Mensile di informazione cinematografica», III, n. 7, ottobre 1982. Collocazione: MISC. BB. 2859 (1982)
immagine di «Il Foglio di Bologna»
«Il Foglio di Bologna»
«[Fofi]: Tra le tante utopie del ’68 vanificate dalla politica c’era il grande discorso, che poi diventò solo poliziesco (o antipoliziesco), della controinformazione, l’utopia di avere dei propri media in grado di raccontare il mondo diversamente da come lo raccontavano la borghesia, il Potere, la sinistra storica e parlamentare». (Leggere, scrivere, disobbedire, p. 5)   «Il Foglio di Bologna» è un quotidiano che inizia le pubblicazioni il 3 giugno 1975 e che persegue lo scopo dichiarato da Fofi all’inizio della sua conversazione con Benni, cioè «l’utopia di avere dei propri media» alternativi a quelli più diffusi e che erano espressione dei diversi gruppi politici e di potere. Questo desiderio di porsi in maniera alternativa - e di raggiungere anche un pubblico diverso, con cui instaurare un dialogo collaborativo - viene dichiarata sulla prima pagina del primo numero nel breve trafiletto Chi sono i nostri lettori. Benni partecipa con entusiasmo a questo nuovo esperimento giornalistico, che però avrà vita breve. Il gruppo che lo anima, Benni compreso, continuerà il proprio lavoro fondando «Radio Città, che ha la sua ultima discendenza nell’odierna Radio Città Fujiko, per cui possiamo dire che trasmette ancora, dopo quasi cinquant’anni» (Valerio Minnella con Wu Ming 1 e Filo Sottile, Se vi va bene bene se no seghe. Dall'antimilitarismo a Radio Alice e ancora più in là, p. 161). Così Benni ricorda l’esperienza radiofonica:   «Passavo nottate a Radio città, la radio libera che insieme a Radio Alice raccontò quegli anni. Ricordo ancora quanto fu sconvolgente il giorno della morte di Francesco Lorusso. Ero alla radio, e a dare la notizia in diretta, per telefono fu Enrico Franceschini che ci telefonò un minuto dopo l’accaduto». (Stefano Benni, Dubbio, speranza, divertimento, in Ernesto Assante, 1977. Gioia e rivoluzione, p. 103-105: 104)   Ma l’impegno di Benni sul quotidiano fu fondamentale anche per la nascita di Bar Sport, come vedremo nella prossima scheda.   «Il Foglio di Bologna», 3 giugno 1975, p. 1. Collocazione: 19/509
immagine di Embrioni di Bar Sport / 1
Embrioni di Bar Sport / 1
A dispetto di quanto scritto sulla prima pagina, quello del 18 ottobre 1975 è l’ultimo numero di «Il Foglio di Bologna». L’esperienza è durata solo 117 numeri, qualche mese (non il «paio d’anni» ricordato da Minnella in Se vi va bene bene se no seghe, p. 161). Ma se il quotidiano si conquista qualche merito in un così breve lasso di tempo, a questi va sicuramente ascritto quello di avere ospitato un buon numero di racconti di Benni che poi confluiranno in Bar Sport. Ne forniamo di seguito un elenco (cliccando sul titolo è possibile leggere l’articolo): C'era una volta il cinema (8 giugno 1975): corrisponde al racconto Il cinema Sagittario. Il bimbo che compra il gelato (15 agosto 1975): corrisponde al racconto Il bimbo del gelato. Il nonno da bar (7 agosto 1975): in Bar Sport mantiene lo stesso titolo. Il ristorante rustico (9 settembre 1975): in Bar Sport è il titolo della prima parte del racconto «Conosco un posticino». Nell’ultima riga di questo articolo si annuncia la pubblicazione l’indomani di un pezzo sul ristorante di lusso. Non ne abbiamo trovata traccia né sul numero del 10 settembre né su altri fascicoli del quotidiano. In Bar Sport il pezzo viene recuperato e Il ristorante di lusso è il titolo della seconda parte del racconto citato. Incubi per un barista (17 agosto 1975): fra questi incubi ci sono Le due anziane signore alle quali è intitolato un paragrafo del capitolo Comparse. In Bar Sport duemila, di cui parleremo in conclusione di questa gallery, assistiamo a Il ritorno delle vecchiette nell’angolino. La trasferta a Firenze (19 agosto 1975): in Bar Sport ha il più generico titolo La trasferta ma il contenuto non cambia.   Qui potete sfogliare le pagine intere in cui si trovano non solo questi, ma anche altri racconti che non verranno riproposti nel libro. Come si può vedere questi testi sono firmati con lo pseudonimo Il Matto. Il nome di Benni compare però in alcuni comunicati della redazione, come quello presente in questo ultimo numero e quello del 3 settembre 1975.   «Il Foglio di Bologna», 18 ottobre 1975, p. 1. Collocazione: 19/509
immagine di Embrioni di Bar Sport / 2
Embrioni di Bar Sport / 2
Altri racconti che si ritrovano in Bar Sport escono su «Il Mago», una delle più importanti e durature riviste di fumetti nate in quegli anni. Eccone l’elenco: Il grande Pozzi (n. 19, ottobre 1973, p. 48-52): in questa occasione la rivista dedica la copertina al racconto di Benni. Viva Piva (n. 20, novembre 1973, p. 28-31): nel film Bar Sport, che uscirà nelle sale nel 2011 e di cui parleremo più avanti, sia questo racconto che Il grande Pozzi diventano due cortometraggi animati, raccontati agli avventori del bar da Claudio Bisio, che interpreta il tecnico. Nelle interviste che corredano il DVD, il produttore Giannandrea Pecorelli ricorda che questi due racconti erano già stati pubblicati su una rivista, senza specificare di quale si trattasse. Era appunto «Il Mago». Forse il fatto che fossero usciti in prima istanza su un periodico di fumetti, e fossero corredati da alcune illustrazioni, influenza l’idea di trasporli con il linguaggio dell’animazione. Disegnatore e regista dei due cortometraggi animati è Giuseppe Laganà. Al bar (n. 41, agosto 1975, p. 94-95): corrisponde al racconto Notte d’estate. I ricordi del professor Latorre (n. 45, dicembre 1975 p. 94-96): diventerà, con un certo numero di modifiche, il racconto Il professore. Tipi da bar: il bambino che compra il gelato (n. 49, aprile 1976, p. 33): corrisponde a Il bimbo del gelato. Come già visto, era già stato pubblicato l’anno precedente su «il Foglio di Bologna». Quando viene riproposto su «Il Mago» è appena uscito Bar Sport, che infatti viene promosso sulla pagina in cui si trova questo breve racconto.    La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede la rivista «Il Mago». Ringraziamo la Biblioteca Salaborsa per averci fornito le riproduzioni. «Il Mago. La rivista dei fumetti», II, n. 19, ottobre 1973, copertina. Collocazione: Biblioteca Salaborsa, PDEP* 741.5 MAG 1973
immagine di Stefano Benni, Bar sport (1976)
Stefano Benni, Bar sport (1976)
A questo punto non è più possibile differire il nostro incontro con Bar Sport, che esce nel marzo 1976 per l’editore Mondadori, grazie all’interesse di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, come ricorda Benni nell’intervista «La letteratura è come i sogni, abolisce le gerarchie». Un’intervista inedita a Stefano Benni (rilasciata a Graziano Graziani nel 2018 ma pubblicata solamente l’11 settembre 2025 sul periodico online «Lucy sulla cultura»). Benni non manca occasione di ricordare che quella «Mondadori era molto diversa, non era di Berlusconi» (Conversazione con Stefano Benni, in Scrittori a Verona. Conversazioni con Ippolita Avalli, Stefano Benni, Marco Lodoli, Sandra Petrignani e Sebastiano Vassalli, a cura di Stefano Tani, p. 41-66: 60). La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede questa prima edizione, presente in poche biblioteche del Polo Bolognese. Ancora meno sono le copie conservate integre, comprensive della sovracoperta realizzata da Ferruccio Bocca. Ringraziamo la Biblioteca comunale “Raffaele Pettazzoni” di S. Matteo della Decima per avercene fornito una riproduzione. Se osserviamo la sovracoperta distesa possiamo notare che nel risvolto viene citato un «krapfen ‘67» di cui non si trova traccia nel libro (quello citato in alcune pagine è un krapfen “anonimo”) mentre non si parla della Luisona, la storica pasta che dà il titolo al primo capitolo e che diventerà un simbolo così potente nell’immaginario che Benni anni dopo «in uno sketch [la] voleva uccidere, perché identificavano sempre e solo la sua scrittura con questa mirabile invenzione che apre Bar Sport» («La letteratura è come i sogni, abolisce le gerarchie». Un’intervista inedita a Stefano Benni).   Stefano Benni, Bar Sport, Milano, Mondadori, 1976. Collocazione: Biblioteca comunale “Raffaele Pettazzoni” di S. Matteo della Decima, *xx 853 BENN
immagine di Stefano Benni, Bar sport (1997)
Stefano Benni, Bar sport (1997)
La fortuna della Luisona è testimoniata dal fatto che comparirà spesso in molte delle copertine realizzate per le numerosissime edizioni del libro pubblicate in 50 anni. Quella che vediamo è la copertina di un’edizione economica del 1997, che viene riproposta in molte ristampe. L’esemplare qui riprodotto fa parte della 18° edizione del 2005. Bar Sport è l’esempio perfetto di quello che normalmente viene definito long seller, cioè un’opera che continua a vendere costantemente per un elevato numero di anni. Un aspetto molto importante per Benni:   «Quando ti accorgi che i tuoi libri cominciano a durare cinque, dieci, quindici anni, quella è la cosa che ti dà veramente forza nello scrivere. Non certo le critiche positive o le vendite, quelle sono dei begli accessori, ma la cosa importante è quando vedi le generazioni di lettori che cambiano e continuano a leggerti, allora quello è un dono impagabile». («La letteratura è come i sogni, abolisce le gerarchie». Un’intervista inedita a Stefano Benni)   Stefano Benni, Bar Sport, Milano, Feltrinelli, 1997 (18. ristampa del 2005). Collocazione: 17* AA. 851
immagine di Stefano Benni, Bar Sport. L'audiolibro (2020)
Stefano Benni, Bar Sport. L'audiolibro (2020)
Di Bar Sport è disponibile, nella biblioteca digitale Emilib a cui aderiscono le biblioteche del Comune di Bologna, anche l’audiolibro, letto da David Riondino. Non sorprende che anche nell’immagine che fa da “copertina virtuale” compaia una Luisona antropomorfizzata. Il 29 marzo 2011, quando il formato audiolibro era ben lungi dal diventare un fenomeno diffuso come lo è oggi, Benni pubblicò su «la Repubblica» l’articolo La magia della storia raccontata ad alta voce, in cui esprime pieno apprezzamento per questa nuova forma di diffusione della letteratura e delle storie che normalmente siamo abituati a leggere. Benni vede nell’ascolto del libro un modo di tornare alla magia del racconto orale, inteso anche come momento di comunità. L’articolo infatti amplia il discorso e dallo specifico dell’audiolibro passa a ragionare dell’incanto della lettura ad alta voce in generale. Non si tratta però di entusiasmo acritico: Benni era ben conscio che anche la lettura ad alta voce - che rimane comunque altra cosa rispetto al racconto orale, dal momento che si parte comunque da un testo scritto - deve essere “fatta bene”. «Come esistono i brutti libri, esistono i brutti audiolibri», scriveva in quell’occasione. Rileggendo questo articolo, acquista ancora più significato l’invito di Niclas Benni, a cui abbiamo già accenato in precedenza, a leggere i libri del padre ad alta voce, come è stato fatto durante la maratona di lettura organizzata all’Arena del Sole del 13 settembre 2025.   Stefano Benni, Bar Sport, letto da David Riondino, Emons Audiolibri/Feltrinelli, 2020.  
