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Album "Margherita Dolcevita"

In questa gallery raccogliamo documenti che illustrano la genesi e la vita editoriale del romanzo di Stefano Benni Margherita Dolcevita (Feltrinelli, 2005), che fanno riferimento ai temi trattati nell’opera o hanno fornito una base informativa per l’autore.

Questa non vuole essere un’analisi scientifica ed esaustiva di fonti e documenti utilizzati dall’autore né tantomeno un’interpretazione critica.

Proponiamo il resoconto di un’esperienza di lettura e di ricerca nel patrimonio della nostra biblioteca (con alcune escursioni in altre raccolte documentarie). Non c’è quindi nessuna pretesa di una presentazione esaustiva degli argomenti e dei materiali che il testo potrebbe suggerire, ma la volontà di compiere una scelta sulla base di motivazioni anche episodiche.

In particolare coglieremo i numerosi spunti offerti dal romanzo relativamente al campo letterario: la protagonista Margherita è una narratrice che sperimenta diverse forme di espressione artistica, dando vita a un dialogo col lettore che diventa gioco metaletterario.

La seconda parte della gallery invece sarà dedicata a testi scritti da Stefano Benni e che rischiano di passare sotto silenzio perché dispersi in periodici o perché accompagnano opere di altri autori. Sarà questo un modo di rendere omaggio alla sua poliedricità e di chiudere il nostro percorso suggerendo scritti da leggere prossimamente.

Dal momento che di Margherita Dolcevita sono state pubblicate numerose edizioni, in caso di citazione dal testo non indicheremo le pagine, ma il titolo del capitolo da cui sono tratte quelle parole. I capitoli infatti sono sufficientemente brevi per permettere a chi lo volesse di rintracciare senza difficoltà la citazione in una qualunque edizione dell’opera.

I documenti utilizzati sono quasi totalmente conservati e consultabili presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Salvo dove diversamente specificato la collocazione indicata è quindi relativa a questa biblioteca.

Ricordiamo che esiste un sito ufficiale dedicato all’autore in cui oltre a notizie varie si possono trovare anche diversi testi da lui scritti, in particolare articoli pubblicati su riviste e quotidiani.

image of Stefano Benni, Margherita Dolcevita
Stefano Benni, Margherita Dolcevita
La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede la prima edizione di Margherita Dolcevita, uscita come di consueto presso l’editore Feltrinelli nel 2005. Diversamente da quanto abbiamo visto succedere per Bar Sport o La Compagnia dei Celestini, la copertina di quella prima edizione, opera del fumettista e illustratore Giuseppe Palumbo - di cui l’Archiginnasio possiede 20 disegni originali - non venne cambiata nel momento della pubblicazione nella collana Universale economica. Anche la quarta di copertina di questa edizione economica, posseduta dall’Archiginnasio, riporta un testo già presente nel risvolto di copertina della prima edizione.   Stefano Benni, Margherita Dolcevita, Milano Feltrinelli, 2025. Collocazione: 20. S. 70 Il romanzo è presente nelle biblioteche bolognesi anche in formato ebook e audiolibro su CD. Ringraziamo la Biblioteca Casa di Khaoula per averci fornito la riproduzione della copertina della prima edizione.
image of Francesco Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (1993)
Francesco Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (1993)
«Di mestiere papà fa il pensionato, ma anche l’avvocato difensore di oggetti. Ha un capannone di roba usata, non butta via niente. Dice che non è giusto chiamare vecchie le cose: perché vivranno più di noi. Se ce ne sbarazziamo e le sostituiamo troppo presto, soffrono. Quindi lui aggiusta e ripara e rimonta e riavvia. È l’unico in tutta la zona che cura biciclette pedalopatiche, radio afone, lavatrici asmatiche e caffettiere impotenti. Ha una borsa di attrezzi magica. Dice che l’uomo è stato creato padrone della terra, ma gli manca una cosa fondamentale: una borsa di attezzi per riaggiustarsi». (Cap. 2, La mia famiglia).   Nel 1993 Francesco Orlando pubblica una monumentale opera (aggiornata in una edizione riveduta e ampliata l’anno successivo) dedicata alle tracce lasciate nei testi letterari da quelli che nel titolo chiama Oggetti desueti e che meglio definisce nel sottotitolo: Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti. Cioè “cose” - e il fatto che si tratti di elementi dotati di fisicità e concretezza è la prima discriminante della sua selezione - che hanno perduto la loro funzionalità primaria e che appaiono quindi, scrive Orlando, «più o meno inutili o invecchiate o insolite: dentro quel piano immaginario di letteratura diverso di testo in testo, e perciò in contrasto con ideali sottintesi sempre variabili di utilità o novità o normalità» (p. 4). Oggetti che possono