immagine di Le recensioni: Sergio Maldini, La vita è un bar
Le recensioni: Sergio Maldini, La vita è un bar
Vediamo le prime due recensioni di Bar Sport uscite sui giornali. Il 2 aprile 1976 su «il Resto del Carlino» Sergio Maldini scrive La vita è un bar, in cui ricorda gli esordi di Benni su quello stesso giornale in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 1972, di cui abbiamo già parlato. Maldini identifica nel mondo descritto nel libro una civiltà emiliana ancora legata a un mondo contadino che sta scomparendo. In realtà riletti oggi i racconti di Benni narrano forse sì un mondo che non c’è più e che si stava iniziando a sfaldare al momento della pubblicazione, ma che non sembra strettamente legato al mondo emiliano. Segio Maldini nel 1996 pubblicherà il romanzo Bologna brucia, la cui trama principale, pur all’interno di frequenti salti temporali nel passato o nel futuro, si svolge nella seconda metà degli anni Settanta, quindi nel periodo in cui viene pubblicato Bar Sport e che nella storia recente del capoluogo emiliano rappresenta un momento di fondamentale rilievo. Ma ne parleremo a breve. Qui è possibile vedere la pagina intera che contiene la recensione di Maldini.   Sergio Maldini, La vita è un bar, «il Resto del Carlino», 2 aprile 1976, p. 3. Collocazione: 19/1    
immagine di Le recensioni: L. Gol., La gaia galassia del Bar Sport
Le recensioni: L. Gol., La gaia galassia del Bar Sport
Pochi giorni dopo quella di Maldini, esce un’altra recensione sul «Corriere della Sera», intitolata La gaia galassia del Bar Sport e firmata L. Gol. Si tatta più che altro di un riassunto del libro, con ben pochi spunti critici. La conclusione sembra anzi ridurre il testo a un semplice esercizio comico, piccola oasi di consolazione nei tempi cupi che si stanno vivendo. Qui è possibile vedere la pagina intera che contiene la recensione.   L. Gol., La gaia galassia del Bar Sport, «Corriere della Sera», 18 aprile 1976, p. 14. Collocazione: 19/6
immagine di «Il cerchio di gesso»
«Il cerchio di gesso»
Non ne abbiamo parlato in maniera diretta ma lo abbiamo evocato in più di un’occasione. Il “Settantasette bolognese” è ormai una sorta di marchio che identifica non solo i fatti tragici del marzo di quell’anno - le contestazioni studentesche, la morte di Francesco Lorusso, gli scontri successivi alimentati da un intervento repressivo mai visto in precedenza - ma anche gli anni precedenti e seguenti questi eventi. Anni fatti di lotta politica ma anche, come sottolinea Benni in più di un’occasione, ricchi di creatività, immaginazione, proposte culturali che non solo sono state dirompenti sul momento ma, soprattutto, hanno avuto la capacità di segnare il mondo artistico e letterario nazionale e internazionale nei decenni successivi. Da quello che viene per semplicità definito il Movimento, nascono opere e autori capaci di quel «successo “lungo”» (Conversazione con Stefano Benni, in Scrittori a Verona. Conversazioni con Ippolita Avalli, Stefano Benni, Marco Lodoli, Sandra Petrignani e Sebastiano Vassalli, p. 41-66: 62) che come già visto è per Benni il segnale della qualità della proposta. Bar Sport esce esattamente un anno prima dei fatti del marzo 1977. L’esordio di Benni - in letteratura e nel giornalismo - si inserisce quindi in questo momento di grande vitalità di Bologna. Abbiamo già visto lo scrittore frequentare le stanze di Radio Città, lo abbiamo seguito nella collaborazione a un esperimento giornalistico innovativo come «Il Foglio di Bologna», abbiamo accennato al suo duraturo lavoro a «il Manifesto». Aggiungiamo qui un ulteriore tassello di questo puzzle, ricordando la collaborazione con un periodico che nasce proprio in quell’anno e che, pur non essendo il classico foglio di Movimento, discusse con profondità i temi che uscivano dalla protesta studentesca. Si tratta de «Il Cerchio di gesso», sulle cui pagine Benni scrive alcune poesie, grazie ai rapporti che intratteneva con Roberto Roversi. Torneremo sui testi di Benni presenti nel periodico e sul suo rapporto con Roversi quando leggeremo le sue poesie. Nel 2018 la Biblioteca dell’Archiginnasio ha digitalizzato e messo online l’intera collezione del periodico, arricchendo il lavoro con contributi saggistici e documentari che possono essere letti in una sezione specifica del sito della biblioteca. L’immagine mostra la copertina del primo numero del periodico, uscito nel giugno 1977.   «Il cerchio di gesso», n. 1, giugno 1977, copertina. Collocazione: A. 2408
immagine di Ignazio Maria Gallino, 1965-1985. Venti anni di controcultura
Ignazio Maria Gallino, 1965-1985. Venti anni di controcultura
«Il Cerchio di gesso» partecipa all’incredibile proliferazione di pubblicazioni periodiche che caratterizza la seconda metà degli anni Settanta in Italia.   «Privi di regolare periodicità, privi di una struttura redazionale fissa, generalmente privi di autorizzazione legale (bastava dichiarare di essere supplemento a un organo di stampa consenziente), questi fogli erano espressione di una creatività sociale che nasceva all’interno del movimento in trasformazione e si intrecciava strettamente con le forme nuove di comunicazione, come le radio libere, i concerti di musica punk o sperimentale, i primi centri sociali occupati». (Franco Berardi “Bifo”, I fogli di movimento, in Ignazio Maria Gallino, 1965-1985. Venti anni di controcultura, p. 588).   «Il Cerchio di gesso» ha in realtà caratteristiche in parte diverse rispetto ai fogli periodici più estremi, ma dialoga col Movimento e quindi, come vediamo in questa immagine, viene citato nel libro da cui è tratta la citazione di Bifo. Libro che vale la pena scoprire, in quanto si tratta di una straordinaria raccolta di documenti - periodici, manifesti, volantini - prodotta dai movimenti della controcultura e della controinformazione nel ventennio 1965-1985. Un lavoro di altissimo valore e interesse che, oltre a numerosi testi di approfondimento, offre una raccolta iconografica capace di rendere la ricchezza di questa produzione spesso effimera e raramente conservata in archivi e biblioteche.   Ignazio Maria Gallino, 1965-1985. Venti anni di controcultura. Frammenti storici dell'underground italiana: memorie opuscoli periodici volantini manifesti ciclostilati fogli di controinformazione dei movimenti "underground" alternativi e giovanili italiani, Milano, Ignazio Maria Gallino, 2016. Collocazione: 20. Y. 1677
immagine di Stefano Benni, Comici spaventati guerrieri (1986)
Stefano Benni, Comici spaventati guerrieri (1986)
Comici spaventati guerrieri è il romanzo in cui Benni racconta in maniera più diretta, a distanza di quasi 10 anni, il Settantasette bolognese:   «In questo libro io ho fatto questo tentativo e questa scoperta: sono andato fino in fondo e credo che questo libro mi abbia fatto capire quant’ero fortunato a potere vivere quel momento politico e culturale dell’Italia nel mio ruolo di scrittore. Quanto potevo fare, insomma, quanto potevo... “essere utile”, quanto potevo immaginare, quanto potevo contribuire alla diffusione delle idee del ’77». (Conversazione con Stefano Benni, in Scrittori a Verona. Conversazioni con Ippolita Avalli, Stefano Benni, Marco Lodoli, Sandra Petrignani e Sebastiano Vassalli, a cura di Stefano Tani, p. 41-66: 44)   Nel 1989 da questo libro Benni ha anche tratto - e diretto insieme a Umberto Angelucci - «un film di nessun successo, perché non l’hanno neanche distribuito» (ivi, p. 46), intitolato Muscica per vecchi animali. Il film, nonostante la presenza di attori di fama come Dario Fo e Paolo Rossi, è stato proiettato solo in alcuni festival e mai distribuito, neanche in DVD o altro supporto. Oggi è integralmente disponibile online.   Stefano Benni, Comici spaventati guerrieri, Milano, Feltrinelli, 1986. Collocazione: ANCESCHI. E, 003, 005
immagine di Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini (1980)
Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini (1980)
Goffredo Fofi in Leggere scrivere disobbedire (p. 7) osserva che Bar Sport e altri testi di Benni sono arrivati prima di quelle che oggi sono considerate le più importanti narrazioni romanzesche del movimento studentesco della seconda metà degli anni Settanta: Boccalone. Storia vera piena di bugie di Enrico Palandri («Il suo libro, e Porci con le ali, cretinata che non lessi mai, allora andavano fortissimo», dice Filippo Scòzzari nel breve testo In genere erano orrori, contenuto in Ernesto Assante, 1977. Gioia e rivoluzione, p. 51-54: 51) e, soprattutto, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, di cui vediamo a fianco la famosissima (“iconica”, si direbbe oggi) copertina. La Biblioteca dell’Archiginnasio possiede alcune copie della prima edizione di quest’ultimo testo, uscita nel 1980. Quella conservata nel fondo librario donato alla biblioteca dagli eredi di Emilio Mattioli, docente di Poetica e Retorica all’Università di Bologna, riporta sul frontespizio una dedica manoscritta dello scrittore. Nel volume sono anche conservate due recensioni uscite subito dopo la pubblicazione dell’opera di Tondelli, evidentemente conservate dallo studioso. Le recensioni sono Carriere di libertini di Giuliano Gramigna («Corriere della Sera», 24 febbraio 1980, p. 10) e Processo per bestemmie e rock’n roll di Natalia Aspesi («la Repubblica», 9 marzo 1980, p. 12).   Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, Milano, Feltrinelli, 1980. Collocazione: MATTIOLI. A. 4