però acquistare una «funzionalità di recupero» (p. 13) che in Margherita Dolcevita non risiede tanto nel nuovo utilizzo che degli oggetti si può fare dopo che il padre li ha aggiustati, ma nell’azione stessa di aggiustarli, nella volontà dell’uomo di occuparsi di loro. Lo svuotamento del capannone da tutti questi oggetti, per fare posto a “cose” nuove e perfettamente funzionali - e quindi il venire meno di questa volontà di riparare, aggiustare, dare valore a un oggetto anche se vecchio e inutile - diventerà infatti il correlativo oggettivo del mutamento del padre di Margherita, del suo abbandonarsi al volere dei nefasti vicini Del Bene. Non sappiamo in quale delle 12 categorie che chiudono l’albero semantico creato da Francesco Orlando possa essere inserita «la signora Legnano», la vecchia bicicletta amata da Margherita. Forse nella categoria indicata come «Memore-affettivo». Ma non c’è dubbio che il romanzo di Benni potrebbe rientrare fra le centinaia di esempi su cui il critico poggia la sua trattazione.   Francesco Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Torino, G. Einaudi, [1993]. Collocazione: CONT. 433 236
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Inventare libri
«Avete letto il Manuale di caccia al fantasma di Hector Plasma? No? Per forza, l’ho inventato io. Avete scoperto un’altra mia piccola mania. Invento i libri e racconto di averli letti. Fingo così bene e li rigiro nel cervello così a lungo che forse a quel punto potrei anche scriverli. Ma fantasticare è piacevole, scrivere è faticoso». (Cap. 4, Il prato ferito)   Molte delle manie di Margherita hanno a che fare con la letteratura. Nelle sue parole, qui come in altri casi, si sente la voce dello scrittore Benni, che in questo frangente riflette sulle difficoltà dello scrivere - «fantasticare è piacevole, scrivere è faticoso» - e sul piacere di esercitare una sfrenata immaginazione. Leggendo Umberto Eco nel 2025 abbiamo citato questo interessantissimo catalogo dei libri inventati che si possono trovare all’interno dei libri reali. È un peccato che sia stato pubblicato due anni prima che uscisse Margherita Dolcevita, perché nel romanzo di Benni gli autori avrebbero potuto trovare numerosi esempi da aggiungere al loro lavoro.   Paolo Albani, Paolo della Bella, Mirabiblia. Catalogo ragionato di libri introvabili, Bologna, Zanichelli, 2003. Collocazione: CONS. BIBLIOGRAFIA 29-1
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Poesie brutte...
«- Quando ero in collegio, ogni notte appariva lo spettro di un ragazzo che si era impiccato per un brutto voto. Ne avevano tutti paura. Una volta è apparso al preside e ha detto: domani la interrogo, signor professore. E quello è morto nella notte. - Bum. Questa l’hai inventata tu. - Potrebbe essere. Io invento storie orribili. - Io invece compongo poesie brutte e inizi di libri. - Inizi? - Solo la prima frase. - Fammi un esempio». (Cap. 7, L’angelo caduto).   Altra mania letteraria di Margherita: le poesie brutte. La bambina ne aveva dato un esempio nel secondo capitolo:   Mi chiamo Margherita Peso meno in mutande che vestita   Queste poesie sono sempre accompagnate da un piccolo disegno. Durante l’incontro del Gruppo di lettura dedicato a La Compagnia dei Celestini, abbiamo avuto un’animata discussione su quanto oggi le recensioni di libri che compaiono sui giornali siano asservite a logiche di favore e amicizia e evitino quindi i libri di cui si dovrebbe parlare male (o ancora peggio ne parlano comunque bene). Sarebbe compito della critica letteraria anche individuare, e segnalare, i testi “brutti”. O i passaggi più infelici di opere normalmente considerate capolavori. È ciò che fece nel 1879 Giuseppe Ricciardi che si assunse il rischio di elencare, canto per canto, i versi danteschi a suo parere classificabili come “brutti”. Ne uscirono tre volumetti - uno per ogni cantica, oggi integralmente consultabili online - di innegabile coraggio e che suscitarono forti critiche, tanto che qualcuno gli suggerì di ritirare tutte le copie di quello dedicato all’Inferno. Ricciardi riporta questo episodio nell’introduzione del volume sul Purgatorio, l’unico posseduto dall’Archiginnasio e di cui vediamo qui la copertina. Ricciardi muove critiche di vario genere a Dante. Ne vediamo un solo esempio, relativo al primo canto del Purgatorio e alla descrizione di Catone:   «Fiume e piume non istan lì che per far rima col lume del secondo verso della precedente terzina, chè il fiume qui non c’entra per nulla, senza parlar dell’epiteto di cieco, ch’è per lo meno assai strano, oltre di che quell’oneste piume esprimono malamente l’imagine delle gote coperta di barba, poste in moto dal favellar di Catone» (p. 13-14).   Non osiamo immaginare cosa avrebbe potuto dire Ricciardi delle poesie di Margherita, ma lei forse, nella sua ricerca della bruttezza, ne sarebbe stata contenta.   Giuseppe Ricciardi, Le bruttezze di Dante. Osservazioni critiche di G. Ricciardi intorno alla seconda Cantica della Divina Commedia, Napoli, Marghieri, 1879. Collocazione: LANDONI Opusc. 1182
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...e bello scrivere
C’è stato chi, a differenza di Ricciardi, si è invece applicato nell’individuare pagine di “bello scrivere” nella prosa e nella poesia italiane. E lo ha fatto per fornire a chi deve scrivere in italiano - in particolare agli studenti - esempi da seguire, in un periodo (la prima metà del XIX secolo) in cui ancora la nostra lingua era considerata di minore valore rispetto a quella latina e veniva quindi spesso utilizzata in maniera poco accorta. Questo spiega Luigi Fornaciari nella lettera che indirizza allo stampatore lucchese Giuseppe Giusti in apertura del suo volume Esempi di bello scrivere in prosa. Successivamente l’autore pubblica il corrispettivo lavoro dedicato alla poesia, che rispetto alla prosa gode comunque di maggior prestigio nelle scuole del Regno. Il successo del lavoro di Fornaciari è testimoniato dalle numerose edizioni che continuano a uscire nei decenni successivi, molte delle quali sono presenti, anche in più esemplari, nella nostra biblioteca. Quelle che qui presentiamo - pubblicate a Lugano, probabilmente destinate agli studenti italiani del luogo, ulteriore segnale della fortuna dell’opera - sono legate in un unico volume: un vero e proprio manuale completo di “bello scrivere” che probabilmente sia Margherita sia Benni avrebbero volentieri evitato.   Esempi di bello scrivere in prosa, scelti e illustrati da Luigi Fornaciari, ed. fatta sulla 6. ed. lucchese con qualche nuova cura del compilatore, Lugano, a spese degli editori, 1852. Collocazione: 33. C. 278 op. 1   Esempi di bello scrivere in poesia, scelti e illustrati dall'avvocato Luigi Fornaciari, nuova ed. riveduta e ricorretta, Lugano, a spese degli editori, 1856. Collocazione: 33. C. 278 op. 2    
image of Snoopy, Era una notte buia e tempestosa (12 luglio 1965)
Snoopy, Era una notte buia e tempestosa (12 luglio 1965)
Per parlare degli inizi dei libri, altra specialità di Margherita, non possiamo che partire da quello che per molti è «l’incipit per antonomasia, che tutti conoscono e associano alle imprese letterarie di Snoopy» (Davide Giansoldati, Ivan Ottaviani, Era una notte buia e tempestosa, p. 6). L’autore di questa frase è Snoopy o Charles Schulz? Difficile rispondere. Ci limitiamo a segnalare che la celebre battuta compare per la prima volta il 12 luglio 1965 nella vignetta che qui vediamo in traduzione italiana, dando il via alla carriera di scrittore del bracchetto, sulla quale si veda l’articolo di Alberto Brambilla, “Era una notte buia e tempestosa”, storia di Snoopy scrittore, pubblicato sul sito Fumettologica il 26 ottobre 2020. Brambilla spiega anche perché Schulz utilizzi questa frase - in originale «It was a dark and stormy night» - e indica chi l’aveva già scritta prima di lui o la userà successivamente. A questo riguardo qualche informazione ulteriore si trova nell’articolo di Eva Luna Mascolino Da dove deriva la frase di Snoopy “Era una notte buia e tempestosa”?, pubblicato sul sito Il Librario.it il 7 ottobre 2022.   Charles M. Schulz, The complete Peanuts. 8: Dal 1965 al 1966, Modena, Panini comics, c2008. Collocazione: ARPE-MO. A. 23 / 8
image of Davide Giansoldati, Ivan Ottaviani, Era una notte buia e tempestosa (2015)
Davide Giansoldati, Ivan Ottaviani, Era una notte buia e tempestosa (2015)
Il celeberrimo incipit di Snoopy è stato utilizzato come titolo per alcuni libri, a partire dallo studio sul mondo dei Peanuts firmato da Elena Massi e di cui abbiamo già avuto modo di parlare nella gallery dedicata lo scorso anno a Apocalittici e integrati di Umberto Eco. Anche il volumetto di cui vediamo qui la copertina ha lo stesso titolo ma non si occupa di Peanuts bensì di incipit di romanzi, che sono lo spunto per alcuni esercizi di scrittura creativa. Il lavoro infatti si inserisce all’interno di Writers and Readers, «un [...] progetto, che attraverso un approccio esperienziale (si impara facendo) punta a fornire ai partecipanti ai suoi incontri metodo e strumenti per migliorare la propria scrittura» (p. 8).   La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede questo volume. Ringraziamo la Biblioteca Borgo Panigale Miriam Ridolfi per averci fornito la riproduzione della copertina. Davide Giansoldati, Ivan Ottaviani, Era una notte buia e tempestosa, Milano, Bibliografica, 2015. Collocazione: Biblioteca Borgo Panigale Miriam Ridolfi, A 411 GIA
image of Giacomo Papi, Federica Presutto, Era una notte buia e tempestosa... (1993)
Giacomo Papi, Federica Presutto, Era una notte buia e tempestosa... (1993)