immagine di Enrico Brizzi, Paolo Bacilieri, Vincenzo Filosa, Joker. Strategia della tensione (2024)
Enrico Brizzi, Paolo Bacilieri, Vincenzo Filosa, Joker. Strategia della tensione (2024)
In questa immagine vediamo la copertina del fumetto Joker. Strategia della tensione, sceneggiato da Enrico Brizzi e disegnato da Paolo Bacilieri, con i colori di Vincenzo Filosa. È necessario spiegare il contesto in cui nasce quest’opera. Nel 2021 la casa editrice DC Comics lancia un progetto molto particolare: realizzare 14 storie di Batman ambientate in 14 diversi paesi e realizzate da autori di quello stesso paese. Ne nasce il volume Batman. Il mondo. La storia italiana, ambientata a Roma, è sceneggiata da Lorenzo Bilotta e disegnata da Nicola Mari, con i colori di Giovanna Miro. Oltre che nel volume collettivo appena citato, viene pubblicata anche, in un formato più grande, in un libro a sé: Batman Ianus. Nel 2024 questa operazione viene riproposta mettendo al centro dell’attenzione il grande antagonista di Batman, Joker. Il volume colletivo, in continuità con l’esperimento precedente, ha per titolo Joker. Il mondo. La storia italiana, come già visto, viene affidata alla penna di Enrico Brizzi che in maniera naturale colloca il personaggio non solo a Bologna, ma nella Bologna del Settantasette. Il motivo è spiegato nella prima tavola: l’idea di rifugiarsi in Emilia nasce nel super-criminale leggendo Hemingway - per il quale Bologna è una città dura in cui si mangia magnificamente - e si rivela particolarmente azzeccata perché, come spiega lo stesso Joker, «questa città è anche il nido ideale per un uccel di bosco come il sottoscritto. Un espatriato. Un fuggitivo. Un esiliato da Gotham che aspira a una vita nuova». Ritorna in queste parole un diffuso leitmotiv riguardante la Bologna degli anni Settanta, luogo ideale per nascondersi:   «È la città giusta per vivere da clandestini. In qualunque altro posto un ragazzo strano, con un accento strano, che entra ed esce di casa a tutte le ore del giorno e della notte e non si sa chi è, che cosa fa e di che vive e a volte sparisce e poi torna, sarebbe stato notato da qualcuno, ma all’Università no». (Carlo Lucarelli, Il caso Alinovi, in Id., Mistero in blu, p. 3-29: 26)   Non che Joker si nasconda, visto che finisce per insegnare all’Università. Ma proprio questa esagerazione serve a confermare che la città in quel momento poteva accettare qualunque situazione eccezionale e fornire uno spazio di espressione, paradossalmente anche istituzionale, a chi aveva la forza e l’immaginazione di proporre idee conflittuali con l’ordine prestabilito dalle istituzioni di potere. Brizzi, nell’intervista contenuta in questo volume, dice: «al DAMS un professore come Joker sarebbe andato fortissimo!». L’aspetto interessante è che ancora oggi, dopo 50 anni, quel periodo della storia bolognese continua a fecondare l’immaginazione degli artisti - scrittori e disegnatori, non dimentichiamo che quelli furono anni di grande crescita per il fumetto - e a proporsi come scenario credibile e stimolante per storie che riflettano sul rapporto fra il Potere e chi lo combatte.    Enrico Brizzi, Paolo Bacilieri, Vincenzo Filosa, Joker. Stategia della tensione, Modena, Panini, 2024. Collocazione: ARPE-MO. D. 761
immagine di Enrico Brizzi, Paolo Bacilieri, Vincenzo Filosa, Joker. Strategia della tensione (2024)
Enrico Brizzi, Paolo Bacilieri, Vincenzo Filosa, Joker. Strategia della tensione (2024)
Ancora una tavola dal fumetto sceneggiato da Brizzi e disegnato da Bacilieri. Siamo nei momenti che precedono uno scontro di piazza e la sceneggiatura sceglie di porre in primo piano il linguaggio tipico di quegli anni e di quelle situazioni: una serie di slogan vengono urlati dai manifestanti. Quegli slogan esprimono il pensiero del Movimento in maniera sintetica e sono ormai entrati nell’immaginario comune. La più volte citata conversazione di Benni con Stefano Tani contenuta in Scrittori a Verona, è in realtà un dialogo a più voci dal momento che lo scrittore, oltre che alle domande di Tani, risponde anche a quelle di un gruppo di studenti. In due occasioni gli viene chiesto un commento su due degli slogan più famosi: «l’immaginazione al potere» (p. 52) e «una risata vi seppellierà» (p. 60). Un segnale che anche nei più giovani è radicata l’idea che quel tipo di linguaggio era tipico di quel periodo e di quella forma di protesta. Anche il citato libro di Ignazio Maria Gallino, 1965-1985. Vent’anni di controcultura, dedica una pagina - al centro della quale campeggiano le due torri bolognesi - agli slogan che, oltre a essere urlati durante le manifestazioni, venivano scritti sui muri. Il fumetto su Joker è costellato di piccole scritte sui muri, quasi per invitare il lettore a cercarle e riconoscerle.   Enrico Brizzi, Paolo Bacilieri, Vincenzo Filosa, Joker. Stategia della tensione, Modena, Panini, 2024. Collocazione: ARPE-MO. D. 761
immagine di Il vero Bar Sport
Il vero Bar Sport
Non è certo quale sia stato il bar che ha ispirato il libro di Benni. In realtà è probabile che non esista un modello ma che l’insieme dei racconti nasca da esperienze di bar diversi, o meglio ancora da un sentimento della vita da bar che non può essere limitata a un solo locale. Chi però ha voluto giocare a individuare il bar «ispiratore», come Fernando Pellerano nell’articolo Nel vero «Bar Sport» di Stefano Benni: «Vintage per scelta e mai per moda, era l'ultimo rifugio del Lupo», ha spesso segnalato il Bar Billi al Meloncello, locale storico e sicuramente l’ultimo frequentato con una certa costanza dallo scrittore. I titolari sono stati anche intervistati da Alice Pavarotti per un articolo pubblicato su «il Resto del Carlino». Noi suggeriamo un altro esercizio commerciale oggi non più esistente, il Bar Otello, che nel 1979 viene raccontato in presa diretta da Stefano Canestrari nell’articolo Linguaggio, speranze, malinconia, umorismo e rabbia dei tifosi del Bar Otello, un lunedì dopo la partita e un sabato prima della partita, da cui è tratta la foto a fianco e che viene pubblicato su «Bologna incontri», mensile dell’Ente provinciale per il turismo di Bologna. L’autore registra (o finge di registrare, anche in questo caso ci troviamo in un  territorio tra il serio e il faceto che vuole però raccontare una realtà vera e documentabile) le chiacchiere degli avventori del «santuario della tifoseria locale: il Bar Otello, dietro Piazza maggiore)» (p. 45). Il tema dell’articolo infatti è il calcio, o meglio il rapporto dei tifosi con la principale squadra di calcio cittadina, il Bologna F.C., ma spesso il discorso prende pieghe impreviste fra politica, economia e le onnipresenti proteste di piazza: «Se lei pensa che l’altra domenica ci è toccato andare allo stadio a piedi, che c’era lo sciopero degli autobus per i disordini e per le violenze», dice un «signore anziano» (p. 50). Il Bar Otello non si fa naturalmente mancare il suo «tennico» che, dal proprio posto di vedetta sull’entrata del locale, si erge a paladino popolare contro la malagestione delle istituzioni e la malainformazione televisiva: «Ognuno dovrebbe prendersi le sue responsabilità. Io me le prendo pubblicamente, mentre quelli là, quelli che tirano le fila e quelli della T.V., questo coraggio non l’hanno mai trovato!» (p. 49). Naturalmente non sappiamo neanche se Benni abbia mai messo piede in questo bar, ma di sicuro vi avrebbe trovato i tipi umani e le infinite chiacchiere su cui costruisce Bar Sport.   Stefano Canestrari, Linguaggio, speranze, malinconia, umorismo e rabbia dei tifosi del Bar Otello, un lunedì dopo la partita e un sabato prima della partita, «Bologna incontri. Mensile dell'Ente provinciale per il turismo di Bologna», X, n. 1, gennaio 1979, p. 45-50. Collocazione: 19/408
immagine di Giuseppe Maria Mitelli, Gioco nuovo di tutte l'osterie (1712)
Giuseppe Maria Mitelli, Gioco nuovo di tutte l'osterie (1712)
Superati i capannelli degli avventori che chiacchierano sulla soglia, prima di entrare al bar diamo un’occhiata a come si presenta all’esterno:   «L’insegna BAR SPORT era molto bella, e il padrone del bar, Antonio detto Onassis, l’aveva pagata sessantamila lire nel lontano ′65. Quel giorno era lunedì» (L’insegna).   La pubblicità, si sa, è l’anima del commercio. L’insegna è dunque una parte importante, per non dire fondamentale, di un locale. Questo è vero per il Bar Sport al centro dei racconti di Benni, nonostante le vicissitudini che capitano alle lettere che ne formano il nome e a tutti gli impianti elettrici del circondario. Ma questa massima non era meno vera in passato, quando l’illuminazione elettrica ancora non esisteva. Ce lo dimostra un’incisione di Giuseppe Maria Mitelli, il Gioco Nuovo di tutte le Osterie di Bologna, datata 1712. Si tratta di una sorta di Gioco dell’oca in cui a ciascuna delle cinquantanove caselle (tranne due di penitenza, la 36 e la 44) è associata l’insegna di una delle osterie di Bologna, accompagnata dalla sua specialità più pregiata. Si nota, tra le tante, l’Osteria del Sole, in cui secoli dopo si sarebbero riuniti cantautori bolognesi come Dalla e Guccini e che ancora oggi è attiva. Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718) è stato un artista e prolifico incisore bolognese. Figlio del pittore Agostino, e da lui a bottega, diverrà celebre per le sue illustrazioni comiche e farsesche di eventi pubblici e politici – dalle manifestazioni religiose bolognesi alla guerra contro gli Ottomani – di massime, proverbi, riflessioni filosofiche, rebus e – come appunto in questo caso – di curiosi giochi da tavolo. La Biblioteca dell’Archiginnasio conserva numerose opere di Mitelli, fra le quali un quaderno di bozzetti e caricature di sua mano.    Giuseppe Maria Mitelli, Gioco Nvovo Di Tutte L'Osterie, Che Sono In Bologna, Con Le Sue Insegne E Sue Strade; Qual'È Quasi Simile À Qvello Dell'Ocha; E Tutti Li Giocatori Potranno Farsi Una Buona Cena, Se Havranno Denari, [Bologna, s.n., 1712], acquaforte, 317x490 mm. Collocazione: Goz.1/I 116
immagine di Giuseppe Maria Mitelli, Ben tardo esce 'l Poltron fuor della casa (1683)
Giuseppe Maria Mitelli, Ben tardo esce 'l Poltron fuor della casa (1683)
«Nelle taverne ci si fermava a duellare e a schiaffeggiarsi con i guanti. D’Artagnan sfidava e uccideva tutti quelli che sorprendeva a giocare a flipper, perché il rumore lo mandava in bestia.In queste taverne, che avevano nomi come “Il Gallo d’oro”, “L’oca irsuta”, “Il Buco del diavolo”, si beveva in coppe pesantissime alte fino a mezzo metro, intarsiate di rubini e zaffiri, con olive gigantesche come cocomeri». (Dal capitolo introduttivo di Bar Sport)   Tra le molte bizzarre incisioni di Giuseppe Maria Mitelli conservate nel Gabinetto Disegni e Stampe della Biblioteca dell’Archiginnasio, si trova anche un ciclo di sei immagini intitolato L’onorata vita del poltrone: sei immagini che raccontano, in tono ironico ma non senza giudizio, la vita di uno sfaccendato nella Bologna del Settecento.Tutte le incisioni sono accompagnate da un’ottava. Nella seconda immagine della serie, qui riprodotta, si legge: «Ben tardo esce ’l Poltron fuor de la casa | E à l’acqua Vita corre, et al Tabacco». Mitelli sembra mettere in scena, in effetti, una tranche de vie che non sfigurerebbe in Bar Sport: in una locanda, tra bottiglie e tabacchi, un oste, serio e dall’aria scocciata, guarda lontano mentre versa da bere al «poltrone» che, nel frattempo, lo sta annoiando con le sue chiacchiere.   Giuseppe Maria Mitelli, Ben tardo esce 'l Poltron fuor della casa, E à l'acqua Vita corre, et al Tabacco, vuol d'ogn'ampolla..., [Bologna, s.n., 1683], acquaforte, 275x195 mm. Collocazione: Goz.1/III 020
immagine di Antonio Fausto Naironi, De saluberrima potione cahve, seu cafe (1671)
Antonio Fausto Naironi, De saluberrima potione cahve, seu cafe (1671)
È arrivata l’ora di entrare al Bar Sport. La prima cosa che incontriamo, elemento fondante della vita da bar, è il caffè. Così recita quello che Fernando Pellerano ha definito «geniale incipit» del libro:   «L’uomo primitivo non conosceva il bar. Quando la mattina si alzava, nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè. Ma il caffè non era stato ancora inventato e l’uomo primitivo aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione scimmiesca».   Anche Comici spaventati guerrieri si apre con il caffè, o più precisamente con la caffettiera, in primo piano. Nella prima pagina del romanzo un uomo del futuro, guardando al nostro tempo, afferma:   «Il paesaggio era molto diverso dal nostro. In agglomerati di abitazioni chiamati città vivevano milioni di uomini dentro case altissime e uguali. Nell’era detta del Vecchio con la Caffettiera (dal nome del più antico reperto trovato) risulta che esse fossero più densamente abitate nelle zone dell’anello esterno, le cosiddette periferie». (Stefano Benni, Comici spaventati guerrieri, p. 9)   Nelle prime scene del già citato film tratto da questo libro, Musica per vecchi animali, la Civiltà della Caffettiera viene evocata non solo dalle parole ma anche dal graffito di un uomo che regge una cuccuma. Anche nei tentativi di bar preistorici descritti nella prima pagina di Bar Sport, uno dei passatempi era «farsi sui muri delle caricature, che tra di loro chiamavano scherzosamente graffiti paleolitici». Al di là dell’ironia sottesa a questi esempi, Benni utilizza «questo oggetto semplice, la caffettiera» come oggetto capace di generare, in futuro, «una potenziale storia del passato» (Conversazione con Stefano Benni, in Scrittori a Verona. Conversazioni con Ippolita Avalli, Stefano Benni, Marco Lodoli, Sandra Petrignani e Sebastiano Vassalli, p. 41-66: 47). La caffettiera e il suo contenuto costituiscono quindi un simbolo della naturale necessità umana a vivere in società e alla creazione di comunità, che se nel nostro tempo si è concretizzata in quella che banalmente abbiamo definito “vita da bar”, è sempre stata (ma forse non sempre lo sarà, sembra dirci Comici spaventati guerrieri) connaturata al consumo del caffè. Questa è la copertina del «primo trattato interamente dedicato al caffè, che fu pubblicato a Roma nel 1671. Prima di lui solo l’accenno di qualche botanico in volumi per specialisti sulle piante esotiche, dopo di lui una produzione sempre più vasta», come ci informa Lucio Coco nella Nota introduttiva premessa alla più recente traduzione di quest’opera (L’arte di bere caffè, p. 7-16: 7). Antonio Fausto Naironi è il nome latinizzato di Mehrej Ibn Nimrûm, padre maronita di origine libanese ma nato nel 1628 a Roma, dove si era trasferita la famiglia. Oltre che alle virtù della pianta e della bevanda, «Naironi è attento anche all’aspetto sociale e relazionale implicato nel rito del caffè» (ivi, p. 13). L’uso di bere il caffè infatti si diffonde in Europa all’inizio del Seicento, ma nei paesi del Medio Oriente, in particolare in Egitto, da quasi due secoli veniva «venduto in locali pubblici non diversamente dal vino presso di noi»(Prospero Alpino, De plantis Aegypti liber, cap. 16, citato da Coco nella Nota introduttiva, p. 9).   Il volume è integralmente consultabile online. Antonio Fausto Naironi, De saluberrima potione cahue, seu cafe nuncupata discursus Fausti Naironi Banesii Maronitæ, linguæ Chaldaicæ, seu Syriacæ in almo vrbis archigymnasio lectoris, Romæ, typis Michaelis Herculis, 1671. Collocazione: 10-SC.MEDICHE H 04, 065
immagine di Giuseppe Filosi, Albero di Caffè - Pianta di Aloe - Albero di dattero (sec. XVIII)
Giuseppe Filosi, Albero di Caffè - Pianta di Aloe - Albero di dattero (sec. XVIII)
Celebriamo il caffè - la pianta, la bevanda, il locale in cui viene consumato - con alcune incisioni tratte dalle nostre raccolte.   Clicca sulla collocazione per vedere l’immagine a una migliore risoluzione. Giuseppe Filosi, Albero di Caffè - Pianta di Aloe - Albero di dattero, [In Venezia, presso Giambattista Albrizzi, 1738, acquaforte, 175x290 mm. Collocazione: Cartone III 1/20
immagine di Giuseppe Filosi, Ramo d'un albero di caffè cò suoi fiori e frutti (1738)
Giuseppe Filosi, Ramo d'un albero di caffè cò suoi fiori e frutti (1738)
Clicca sulla collocazione per vedere l’immagine a una migliore risoluzione. Giuseppe Filosi, Ramo d’un albero di caffè cò suoi fiori e frutti, [In Venezia, presso Giambattista Albrizzi, 1738], acquaforte, 182x330 mm. Collocazione: Cartone III 1/19
immagine di Giuseppe Cassano, Turchia asiatica. Un caffé nelle campagne di Smirne (1857)
Giuseppe Cassano, Turchia asiatica. Un caffé nelle campagne di Smirne (1857)
Clicca sul titolo per vedere l’immagine a una migliore risoluzione. Giuseppe Cassano, Turchia asiatica. Un caffé nelle campagne di Smirne, lit. color., foglio 256x181 mm. L’immagine si trova in: Geografia storica moderna universale. Corografica, politica, statistica, industriale e commerciale, scritta sulle traccie [!] di Adriano Balbi ... [et al.], per cura di una societa di dotti letterati fra i quali Nicolo Tommaseo ... [et al.], Vol. 3, Milano, F. Pagnoni ; Napoli, G. Marghieri, 1857. Collocazione: 33. A. 31 / 3
immagine di Hjalmar Mörner, Un Caffè di Napoli (1828)
Hjalmar Mörner, Un Caffè di Napoli (1828)
Clicca sulla collocazione per vedere l’immagine a una migliore risoluzione. Hjalmar Mörner, Un Caffè di Napoli, Bologna, Litog. Bertinazzi, 1828, litografia, foglio 266x387 mm. Collocazione: Cart. P 01
immagine di Alexandre Martin, Manuale del dilettante del caffè (1830)
Alexandre Martin, Manuale del dilettante del caffè (1830)
Non solo preparare il caffè è un’arte, ma anche per servirlo e degustarlo nel modo giusto bisogna essere preparati. Ben venga quindi un manuale che istruisca i dilettanti perché, come si dice nell’introduzione al volume, «Dal portinaio sino al proprietario, dall’impiegato sino al gran signore, tutti indistintamente prendono del caffè».   «Il nostro Manuale indicherà loro alcune preparazioni facili ed economiche, alcuni processi provati sull’abbrustolimento, sulla polverizzazione e infusione del caffè. Non sarà colpa dell’autore se quind’innanzi non si prende un eccellente caffè».   Clicca per vedere l’immagine a una migliore risoluzione. Il testo è consultabile integralmente online. Alexandre Martin, Manuale del dilettante del caffè ossia l'arte di prender sempre del buon caffè. Opera contenente parecchi processi nuovi, facili ed economici per preparare il caffè, e renderne la bevanda piu sana e piu gradevole, Venezia, presso Stefano Minesso, 1830. Collocazione: 14. C. V. 38
immagine di «Il Caffè di Petronio»,
«Il Caffè di Petronio»,