«Mi sono rifugiata nella mia cameretta e ho iniziato a scrivere inizi di capolavori». (Cap. 8, Cambiamenti in atto)   I 1430 romanzi da cui sono tratti gli incipit che si leggono nel volume di cui vediamo la copertina non sono sicuramente tutti capolavori come quelli immaginati da Margherita, ma sono senza dubbio il più lungo elenco di questo tipo pubblicato in italiano al momento in cui Papi e Presutto licenziano il loro lavoro, su cui incontriamo per l’ennesima volta il ben conosciuto titolo. Qui vengono aggiunti, sia al titolo che alla citazione dei Peanuts presente nel libro (p. 207), i tre punti, non presenti invece nella vignetta originale. Prima ci siamo scherzosamente chiesti se l’incipit che ci sta ossessionando sia da ascrivere a Snoopy o a Schulz. Posto che, come ci ha spiegato Eva Luna Mascolino, la frase preesisteva al fumetto - che l’autore lo sapesse o meno - constatiamo che Papi e Presutto ne indicano l’autore in Snoopy, che si conquista quindi anche un posto nell’indice dei nomi su cui non si trova invece menzione di Schulz. Nel 2000 viene pubblicata l’edizione aggiornata di quest’opera, che però ha titolo diverso: In principio... 2001 modi per iniziare un romanzo. Come si vede gli incipit elencati crescono in misura notevole, cosa che porta anche a una riorganizzazione delle categorie in cui sono suddivisi. Viene aggiunto anche l’inizio di Paul Clifford (1830) di Edward Bulwer-Lytton, che nel testo originale inglese (qui leggibile in una edizione tedesca) era: «It was a dark and stormy night». Nel 2018 terzo capitolo e terzo titolo: esce Incipit. 2001 modi per iniziare un romanzo, in cui a Giacomo Papi e Federica Presutto si aggiungono come autori Riccardo Renzi e Antonio Stella. Il numero degli inizi di romanzo elencati rimane stabile, ma gli aggiornamenti sono numerosi. Proprio ricercare la presenza di Benni in questi lavori ci fa infatti capire che anche nel passaggio fra l’edizione del 1993 e quella del 2000 non c’era stata una semplice aggiunta di incipit, ma una revisione completa. Nella prima edizione infatti Benni era presente con gli inizi di La Compagnia dei Celestini, Terra! e Baol. In quella del 2000 i titoli dello scrittore bolognese citati sono ancora tre, ma solo Baol resiste. Gli altri due sono stati sostituiti da Bar Sport e Spiriti. Un titolo nuovo quindi, uscito nello stesso anno 2000, e un titolo storico, per qualche motivo ignorato dagli autori dell’incipitario nel 1993. L’edizione 2018 continua a riportare gli inizi di questi tre romanzi.   La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede questo volume. Ringraziamo la Biblioteca Jorge Luis Borges per averci fornito la riproduzione della copertina. Giacomo Papi, Federica Presutto, Era una notte buia e tempestosa... 1430 modi di iniziare un romanzo, Milano, Baldini & Castoldi, 1993. Collocazione: Biblioteca Jorge Luis Borges, SCA. 808.3 PAPI
image of Una prefazione di Umberto Eco
Una prefazione di Umberto Eco
Se l’incipit di un romanzo è quasi sempre facilmente identificabile da un punto di vista strettamente letterario, le cose si complicano se pensiamo invece all’incipit di un libro - inteso come oggetto fisico - e alla concreta esperienza di lettura che ne possiamo fare. Spesso infatti il testo vero e proprio del romanzo è preceduto da una serie di oggetti paratestuali che possono influenzare anche profondamente la nostra percezione del testo che ci apprestiamo a leggere. Per rimanere in temi appena trattati: leggere i Peanuts con o senza l’introduzione di Umberto Eco può fare una grande differenza nella nostra comprensione e ricezione del fumetto di Schulz. Ci sono casi in cui introduzioni e prefazioni acquisiscono vera e propria dignità di testi autonomi: recentissimo è questo volume in cui sono pubblicate molte delle prefazioni (non tutte) scritte da Umberto Eco, autore di riferimento del Gruppo di lettura nel 2025. Fra le molte prefazioni è compresa anche quella che il professore di Alessandria scrisse per il lavoro sugli incipit di cui abbiamo parlato nella scheda precedente. Il titolo è Chi ben comincia (p. 81-83). In questo volume viene pubblicata la versione della prefazione presente su In principio..., l’edizione del 2000 del lavoro di Papi e Presutto, e che verrà riproposta nel 2018, naturalmente inalterata dal momento che nel frattempo Eco era deceduto. Il testo di Eco però era già presente in Era una notte buia e tempestosa... del 1993, ma leggermente diverso. E le differenze sono significative. Nel 2000 Eco elimina il primo paragrafo del testo del 1993, rendendo più difficilmente comprensibile un riferimento a Calvino che si trova poche righe dopo. Viene poi espunto anche l’ultimo paragrafo del testo del 1993, in cui l’autore si augurava un secondo volume del lavoro, dedicato ai finali dei romanzi, agli explicit.  Riassumendo: rivedendo un testo in cui si parla dell’importanza dell’inizio di un romanzo, Eco decide di eliminare proprio l’inizio del testo stesso, anche a costo di rendere più complicata l'interpretazione di un passo successivo. Inoltre cancella il finale di quel testo, in cui si parlava dell’importanza di come un romanzo si conclude. “Conoscendo" Eco, ci sembra un gioco troppo sottile e intrigante per essere casuale...   Umberto Eco, L'umana sete di prefazioni. Testi liminari 1956-2015, a cura di Leo Liberti, Milano, La nave di Teseo, 2026. Collocazione: 20. Q. 1949