Il Caffè - inteso come esercizio pubblico in cui ci si reca a consumare questa bevanda - è diventato dal XVIII secolo in avanti, in Europa, simbolo di vita sociale e luogo elettivo di discussione intelligente e libera da censure. Per questo motivo la parola «Caffè» si ritrova in moltissime testate di riviste, a partire da quella forse più famosa, «Il caffè ossia Brevi e varii discorsi distribuiti in fogli periodici», fondata dai fratelli Pietro e Alessandro Verri a Milano e pubblicata dal 1764 al 1766. Anche Bologna ha avuto il suo periodico intitolato alla bottega del caffè, uscito prima nel 1825 poi ripreso negli anni 1839-1842: «Notizie teatrali, bibliografiche e urbane ossia il caffè di Petronio», poi divenato «Il Caffè di Petronio. Notizie artistiche letterarie ed urbane». Il dialogo che nel primo numero pubblicato presenta il giornale al pubblico, spiega che Petronio è il caffettiere veneziano, da poco giunto a Bologna, che in virtù del suo mestiere ne ha viste molte e molte ne ha da raccontare: «in te la mé vita delle storiele da contar ghe n’ho guadagnà assae, ma dei bezzi pocheti» (p. 2). Il nome del personaggio richiama naturalmente quello del Santo Patrono della città. Si sottolinea quindi con queste parole come il caffè sia il luogo migliore per avere le notizie, sia perché vi ferve la discussione, sia perché vi si trovano, appunto, tutti i giornali della città, a cui si andrebbe ad aggiungere questo nuovo nato. In realtà, i dialoganti cercano, invano, di sconsigliare il signor Eusebio, giornalista, a intraprendere l’impresa di stampare un’ennesima nuova pubblicazione periodica, perché ce ne sono già troppe e perché - come dice il francese Monsù Decina proponendo una polemica che evidentemente non è solo dei giorni nostri - «L’Italia est un tres beau pays, mais qui non legge guère» (ibidem).   «Notizie teatrali, bibliografiche e urbane ossia il caffe di Petronio», 1825. Collocazione: 17. R. IV. 9   «Il Caffè di Petronio. Notizie artistiche letterarie ed urbane», 1839-1842. Collocazione: 17. R. IV. 10
immagine di Heinrich Eduard Jacob, Biografia del caffè (1936)
Heinrich Eduard Jacob, Biografia del caffè (1936)
Il caffè ha influenzato così a fondo le abitudini non solo alimentari, ma anche sociali dell’uomo, che si merita una biografia, come spiegato nell’introduzione al volume di cui vediamo qui la sovracoperta.   Heinrich Eduard Jacob, Biografia del caffè, traduzione e aggiunta sul caffè e i caffè in Italia di Aldo Oberdorfer, Milano, V. Bompiani, 1936. Collocazione: 34. C. 2634  
immagine di Incontro con il caffè (1987)
Incontro con il caffè (1987)
Anche in tempi moderni la vita sociale che si sviluppa attorno a una tazzina di caffè, nei locali pubblici come negli spazi privati, ha ispirato gli artisti, come testimonia questo catalogo di una mostra tenutasi a Milano nel 1987. In copertina un dipinto di Aligi Sassu del 1941. Nelle pagine introduttive del volume la prefazione di Alberico Sala è seguita dall’elenco dei 28 pittori le cui opere sono state esposte in quell’occasione.   Incontro con il caffè: nell'interpretazione di 28 pittori, [a cura di Antonio Carbè], [Milano], Centro Luigi Lavazza per gli studi e le ricerche sul caffè, stampa 1987. Collocazione: ARCANGELI C. 1080
immagine di La Luisona di Topolino
La Luisona di Topolino
Insieme al caffè ci vuole una pasta. Anzi, la pasta per eccellenza. La Luisona, una di quelle invenzioni che sono «entrate nel vocabolario di più di una generazione» (Graziano Graziani, “La letteratura è come i sogni, abolisce le gerarchie”. Un’intervista inedita a Stefano Benni).   «Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una». (La Luisona)   Quello del bar i cui prodotti sono tanto vecchi da diventare cimeli è un luogo comune non raro nella letteratura comica o di genere. Tanto diffuso da arrivare sulle pagine di Topolino. Qui, però, vista l’ambientazione americana, il locale diventa una tavola calda - il Little Caesar - e non si parla più di paste o dolci, ma, come si vede nell’immagine, di hamburger e polpette. Più in particolare, lo ritroviamo nella rivista mensile «Mickey Mouse Mystery Magazine»: un vero e proprio spin off del settimanale Disney che tutti conosciamo, dalle tinte, però, molto più cupe, ai limiti dell’hard boiled e orientato verso un pubblico più maturo. Un esperimento editoriale che durerà meno di due anni (12 numeri usciti fra maggio 1999 e marzo 2001), ma che, come dimostrano anche le recenti ristampe conservate tra i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio, è rimasto nel cuore dei lettori. Qui potete vedere una serie di tavole in cui compare la gag relativa alla scarsa freschezza dei prodotti della tavola calda, base di partenza delle indagini del Topo-detective.   MM. Mickey Mouse mystery magazine, 2 vol., Modena, Panini Comics, 2015-2016. Collocazione: ARPE-MO C. 1428 / 1-2
immagine di C.B., Manuale del giuocatore di bigliardo
C.B., Manuale del giuocatore di bigliardo
«Un bar Sport possiede un richiamo tanto maggiore, quanto più organicamente possiede attrazioni: ad esempio, è perfettamente inutile che un bar possieda un buon biliardo, se non ha un buon scemo da bar». (Attrazioni)   Le attrazioni di un bar quindi possono essere umani o oggetti. Iniziamo da questi. Del flipper abbiamo già parlato nella gallery dedicata lo scorso anno a Il pendolo di Foucault di Umberto Eco, mentre per il calcio balilla ci limitiamo a segnalare il curioso fumetto Biliardino. Come Alejandro Finisterre non inventò il gioco che ha unito l'Europa, di Alessio Spataro, in cui si racconta l’avventurosa vita del (presunto) inventore della versione spagnola del gioco, fra rivoluzioni, fughe e imprese editoriali. Abbonda invece la documentazione su quello che Benni, nel capitolo sopracitato, definisce «il re delle attrazioni di primo grado»: il biliardo. Questa immagine è tratta dall’edizione del 1852 di uno dei più diffusi manuali del XIX secolo, di autore inglese e già pubblicato in prima edizione nel 1828. L’atmosfera fumosa, l’aspetto luciferino del giocatore impegnato al tiro e l’espressione sorniona e ironica dell’avversario che lo osserva con sufficienza, potrebbero illustrare anche la leggendaria partita svoltasi «un sabato sera al biliardo del bar di via Lame» che Benni descrive ne Il caso delle 3600 lire.   C.B., Manuale del giuocatore di bigliardo, o sia Nuove regole generali e particolari di tutte le partite più usitate in questo nobile giuoco stabilite sull'esperienza le quali tolgono parecchi abusi sin ora conservati dall'uso, ed inoltre sono atte per quanto possibile, anche a togliere ogni equivoca interpretazione, Milano, per Giovanni Silvestri, 1828. Collocazione: 11- APP.SC. GIOCHI 02, 013   C.B., Manuale del giuocatore di bigliardo, o sia Nuove regole generali e particolari di tutte le partite piu usitate in questo nobile giuoco stabilite sull'esperienza le quali tolgono parecchi abusi sin ora conservati dall'uso..., Napoli, Stab. Tip. di Gaetano Nobile, 1853. Collocazione: 11- APP.SC. GIOCHI 02, 012
immagine di I giochi di carte nelle osterie bolognesi
I giochi di carte nelle osterie bolognesi
«La briscola. Gioco molto semplice. L’avversario sbatte sul tavolo una carta, e voi dovete sbatterla più forte. I buoni giocatori rompono dai quindici ai venti tavoli a partita». (Attrazioni)   La vita a Bologna è sempre passata per i tavoli delle osterie: qui si vedono tre locali storici – la Bottiglieria Dalla, l’Osteria del Romagnolo, la Cantina de’ Pepoli – nel 1937. Nella prima immagine, l’occhio cade sui quattro avventori che, in primo piano, stanno giocando a carte. Difficile dire a cosa in particolare: forse a briscola, forse al tarocchino bolognese?Queste immagini sono contenute nel Fondo speciale Vecchia Bologna, un’ampia raccolta di materiali (soprattutto fotografie, ma anche ritagli di periodici, estratti, documenti di varia natura) dedicata alla storia della città e del suo contado. Il fondo, oggi organizzato in 267 fascicoli divisi per tema, è stato raccolto da Bruno Biancini, giornalista, autore dialettale e paziente collezionista di curiosità letterarie bolognesi.   [Bottiglieria Dalla, Osteria del Romagnolo, Cantina Pepoli] Collocazione: Fondo speciale Vecchia Bologna, Vol. XIV.6.22  
immagine di Il giuocatore in conversazione (1820)
Il giuocatore in conversazione (1820)
«Il tressette. Si gioca con dieci carte a testa. Durante la partita si può dire “Busso”, “Striscio”, “Volo” o “Brucio” se il vostro compagno vi fa cadere la sigaretta su una coscia. È proibito dire frasi come “Ho sette bastoni” o “Sono nella merda”». (Attrazioni)   Se non fosse sufficiente la spiegazione di come si gioca al tressette fornita da Benni, proponiamo anche quella professionale di questo manuale di giochi vari del 1820. Questo volume fa parte del Fondo Berardi, recentemente donato alla Biblioteca dell’Archiginnasio dagli eredi di Silvio Berardi, uno dei più importanti collezionisti di carte in Italia. Oltre a numerosi volumi, il fondo  - di cui è attualmente in corso la catalogazione - comprende centinaia di mazzi prodotti dal XVI al XX secolo. Sul frontespizio a fianco, il titolo ha un refuso che riguarda proprio il nostro gioco di carte: il tressette diventa trassette. Si tratta senza dubbio di un errore di stampa, dal momento che all’interno del libro si ritrova il nome giusto e che nelle edizioni successive - si veda ad esempio questa del 1825 - il titolo viene corretto.   Il giuocatore in conversazione che da precetti sul tarocco, all'ombre, al trassette, alla bazzica, sul giuoco degli scacchi, del bigliardo, e della dama, 2. ed., Milano, presso la vedova Buccinelli nella Contrada di S. Margherita, n. 1124, 1820. Collocazione: Berardi L. 24
immagine di La Via Crucis degli ubriachi dipinta in quattordici tele dal pittore Nerone (1975)
La Via Crucis degli ubriachi dipinta in quattordici tele dal pittore Nerone (1975)
«Spesso appariva al bar un po’ alticcio, declamando la Gerusalemme liberata o cantando canzoni napoletane. Se qualcuno gli diceva: “Professore, abbiamo alzato un po’ il gomito”, lui lo guardava severamente negli occhi e diceva: “Non sono ubriaco: sono leggermente euforico per l’ingestione di piccole quantità etiliche. E poi, cos’è un ubriaco?”». (Il Professore)   E da qui partono alcune (troppe) pagine di Divagazioni filosofiche del professor Piscopo dedicate appunto a interrogarsi su cosa sia un ubriaco. Il vino - che nelle fotografie viste in precedenza fa capolino dai tavoli delle vecchie osterie bolognesi - è insieme al caffè la bevanda per eccellenza del bar di Benni. Oltre al Professore, un famoso ubriacone - ma solo fuori dagli orari di lavoro - è il Bovinelli tuttofare che ha l’onore di un racconto a lui dedicato. Questi due personaggi potrebbero ben figurare in questi dipinti di Nerone, al secolo Sergio Terzi, pittore e scrittore reggiano nato nel 1939 e morto nel 2021, che compone una Via Crucis degli ubriachi. In questa scheda e nella prossima proponiamo la prima e la seconda tela, che potremmo anche narrativamente considerare l’una come conseguenza dell’altra.   Clicca sul titolo per vedere il dipinto a una migliore risoluzione. La grande sbornia, olio su tela, 200x150 cm. La Via Crucis degli ubriachi dipinta in quattordici tele dal pittore Nerone, presentazione e racconto di Davide Lajolo, testi di Mario de Micheli, [S.l., s.n., 1975?]. Collocazione: 35. C. 968
immagine di La Via Crucis degli ubriachi dipinta in quattordici tele dal pittore Nerone (1975)
La Via Crucis degli ubriachi dipinta in quattordici tele dal pittore Nerone (1975)
Clicca sul titolo per vedere il dipinto a una migliore risoluzione. La lite all’osteria, olio su tela, 200x150 cm. La Via Crucis degli ubriachi dipinta in quattordici tele dal pittore Nerone, presentazione e racconto di Davide Lajolo, testi di Mario de Micheli, [S.l., s.n., 1975?]. Collocazione: 35. C. 968
immagine di Umarells
Umarells
«Il tecnico di calcio vive in simbiosi con un altro personaggio, che è l’“uomo con cappello”. In tutti i capannelli, infatti, se osservate bene, mentre al centro si trova il tecnico, leggermente defilato alla periferia c’è un uomo con il cappello calato sul naso e le braccia dietro la schiena». (Il tecnico)   Quel gesto verrà consacrato 30 anni dopo, ma già in Bar Sport era il segno distintivo di quello che negli ultimi 20 anni è diventato un personaggio mitologico della bolognesità: l’umarell. Che tiene le mani incrociate dietro la schiena già nella copertina del libro in cui, nel 2007, Danilo “Maso” Masotti - che in precedenza lo aveva descritto e definito sul web - per la prima volta ne fissa su carta le caratteristiche e le abitudini. Il caso vuole che in Bar Sport Masotti sia anche il cognome del cinno da bar, ma non è certamente casuale l’ammirazione dell’autore più giovane verso quello che considera un maestro, come dichiarato esplicitamente in un post uscito sul blog di «il Fatto quotidiano» il giorno stesso della morte di Benni. Se serviva una certificazione del fatto che gli umarells sono diventati ormai un’icona, l’abbiamo avuta quando è uscito il calendario da cui è tratta la foto che qui vediamo.   [Danilo "Maso" Masotti], Umarells (pl. Omarelli, ometti, pensionati, bolognesismo + inglesismo). Un anno di GAGS con i nostri vecchietti che osservano tutto e tutti... Calendario ufficiale 2020, [Rimini], Imagicom, [2020]. Collocazione: 20. A. 184
immagine di Umarells al bar
Umarells al bar
Il libro in cui Masotti racconta per la prima volta su carta chi sono gli umarells è un volume in gran parte fotografico, in cui le immagini rappresentano le tipiche situazioni in cui gli umarells amano trovarsi. Alcune di queste foto hanno quell’inconfondibile ambientazione da bar che le avrebbe rese idonee ad illustrare il libro di Benni. Un tavolino, un bicchiere di vino, quattro chiacchiere e, sullo sfondo, il «freezer dei gelati» in cui Il bimbo del gelato «entra con la testa, le spalle e metà del corpo» nel disperato tentativo di afferrare «un gelato con un nome assurdo, come Bananotto, Antartidino, Cremarancio, Baden-Baden, di cui il barista ignora l’esistenza».   Danilo “Maso” Masotti, Umarells. Sono tanti, vivono in mezzo a noi, ci osservano... e noi osserviamo loro, Bologna, Pendragon, [2007]. Collocazione: 20. P. 123
immagine di Umarells e biliardo
Umarells e biliardo
  Clicca per vedere l’immagine a una migliore risoluzione.   Danilo “Maso” Masotti, Umarells. Sono tanti, vivono in mezzo a noi, ci osservano... e noi osserviamo loro, Bologna, Pendragon, [2007]. Collocazione: 20. P. 123
immagine di Pietro Trifone, Malalingua (2007)
Pietro Trifone, Malalingua (2007)
Il citato capitolo Il tecnico, in cui compare il proto-umarell benniano «uomo con cappello», permette di introdurre qualche elemento di riflessione sulla lingua di Bar Sport. Su tre aspetti linguistici in particolare: gli stravolgimenti di parole e frasi compiuti da parlanti popolari e non troppo istruiti, lo slang bolognese e quelle che in questo libro di Pietro Trifone vengono definite «le inflazionate metafore calcistiche» (p. 155). Il tecnico da bar protagonista di questo terzo capitolo è al tempo stesso produttore e vittima di «sfondoni linguistici» (Pietro Trifone, Malalingua, p. 12) tipici del parlato. Vittima perché il suo stesso soprannome viene comunemente storpiato e diventa «tennico». Produttore perché:   «Il tecnico parla un italiano leggermente modificato. Per fare qualche piccolo esempio, egli fa precedere molti termini da una a: aradio, agratis mi amanca. Usa largamente la g: gangio, gabina. Cita largamente dal latino: sine qua non (siamo qua noi) o fiat lux (faccia lei). Usa verbi al congiuntivo tattico: se me lo dicevaste prima, anderei. Rimpasta termini inglesi: croch (cross), frobil (football). Usa termini innestati, esempio: Janich, il vecchio baluastro della difesa rossoblù (baluastro = baluardo + pilastro)».   Questo brano potrebbe comparire nel libro di Trifone come esempio del linguaggio proprio di opere della tradizione comica che percorre la nostra letteratura. Si tratta di Malalingua quindi, ma della parte “migliore” di essa, come Trifone sottolinea alla fine dell’introduzione al suo volume:   «Con buona pace dei puristi, ormai questi elementi appartengono al mito assai più che alla realtà dello sfondone linguistico. Ecco perché non ho voluto scrivere un libro a senso unico contro la fin troppo bistrattata “malalingua”, anzi ho cercato di riabilitarne alcuni aspetti: non certo le espressioni omologate, e tanto meno l’inglesorum, ma i sani condimenti popolari e regionali  che insaporiscono il nostro idioma mediterraneo» (p. 12).   La presenza di Totò sulla copertina del libro di Trifone ci ricorda che in più di un’occasione Benni cita l’espressione «Ma mi faccia il piacere!», resa celebre dal comico napoletano («divinità degli umoristi italiani» lo definisce Benni in Scrittori a Verona, p. 46), come antidoto comico all’eccessiva seriosità e pomposità del linguaggio accademico e, più in generale, al linguaggio del Potere (esemplificato invece dall’odioso «Lei non sa chi sono io!», ibidem).   Pietro Trifone, Malalingua. L'italiano scorretto da Dante a oggi, Bologna, il Mulino, [2007]. Collocazione: ARPE-BO B. 503
immagine di Francesco Perlini, L'Albertazzi (2023) - Umarèlls
Francesco Perlini, L'Albertazzi (2023) - Umarèlls
Il tema dello slang bolognese è già stato introdotto parlando degli umarells. Quando Masotti ne dà la definizione infatti sottolinea che il termine non è un semplice dialettalismo (il plurale di umarell infatti sarebbe umarì) ma di un «bolognesismo + inglesismo globish». Si tratta quindi di una parola nuova, creata per l’occasione e per definire un tipo umano specifico. Gli umarells (per la precisione: umarèlls) entrano nel dizionario di slang bolognese di cui vediamo la pagina loro dedicata, slang che a sua volta è, ci dice il sottotitolo, una «variante di balotta» (l’Albertazzi appunto, «Balotta intercontinentale formatasi a Bologna e parlante la lingua A[lbertazzi]», p. 17) di come parlano i giovani nel capoluogo emiliano. Così l’autore Francesco Perlini definisce questa neolingua di cui offre il dizionario:   «Il gergo urbano giovanile a Bologna è estremamente caratteristico, diffuso, personalizzabile. È una reazione dinamica e incredibile di parlate italiane e flussi esteri che la città vede affollarsi e rinnovarsi di continuo. Non è il dialetto degli anziani, non gli somiglia quasi per niente e parla di cose nuove in un mondo nuovo. Pone allo stesso livello di dignità i verbi basilari della sopravvivenza e i tecnicismi di insulsi rituali goliardici» (p. 8).   Francesco Perlini, L'Albertazzi. Dizionario, grammatica, storie di slang bolognese in una variante di balotta, illustrazioni di Valeria Cavallone e Lufo, Bologna, Pendragon, in collaborzione con Chialab, ©2023. Collocazione: 17* AA. 5499
immagine di Francesco Perlini, L'Albertazzi (2023) - La Luisona e il Lùrido
Francesco Perlini, L'Albertazzi (2023) - La Luisona e il Lùrido
No, in L’Albertazzi non viene citata la pasta per eccellenza, ma questo disegno non può non ricordarcela, ancor più perché illustra la voce dedicata a un locale che potrebbe sicuramente essere un’ambientazione adeguata per Bar Sport: «il Lùrido».   Francesco Perlini, L'Albertazzi. Dizionario, grammatica, storie di slang bolognese in una variante di balotta, illustrazioni di Valeria Cavallone e Lufo, Bologna, Pendragon, in collaborzione con Chialab, ©2023. Collocazione: 17* AA. 5499