image of Un incipit di Umberto Eco
Un incipit di Umberto Eco
Ancora Eco, che nel 2000, in occasione delle celebrazioni per l’elezione di Bologna a Capitale europea della cultura, venne invitato a scrivere l’incipit di un racconto che i partecipanti a un concorso letterario dovevano concludere. Il testo immagina che nel 3000 venga “risvegliato”, tramite ingegneria genetica, un abitante del capoluogo emiliano del XX secolo, che dovrà raccontare com’era la città in quegli anni. Questo breve opuscolo riporta i racconti vincitori del concorso. All’inizio di uno di questi, Addio di Carlo Sarti (p. 12-16), l’uomo risvegliato nel 3000 racconta che uno degli ultimi ricordi che gli rimangono del XX secolo è di essersi recato in Archiginnasio per assistere alla presentazione dell’ultimo libro di Umberto Eco.   Racconta Bologna. [Nove storie da un incipit di Umberto Eco], [curato da Giampiero Mucciaccio e Matteo Balzani], Bologna, Atc [etc.], stampa 2000. Collocazione: MISC. B. 840
image of Carlo Fruttero, Franco Lucentini, Íncipit (1993)
Carlo Fruttero, Franco Lucentini, Íncipit (1993)
Da sempre inclini a giocare con la letteratura, anche Carlo Fruttero e Franco Lucentini compilano la loro lista di 757 incipit. Ne esce un libro-quiz, in cui gli inizi di romanzo vengono forniti senza indicazione di titolo e autore, in modo che i lettori possano divertirsi a indovinarli. Solo nella seconda parte si svelano le soluzioni, accompagnate in alcuni casi da brevi commenti dei due autori. Il volume è illustrato da disegni di Donatella Caprara. Qui vediamo l’llustrazione che accompagna il primo capitolo, intitolato Esposizione degl’incipit.   Carlo Fruttero, Franco Lucentini, Íncipit. 757 inizi facili e meno facili. Un libro di quiz e di lettura, disegni di Donatella Caprara, Milano, A. Mondadori, 1993. Collocazione: 35. B. 3270  
image of Aldo Nemesio, Le prime parole (1990)
Aldo Nemesio, Le prime parole (1990)
Parlando degli inizi dei romanzi abbiamo visto elenchi, libri-gioco, fumetti e concorsi letterari. Aldo Nemesio propone un interessante studio degli incipit narrativi dal punto di vista del lettore, cioè di come le operazioni di lettura siano diverse nelle prime pagine di una storia, «punto decisivo d’incontro con il lettore» (p. 7), rispetto a quelle successive. E di come gli autori debbano tenere conto di questa differenza nel momento in cui strutturano il loro testo.   Aldo Nemesio, Le prime parole. L'uso dell'incipit nella narrativa dell'Italia unita, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1990. Collocazione: ANCESCHI 00F 043 027
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Margherita e Edgar Allan
«Per tutta una fosca giornata, oscura e sorda, col cielo greve e basso di nuvole, avevamo camminato attraverso una campagna singolarmente lugubre, fino a che mi trovai, mentre già cadeva l’ombra della sera, in vista della malinconica casa Del Bene. Non so come, ma appena l’ebbi guardata, una sensazione di insopportabile tristezza mi prese l’anima». (Cap. 16, La casa Del Bene)   Il gioco con gli incipit di Benni - e di Margherita - diventa più sottile nelle prime righe del capitolo 16, quando la bambina, in procinto di visitare casa Del Bene, cita proprio l’inizio di un racconto ormai diventato un classico. Il testo è facilmente identificabile ma l’autore offre un indizio, forse inutile, nelle righe successive:   «- A cosa stai pensando? - ha chiesto mamma, mentre mi sistemava i capelli-fusilli, davanti al cancello del Cubo. - A un racconto - ho detto. - Che racconto? - ha chiesto papà con sospetto. - Paperino e il fantasma del fiume - ho risposto. Scusami, Edgar Allan».   Si tratta di The Fall of the House of Usher di Edgar Allan Poe. Il racconto Oleron contenuto ne Il bar sotto il mare (ne avevamo già parlato nelle schede 30-32 della gallery dedicata a questa raccolta) era costruito proprio sulla falsariga della triste storia della famiglia Usher. Più che citare una delle tante edizioni del racconto di Poe (pubblicato per la prima volta nel 1839), cogliamo lo spunto per vedere alcune fra le numerose illustrazioni che hanno accompagnato il testo dello scrittore di Providence. In questa scheda osserviamo il lavoro di un illustratore italiano della prima metà del Novecento, Alberto Martini, che a The Fall of the House of Usher dedica tre disegni. Il primo, che ritrae la sorella di Roderick Usher, si intitola Lady Madeline. Più astratto il secondo, dedicato al sentimento che permea tutto il racconto, La peur. Il terzo, Ectoplasma, lo vediamo riportato nelle schede che descrivono queste tre opere nel volume Alberto Martini. Illustratore di Edgar Allan Poe.   Alberto Martini. Illustratore di Edgar Allan Poe, a cura di Marco Lombardi, Milano, F.M. Ricci, 1984. Collocazione: SACCENTI Gd 70    