immagine di Francesco Perlini, L'Albertazzi (2023) - Vita da bar
Francesco Perlini, L'Albertazzi (2023) - Vita da bar
Osservate i piedi sotto il tavolo. Questo disegno racconta la storia di «un infoiàto che impezza una sbarbina che sembra che ne voglia», direbbero quelli dell’Albertazzi. Potrebbe anche essere infoiàta lei, ma freschi di lettura di Bar Sport ci viene naturale pensare a una delle mille avventure del Playboy da bar a cui Benni dedica un capitolo. Nonostante siano passati quasi 50 anni, sembra che anche per i giovani dell’Albertazzi la vita da bar rivesta notevole importanza, tanto che dal nome di uno dei luoghi di ritrovo della balotta - il Màuri, cioè il bar Maurizio di via Guerrazzi - nasce un verbo, «smauriziàre», che non identifica altro che il tempo trascorso all’interno del locale.   Francesco Perlini, L'Albertazzi. Dizionario, grammatica, storie di slang bolognese in una variante di balotta, illustrazioni di Valeria Cavallone e Lufo, Bologna, Pendragon, in collaborzione con Chialab, ©2023. Collocazione: 17* AA. 5499
immagine di Lo slang bolognese per tutti
Lo slang bolognese per tutti
Anche il volumetto Lo slang bolognese per tutti dedica alla vita da bar una tavola intitolata Al bar - At the bar. Non è chiaro se la presenza della traduzione in inglese (in copertina anche il titolo è tradotto in Bolognese slang for everyone) sia una scelta di marketing, fatta con lo sguardo rivolto al pubblico dei turisti stranieri - e quindi una scelta che segue la logica del trionfo dell’inglesorum che già abbiamo visto stigmatizzata da Pietro Trifone in Malalingua - oppure un gioco volto proprio a ironizzare sull’uso ingiustificato della lingua straniera, sul solco degli inglesismi-strafalcioni con cui Benni riempie la bocca del tecnico. Sembra comunque che l’idea abbia avuto succcesso, dal momento che il volume, uscito in prima edizione nel 2017, è stato ristampato in formato più piccolo (forse proprio per una maggiore comodità del turista che si aggira per Bologna?) e senza la breve pagina introduttiva nel 2025.   Lo slang bolognese per tutti, [testi Giulia Dal Monte, illustrazioni e impaginazione Vito Antonio Baldassarro], [a cura di] Associazione Culturale Succede solo a Bologna, Argelato, Minerva, 2017. Collocazione: 17* CC. 1696   Lo slang bolognese per tutti, Argelato, Minerva, c2025. Collocazione: 17* AA. 5936
immagine di Adriano Banchieri, Discorso della lingua bolognese (1629)
Adriano Banchieri, Discorso della lingua bolognese (1629)
Abbiamo scherzato sullo slang bolognese e sul suo uso da parte dei giovani provenienti da ogni partre del mondo che l’Università porta in città. Questo volume datato 1630 però pone il discorso in una prospettiva di maggiore serietà. Dimostra infatti che anche nei secoli scorsi la “lingua bolognese” si è sempre dovuta rapportare con la presenza di molti «signori scolari forastieri», ai quali è stata spiegata e dai quali è stata sicuramente influenzata.   Adriano Banchieri, Discorso della lingua bolognese in questa terza impressione arricchito di molte curiosità vtili à signori scolari forastieri. Doue si dilucidano intelligenza dell'idioma. Academici ritroui. ... Bizarro capriccio di Camillo Scaligeri dalla Fratta, In Bologna, presso Clemente Ferroni, ad instanza di Francesco Mascheroni, 1630. Collocazione: 10. l. V. 11
immagine di Romano Stagni, Romano al fatturén
Romano Stagni, Romano al fatturén
«Cinno» è una parola del dialetto bolognese che significa «bambino, ragazzino» che è passata anche nel linguaggio giovanile testimoniato dell’Albertazzi, diventando termine dello slang cittadino per indicare i bambini in generale. Nel Dizionario Bolognese-Italiano, Italiano-Bolognese di Luigi Lepri e Daniele Vitali la parola però ha un ulteriore significato, quello di «garzone». Ed è con questa accezione specifica che Benni la usa in Bar Sport. Il piccolo Masotti infatti diventa «Cinno, ovvero il ragazzo di bar, altrimenti detto fattorino» dopo un ben definito percorso di studio. Anzi, di non studio, visto che è proprio il fallimento scolastico a condurre il ragazzino al bar. Ritroviamo lo stesso percorso nel volume in cui Romano Stagni, giornalista sportivo, racconta la propria formazione. Nel capitolo Quel maledetto cubo non migliorava mai l’autore sembra davvero ripercorrere le orme del Cinno di Benni. La scarsa propensione allo studio infatti porta il giovane Romano dalle aule dell’Istituto Aldini Valeriani a un posto da «apprendista presso un falegname, a Borgo Panigale» (p. 24). Il libro è il secondo di una trilogia in cui Stagni racconta la propria biografia e che poi verrà raccolta in un volume unico, dal cui titolo viene eliminata la parola “cinno”. Di seguito forniamo i dati di tutti i testi.   Romano Stagni, Romano al fatturein. Le vicende di un "cinno" ambientate nella Bologna del dopo-guerra, [S.l., s.n.], 1989. Collocazione: 17* AA. 2108 Ripubblicato dall’editore Costa di Bologna nel 2013 (collocazione: 17* AA. 3224).   Romano Stagni, Romano al fatturén 2. Da cinno a garzone di bottega negli anni '40 e '50, Bologna, Costa, 2013. Collocazione: 17* AA. 3234   Romano Stagni, Romano al fatturén. Terza parte: come divenne cronista sportivo quel "cinno" di via Zannoni che aveva fatto solo le elementari, Bologna, Costa, 2014. Collocazione: 17* AA. 3382   Romano Stagni, Storia di un "fatturén" diventato cronista e scrittore, [San Lazzaro di Savena], Giraldi, 2019. Collocazione: 17* AA. 4874
immagine di «I cinni di Bologna»
«I cinni di Bologna»
Il termine «cinno» viene utilizzato nel titolo di questa rivista che dal 1964 continua un periodico precedente, «Carnevale nazionale dei bambini», ed è curata dal Comitato nazionale dei bambini. Il 1964 è anche l’anno di nascita della Fiera del libro per ragazzi, che si tiene a Palazzo Re Enzo dal 4 al 12 aprile. Nel primo numero di «I cinni di Bologna» (di cui vediamo a fianco la copertina) viene pubblicata una fotografia del carro Tra la fiaba e la fantascienza, presentato al carnevale cittadino proprio dalla Fiera del libro. Nel numero del 19 aprile 1965 della rivista viene pubblicato l’articolo I fanciulli leggono, che riporta l’intervanto con cui il 5 aprile dell’anno precedente nel Salone del Podestà il cardinal Giacomo Lercaro aveva salutato l’inizio di una così importante manifestazione. In occasione del cinquantenario della Fiera, Antonio Faeti ricorderà la sua visita a quella prima edizione, rilevando che la nascita di quella manifestazione a Bologna non era un evento casuale, ma logico e naturale perché nasceva da un’attenzione alla condizione infantile - e alla letteratura per l’infanzia - ben diffusa in città e testimoniata da diversi eventi, fra cui «Appena un anno prima [...] una mostra splendida e terribile, fascinosa e angosciante: all’Archiginnasio erano stati esposti i disegni dei bambini ebrei di Terezin, i quindicimila deportati, strappati ai loro genitori e collocati in quella città-fortezza prima dell’avvio dei forni crematori di Oswiecin [...]» (Antonio Faeti, Un sogno lungo mezzo secolo, in Bologna. Cinquant'anni di libri per ragazzi da tutto il mondo, a cura di Giorgia Grilli, p. 15-34: 15). Un resoconto della mostra tenutasi in Archiginnasio e citata da Faeti si trova nell’articolo Un inno alla vita dal “ghetto dei bambini” di Mario De Micheli, pubblicato su «l’Unità» del 17 febbraio 1963 (p. 3).   «I cinni di Bologna», 5 aprile 1964, copertina. Collocazione: CRISTOFORI C. 10 (1964)
immagine di Olindo Guerrini e la sua prima bicicletta
Olindo Guerrini e la sua prima bicicletta
«Il Cinno […] vive in simbiosi con la sua bicicletta, la bicicletta del Cinno. Con essa il Cinno piomba come un falco in tutti i punti della città, supera gli autobus in corsa, atterrisce i cani e sgomina i vigili». (Il Cinno)   C’è un legame storico tra la bicicletta e la cultura bolognese e poche figure lo incarnano come Olindo Guerrini (1845-1916): storico e stimato direttore della Biblioteca Universitaria, studioso integerrimo e direttore della Commissione per i Testi di Lingua di Bologna, ma anche graffiante poeta sotto vari pseudonimi – i più noti, Lorenzo Stecchetti e Argia Sbolenfi – e appassionato ciclista.Lui stesso racconta il suo pur tardivo incontro con la bicicletta. Il figlio gli confessa di volersi dedicare a questo (per l’epoca nuovo) sport. Guerrini, lì per lì, è preoccupato – «I ragazzi sono audaci e spensierati ed i giornali ci narrano tutti i giorni gli orrori e i disastri cagionati dal ciclismo» (In bicicletta, p. 19) – ma decide di non opporsi e, consigliato da un amico ciclista, di accompagnarlo sui pedali. Subito si innamora delle due ruote. E chiude il suo racconto con un monito valido ancora oggi: «Mettetevelo in mente voi che vi guardate la lingua, vi tastate il polso, seccate il medico e ingrassate il farmacista. Andate in bicicletta coi figli e dopo un mese digerirete le cipolle crude. Ve lo dico io» (ivi, p. 23).   Olindo Guerrini e la sua prima bicicletta, fotografia. Collocazione: Fondo speciale Vecchia Bologna, busta XI, fasc. 7,8. La fotografia è stata pubblicata in: «Il Secolo XX. Rivista popolare illustrata», II, n. 7, luglio 1903, p. 545. Collocazione: A. 920 Il fascicolo è consultabile online.    