image of Alexandre Alexéieff illustra La caduta di Casa Usher
Alexandre Alexéieff illustra La caduta di Casa Usher
Un altro illustratore novecentesco di The Fall of the House of Usher è stato il russo Alexandre Alexéieff (adattamento francese del nome Aleksandr Alekseev), che fu incisore, disegnatore e regista. Il cofanetto che qui citiamo contiene dieci carte con altrettante illustrazioni. Vediamo quella che rappresenta l’abitazione in cui si svolge la storia e che è vera e propria protagonista del testo, fin dal titolo. Uno dei fascicoli contenuti nel cofanetto contiene il testo del racconto seguito dall’articolo di Roberto Palazzi Gli illustratori di Poe (p. 29-64), in cui si analizza anche l’opera di Alberto Martini e l’edizione dei suoi disegni realizzata da Franco Maria Ricci che abbiamo visto nella scheda precedente (p. 46-48).   Alexandre Alexeieff, La caduta di Casa Usher. Le ombre inquiete del grande illustratore russo per un classico di E. A. Poe, 1 cofanetto (2. fasc. + 10 carte sciolte), [Roma, Stampa alternativa, 197.?]. Collocazione: SACCENTI Ge 199 / 1-2
image of La distopia del mondo sommerso
La distopia del mondo sommerso
«Oppure immagino di essere in una casa galleggiante in mezzo a una sconfinata palude, con un ingorgo di motoscafi che suonano il clacson. Il mondo è sommerso dall’acqua e io sto raccontando la mia vita di sopravvissuta a mia figlia Margherana (i bimbi in questo mio ipotetico futuro saranno anfibi). E le racconto [...]». (Cap. 1, La sparizione delle stelle)   Margherita narra la storia in prima persona. Lei stessa però in alcuni passi del romanzo sembra volere complicare il suo statuto di narratrice, ipotizzando che il racconto sia narrato da una Margherita ormai invecchiata, in un futuro in cui le acque hanno allagato le città, i bambini nascono anfibi e, a conferma del fatto che la riflessione sulla narrazione è sempre centrale per Benni, «pochi sanno raccontare» (cap. 12, L’affare si ingarbuglia). Nonostante la simbologia dell’acqua sia molto presente nel romanzo, si trovano solamente tre accenni a questo mondo acquatico futuro. Sono però collocati in posizioni cardine: il primo capitolo (la citazione appena vista), quello centrale (il dodicesimo, dal titolo L’affare si ingarbuglia) e la pagina finale della storia, dopo la quale si trova solo il Commiato. Benni sembra volere sottolineare, con questi tre brani, l’importanza del tema ecologico nel romanzo. Il mondo futuro ipotizzato da Margherita ricorda le distopie inventate dagli scrittori di fantascienza, in cui l’uomo ha sconvolto l’ambiente naturale causando inondazioni o - al contrario, ma con conseguenze e significati uguali - siccità irreversibile (si veda, come esempio di desertificazione estrema, il romanzo Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia).  Fra i più famosi esempi di distopia acquatica va citato The Drowned World di un maestro del genere fantascientifico, J.G. Ballard, pubblicato per la prima volta nel 1962. Proprio negli anni Sessanta del Novecento il tema ecologico acquisisce centralità in letteratura e più in generale nell’arte. Dopo qualche decennio, in particolare negli ultimi 25 anni, il dibattito critico ha riconosciuto e approfondito l’importanza di questo tema, in prima battuta negli Stati Uniti e in seguito, e con accenti originali, anche in Europa. Uno dei primi testi dedicati a questo tema in Italia è  stata la raccolta di saggi del 2013 Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta, a cura di Caterina Salabè. Negli ultimi 10 anni è stato importante il lavoro di Niccolò Scaffai, che ha prima dedicato un volume saggistico a Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa (2017), poi ha curato una raccolta di testi narrativi in cui le preoccupazioni per la sorte del nostro pianeta sono centrali: Racconti del pianeta Terra (2022). Margherita Dolcevita, non solo nei citati accenni alla distopia del mondo sommerso ma anche nei numerosi passi che sottolineano l’odio per l’ambiente naturale della famiglia Del Bene, si inserisce in questo filone di narrativa “ecocritica” (il titolo del quarto capitolo è Il prato ferito). Non abbiamo però trovato traccia del romanzo nei testi critici dedicati al tema in questione.   J.G. Ballard, Il mondo sommerso, Milano, Baldini & Castoldi, [1998]. Collocazione: 35. A. 21524
image of Max Allan Collins, Waterworld (1995)
Max Allan Collins, Waterworld (1995)