immagine di Olindo Guerrini, il poeta della bicicletta
Olindo Guerrini, il poeta della bicicletta
«Allora Girardoux cominciò a fare una gara tattica. Disse: “Beh, io vado a fare un giretto” e uscì a Rimini nord. Pozzi, preoccupatissimo, gli si pose alle calcagna». (Il grande Pozzi)   Gli ultimi anni dell’Ottocento non sono stati facili per le due ruote, schiacciate com’erano tra l’opinione pubblica – che, con dibattiti che oggi potrebbero sembrare un po’ grotteschi, le associava a criminalità e malaffare – e la nascente industria automobilistica. In questo clima Olindo Guerrini è il protagonista di una vicenda che potremmo davvero definire benniana. Per dimostrare che la fatica del ciclismo non contrasta con il lavoro mentale, decide di andare da Bologna a Rimini in bicicletta componendo, contemporaneamente, un sonetto: parte perciò, una notte di luglio, in compagnia del figlio, improvvisato stenografo. Guerrini stesso ci racconta la sua pedalata in un libretto, In bicicletta, consultabile integralmente online. Nel testo si trova, tra l’altro, il risultato poetico dell’esperimento.La vicenda viene immortalata in questo manifesto del Touring Club Italiano, firmato da Nasìca – il celebre illustratore, caricaturista e professore Augusto Majani (1867-1959).   Augusto Majani (Nasìca), Il poeta della bicicletta. Collocazione: Fondo speciale Vecchia Bologna, busta XI, fasc. 7,9.   Il disegno è stato pubblicato nell’opuscolo, integralmente consultabile online: Augusto Majani, Bologna turistica. Materiale turistico di Nasìca per l'Esposizione del Turismo 1904, Bologna, Litografia Bolognese, 1904. Collocazione: Fondo Speciale Oreste Trebbi, cart. XXXVIII, 2/59
immagine di Antonio Pezzoli
Antonio Pezzoli
«Quell’anno il grande Pozzi aveva vinto quasi tutto, insomma non aveva più avversari. [...] Vinse il Giro d’Italia, quello di Francia, del Belgio, di Spagna, la Milano-Leningrado, il giro dei Vosgi e altre chicche. Finché un giorno venne a sapere che c’era un giro di Germania, e si iscrisse». (Il grande Pozzi)   Antonio Pezzoli (1870-1943) è stato il più importante pioniere della bicicletta a Bologna. Atleta di fama nazionale, infaticabile promotore di iniziative a tema ciclistico e cicloturistico, membro entusiasta del Touring Club Ciclistico Italiano. «Uno dei primi campioni del pedale», come lo definisce il bisettimanale «La bicicletta» del 10 dicembre 1896 (p. 3).La Biblioteca dell’Archiginnasio conserva il Fondo speciale Antonio Pezzoli, donato dagli eredi del ciclista. Esso contiene soprattutto periodici, opuscoli ed estratti relativi a Pezzoli, fotografie che lo ritraggono e, più in generale, materiali legati al ciclismo a Bologna tra il finire del XIX secolo e l’inizio del successivo. Qui è possibile consultare l’inventario del fondo.   [Antonio Pezzoli], ritratto fotografico, [1898-1902?], 18x24 cm. Collocazione: Fondo Speciale Antonio Pezzoli, busta 2, fasc. 2.1
immagine di Antonio Pezzoli sui giornali
Antonio Pezzoli sui giornali
Queste due immagini sono tratte da due giornali usciti a circa un anno e mezzo di distanza l’uno dall’altro. L’immagine a sinistra si trova nel settimanale «L’Emilia ciclistica» dell’11 maggio 1895 (p. 1), quella a destra nel già citato numero di «La bicicletta» del 10 dicembre 1896 (p. 3). Il trafiletto che accompagna il primo ritratto informa che Pezzoli nel 1895 rientrava con grandi speranze dopo un periodo di ritiro dovuto a problemi familiari. Ma a fine 1896 (trafiletto a destra) il ciclista compie solamente poche comparsate in pista e «le sue volate sono... reminiscenze». Evidentemente il rientro alle gare non è stato pienamente soddisfacente.   «L’Emilia ciclistica», I, n. 2, 11 maggio 1895. Collocazione: Fondo speciale Antonio Pezzoli, busta 1, fasc. 1/3   «La bicicletta», III, n. 26, 10 dicembre 1896. Collocazione: Fondo speciale Antonio Pezzoli, busta 1, fasc. 1/3
immagine di Un raduno ciclistico del 1901
Un raduno ciclistico del 1901
«Pozzi prese nella sua squadra, la Zamponi, due gregari fortissimi, i fratelli Panozzi, che oltre a pedalare fortissimo erano eccellenti portatori d’acqua [...]. Poi c’era un certo Zuffoli, laureato in medicina, che faceva i massaggi e operava d’appendicite senza scendere di bicicletta [...]. Nella squadra c’era anche Sambovazzi, quello che tirava le volate e i mattoni in testa a chi fuggiva». (Il grande Pozzi)   Molte sono le iniziative promosse da Antonio Pezzoli per diffondere e sostenere il ciclismo a Bologna, di cui resta traccia nel fondo che porta il suo nome. Ricordiamo qui la partecipazione al Congresso turistico internazionale del Touring Club Italiano avvenuto a Bologna tra il 25 e il 27 maggio del 1901. L’immagine coglie un momento della sfilata di biciclette per il centro della città avvenuta durante il secondo giorno del Congresso. Pezzoli ha preso parte attiva alla costruzione di queste giornate, organizzando, come scrive il nipote Stefano, «una gara per come trasportare un ferito mediante bicicletta» (Da corridore ciclista a ciclista turista: Antonio Pezzoli (1870-1943), p. 25-36: 30), evento tra i più apprezzati delle tre giornate.   Giacomo Bersani, Convegno turistico. Corteo ciclistico, fotografia, 26 maggio 1901. Collocazione: Fondo speciale Antonio Pezzoli, busta 2, fasc. 2.2
immagine di Hanno deciso gli episodi (2015)
Hanno deciso gli episodi (2015)
Dopo averlo più volte evocato - prima con l’articolo sul Bar Otello, poi parlando del tecnico, infine entrando col ciclismo in ambito sportivo - è giunto il momento di fare scendere in campo l’argomento principe delle discussioni da bar: il calcio. Che in Bar Sport è protagonista soprattutto in Viva Piva! e La trasferta, oltre che ne Il tecnico, ma si ritrova spesso in altri articoli di Benni pubblicati in quegli anni sui giornali. L’interesse dell’autore è spesso puntato, anche in diverse interviste, sul linguaggio utilizzato dai media - e replicato o scimmiottato dai tifosi - per parlare di calcio. Un linguaggio infarcito di frasi fatte, luoghi comuni e inglesismi usati gratuitamente che se nella vita reale è spesso specchio di banalità e pochezza di pensiero - e chiaramente il mondo del calcio è un esempio per parlare anche di altri settori della comunicazione - in letteratura può diventare fonte di invenzioni e ironia. Basti pensare al famoso e assurdo finale del racconto La trasferta: «Erano le tre di notte. Il Bologna perse sei a zero dopo essere stato lungamente in vantaggio». Il libro che qui vediamo ha volutamente per titolo una delle tante espressioni “consunte” del linguaggio calcistico - come dice il sottotitolo i racconti andranno a giocare proprio su questi luoghi comuni - e contiene una riflessione di Benni su questi temi, intitolata 91° minuto (p. 149-151):   «Il luogo comune è ciò di cui non posso fare a meno. Lo derido, ma lo cerco, lo detesto e lo desidero, senza di lui non posso usare l’ironia. È il mio pane maledetto, la mia acqua velenosa. E qualche volta anche io ci casco dentro. Il linguaggio del calcio è la più grande fabbrica di luoghi comuni del mondo, insieme alla politica e al porno. Una volta mi appassionava di più. Era l’unico linguaggio veramente trans-generazionale, interclassista e alla portata di quasi tutti. [...] Ora mi sono stancato. Troppa isteria, troppi atteggiamenti divistici, troppo riciclaggio di soldi sporchi, troppe tifoserie feroci, troppi calcioni e poco genio. Il luogo comune ha bisogno di un teatro e di un pubblico adeguato. Un grande attore può fare il guitto, un mediocre attore no» (p. 149).   Sono parole del 2015. Da Bar Sport, in cui lo sport aveva generato momenti di comicità e ironia, sono passati quasi 40 anni e sul linguaggio calcistico, sembra dirci Benni, si può solo ragionare in negativo, non più utilizzarlo per narrare.   Hanno deciso gli episodi. 20 racconti sul calcio e i suoi luoghi comuni, a cura di Paolo Soglia, Bologna, Pendragon, 2015. Collocazione: ARPE-BO A. 2973
immagine di Quattro matti dietro una palla
Quattro matti dietro una palla
Cogliamo l’occasione dell’escursione calcistica per segnalare due mostre sul Bologna Football Club realizzate negli scorsi anni dalla Biblioteca dell’Archiginnasio. La prima, come dichiara il titolo - Quattro matti dietro una palla. Il primo secolo del Bologna Football Club nelle raccolte dell’Archiginnasio - è stata realizzata nel 2009, in occasione dei 100 anni trascorsi dalla fondazione della più importante squadra di calcio della città, annunciata in un articolo de «il Resto del Carlino» il 4 ottobre 1909. Sul sito della biblioteca è disponibile la versione online della mostra.  
immagine di Bologna campione
Bologna campione
Nel 2014 la Biblioteca dell’Archiginnasio ha celebrato un altro anniversario legato al Bologna Football Club, cioè il cinquantenario della conquista dell’ultimo scudetto. Una storia resa ancora più emozionante dalla controversia sul doping e dal combattuto spareggio giocato contro l’Inter per decidere i vincitori del campionato. Anche di questa mostra, intitolata Bologna campione. Lo scudetto del 1964 nei documenti dell’Archiginnasio, è disponibile la versione online.
immagine di Stefano Benni, Bar Sport Duemila (1997)
Stefano Benni, Bar Sport Duemila (1997)
Nel 1997 Benni pubblica quello che nel titolo si presenta come un aggiornamento del suo primo libro all’inizio del millennio, ma che alla lettura risulta essere un’opera piuttosto diversa, più volta alla critica sociale e che sembra pagare la stessa disillusione e negatività che abbiamo visto in precedenza nel discorso di Benni su come è cambiato il mondo del calcio. Questo nuovo sentimento lo si coglie in particolare nel racconto Il neotecnico da bar, in cui il personaggio dell’esperto (o sedicente tale) di calcio, è raccontato con meno simpatia e evidente fastidio per la metamorfosi subita in 25 anni. Oltre alla figura del tecnico, tornano anche le due vecchiette, che se in Bar Sport erano relegate fra le Comparse del bar e godevano appena dello spazio di poche righe, nel libro del 1997 sono protagoniste del capitolo Il ritorno delle vecchiette nell’angolino. Fa sorridere, ma rende anche l’idea di come Benni intuisse in anticipo i futuri mali del vivere sociale, notare che nel racconto Il Diditì o il drogato da telefonino vengono additate come assurde, scortesi e censurabili alcune abitudini legate all’uso del cellulare oggi completamente sdoganate e accettate (pur rimanendo fastidiose). Ringraziamo la biblioteca Borgo Panigale - Miriam Ridolfi per averci fornito la riproduzione della copertina di Bar Sport Duemila.   Stefano Benni, Bar Sport Duemila, Milano, Feltrinelli, 1997. Collocazione: Biblioteca Borgo Panigale - Miriam Ridolfi, LET D BENNS BAR   
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Dal libro al film
Abbiamo già accennato al fatto che da Bar Sport è stato tratto nel 2011 un film. Come ricorda il regista Massimo Martelli nell’intervista rilasciata a «il Resto del Carlino» nei giorni successivi alla scomparsa dello scrittore, Benni collaborò alla sceneggiatura e rimase molto soddisfatto del risultato finale. In un articolo online pubblicato all’uscita del film sul sito Cinecittà News, dal titolo “Bar Sport”, tra Benni e Pennac, il produttore Giannandrea Pecorelli dice che Benni era «molto arrabbiato col cinema, [perché] poco dopo l’uscita di questo libro [Bar Sport, n.d.r] si fece un film con Lino Banfi e Mara Venier, Il bar dello sport, che parafrasava il suo titolo, ma ne tradiva completamente lo spirito...». Il titolo esatto del film qui citato, usicto nelle sale nel 1983, era Al Bar dello sport.   Claudio Cumani, Il ‘Bar Sport’ di Martelli. «Noi, ultimi sognatori», «il Resto del Carlino», 11 settembre 2025, p. 5. Collocazione: Collocazione: 19/1
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