Parlando di distopie in cui il mondo è stato sommerso dalle acque, uno dei riferimenti inevitabili è cinematografico: Waterworld, regia di Kevin Reynolds, esce nelle sale nel 1995. Protagonista è Kevin Costner, fresco del successo di Balla coi lupi. Successo non replicato con questo film, oggetto di molte critiche, che però ci permette di citare questo romanzo tratto dalla sceneggiatura, e di ricordare come Labella, la figlia dei Del Bene, si guadagni una nota di biasimo da Margherita perché prima va a vedere il film poi, se le piace, compra il libro (e probabilmente non lo legge). Con Waterworld la scelta di Labella avrebbe avuto senso, dal momento che l’opera “primaria” è proprio quella cinematografica. Ricordiamo anche il progetto realizzato negli ultimi anni dal Settore Bibilioteche e Welfare culturale intitolato Era meglio il libro?, che prevede la visione di film tratti da testi letterari, introdotta da un breve dibattito.   Max Allan Collins, Waterworld, basato sulla sceneggiatura di Peter Rader e David Twohy, Milano, Sperling & Kupfer, [1995]. Collocazione: 35. A. 23911
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Wu Ming 1, Gli uomini pesce (2024)
Il collettivo Wu Ming ha più volte trattato, nei propri libri come sul blog Giap, il tema di come l’uomo si relazioni con l’ambiente naturale, denunciando in diversi modi come l’interesse economico abbia quasi sempre prevalso nella gestione del territorio, a scapito del rispetto del territorio stesso e dei suoi abitanti, animali e vegetali. Uno dei testi più significativi in questo senso è Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1, che ricostruisce la storia del movimento No TAV. Jacopo Turini lo analizza in un suo articolo come uno dei più riusciti esempi di «riflessione sul rapporto fra letteratura e attivismo sul territorio [...]», opere i cui «autori hanno ben chiare le proprie responsabilità e l’obiettivo di dare una voce, un’opportunità di riscatto, agli abitanti» (Jacopo Turini, Lo scrittore come ecologista. Scrittura ed esperienza sul territorio montano da Nuto Revelli a Wu Ming 1, in Tra ecologia letteraria ed ecocritica. Narrare la crisi ambientale nella letteratura e nel cinema italiani, a cura di Marina Spunta e Silvia Ross, p. 43-50: 44, 50). Queste tematiche sono al centro di un altro lavoro di Wu Ming 1, ma questa volta si tratta di un romanzo, Gli uomini pesce  (2024). E il territorio a cui si indirizza lo sguardo non è più quello montano ma, all’opposto, il Delta del Po e in particolare la bassa ferrarese. Già nel racconto Arzèstula (pubblicato nel 2009 nella raccolta curata da Giorgio Vasta Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile, p. 83-105, poi nell’antologia di racconti del collettivo Anatra all’arancia meccanica, p. 387-408, oggi disponibile online) il collettivo aveva affrontato le problematiche ambientali (anche) di questo territorio, osservato proprio da un futuro distopico (un breve riassunto commentato del racconto compare nella Postilla finale di Anatra all’arancia meccanica). Nel romanzo del 2024, la cui protagonista è una geografa, la tematica ecologica si inserisce all’interno di una vicenda complessa, che si svolge su diversi piani temporali e che quindi permette di mettere in luce il mutamento di un territorio che, a causa delle speculazioni degli ultimi 50 anni, si dibatte fra ondate di siccità e il rischio - oramai difficilmente evitabile - di vedere allagate intere aree antropizzate in seguito a bonifiche realizzate senza criterio. Paradossalmente la soluzione migliore sarebbe proprio consentire il ritorno dell’acqua in molte zone, un’operazione da governare e gestire - come stanno chiedendo di fare diverse associazioni del territorio - prima che la natura riprenda in maniera incontrollata e traumatica ciò che era suo. La distopia prospettata da Ballard ne Il mondo sommerso e appena adombrata da Benni in Margherita Dolcevita, sembra quindi essere qualcosa di ben più vicino e realistico di quanto quei testi potessero fare immaginare. La copertina del romanzo di Wu Ming 1 anzi ci racconta che il mondo sommerso esisteva già in passato, mostrando una mappa delle valli di Comacchio realizzata da Élisée Reclus nel 1876 (rielaborata graficamente da Andrea Alberti), in cui si nota la netta prevalenza dell’elemento acquatico sulla terraferma, che emergerà invece in seguito alle bonifiche. Recentemente la «Rivista geografica italiana» (CXXXVI, 2026, n. 1, p. 168-195) ha pubblicato l’intervento a più voci Un forum su Gli uomini pesce di Wu Ming 1 (2024), che contiene contributi di Francesco Visentin, Elisa Magnani, Stefano Piastra, Margherita Cisani e Luca Bonardi. In occasione della presentazione presso la Biblioteca dell’Archiginnasio del Fondo speciale Carte Viganò-Meluschi, Wu Ming 1 ha illustrato alcuni aspetti de Gli uomini pesce, fra i cui personaggi compaiono proprio Renata Viganò e Alberto Meluschi.   Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Torino, Einaudi, 2024. Collocazione: 20. Q. 1690
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Moira Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare (2020)
«L’esperienza di cui state per leggere si è sviluppata nel 2018-2019, con un prolungamento fin dentro il 2020, nelle sale della biblioteca comunale “Mario Soldati” di Ostellato». (Wu Ming 1, Le “terre nuove” destinate a scomparire (raccontate prima che arrivi il mare), in Quando qui sarà tornato il mare, p. 7-40: 36)   Moira Dal Sito non esiste. O meglio, non esiste come persona fisica ma esiste come autrice. È infatti l’anagramma di Mario Soldati scelto come nome collettivo dai partecipanti all’esperienza di cui parla Wu Ming 1, nata da un’idea di Marina, bibliotecaria di Ostellato:   «Nel 2017 Marina mi ha proposto di tenere un corso in biblioteca. Era l’occasione che cercavo. Ho scritto una dichiarazione d’intenti, precisando che il mio sarebbe stato un laboratorio di scrittura collettiva. Lavoro di gruppo, cooperazione, condivisione. E il tema sarebbe stato lo scenario che incombe sul basso ferrarese». (Ivi, p. 37)   Quando qui sarà tornato il mare testimonia che fra Arzèstula e Gli uomini pesce lo sguardo di Wu Ming 1 ha continuato a scandagliare quel territorio, a interrogarsi su quello che gli scrittori possono fare, a coinvolgere persone. Tenendo sempre a mente le distopie acquatiche da cui siamo partiti, Ballard compreso, e a cui possono essere ascritti i sei racconti che formano la parte narrativa del volume, che si svolgono fra il 2018 e il 2088:   «Quello dei mondi sommersi è un sotto-sottogenere consolidato. Nella produzione del Novecento è celeberrimo Il mondo sommerso di James G. Ballard, romanzo del 1963 pubblicato in Italia anche col titolo Deserto d’acqua. E tutta la cli-fi, com’è ovvio, parla di mondi sommersi». (Ivi, p. 15)   Moira Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, a cura di Wu Ming 1, Roma, Alegre, 2020. Collocazione: 20. S. 64
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Barzellette
«Papà stava per raccontare una barzelletta, ma mamma lo ha fermato con lo sguardo. Tutte le volte che papà prova a raccontare una barzelletta, riempie di angoscia l’intero uditorio. È il peggior raccontatore di barzellette del cosmo». (Cap. 10, La cena fatale)   Senza dubbio Margherita non ha ereditato le proprie capacità affabulatorie dal padre, che non riesce a raccontare neanche una barzelletta. Ma siamo sicuri che sia così facile? I numerosi repertori di facezie, storielle divertenti, freddure, ecc. che si possono reperire in biblioteca sembrano testimoniare che quella del barzellettiere è un’arte tutt’altro che semplice da imparare e mettere in pratica. Consigliamo quindi di partire da questo testo scritto da uno dei più importanti scrittori umoristici del nostro paese, Achille Campanile. Che anche mentre spiega come narrare una storia che faccia ridere, riesce a farci ridere. Per averne testimonianza, basta leggere il sottotitolo del volume. Oppure scoprire che la prefazione dell’autore si trova alla fine, a causa di «una dimenticanza dovuta soprattutto a distrazione» (p. 6). Nell’edizione dell’opera pubblicata nel 2001 si trova anche una Postfazione di Stefano Bartezzaghi (p. 455-460). Vogliamo offrire anche noi il nostro contributo didattico, sfruttando la spiegazione della etimologia della parola «barzelletta» fornita da Alessandro Parenti nel saggio Etimologie, contenuto in La vita delle parole. Il lessico dell'italiano tra storia e società, a cura di Giuseppe Antonelli, p. 91-124: 103-106).   Achille Campanile, Trattato delle barzellette. Con florilegio, silloge, repertorio, divisione per materie, enciclopedia alfabetica e storica, ad uso delle scuole, università, famiglie, comunità, signore sole, viaggiatori, tipi sedentari e professori della Sorbona, Milano, Rizzoli, 1961. Collocazione: BIGIAVI B. 1484
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Domenico Volpi, Didattica dell umorismo (2018)
Ancora una dimostrazione del fatto che fare ridere è anche questione di tecnica. Questo manuale venne pubblicato per la prima volta nel 1983 in una collana dedicata alle scuole. L’autore - a lungo redattore del periodico «Il Vittorioso», in cui lavorava fianco a fianco con alcuni dei più divertenti autori per ragazzi del tempo - mise a frutto anche la propria esperienza di lavoro con i ragazzi. Qui vediamo la copertina dell’edizione del libro del 2018, da cui è tratta anche la fotografia proposta.   Domenico Volpi, Didattica dell'umorismo, Ferrara, Festina lente, 2018. Collocazione: ARPE-FE B. 606
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Scrivere lettere?
Fra le molte forme letterarie in cui Margherita dà prova di eccellere, c’è anche la scrittura epistolare. Si tratta in realtà di una sola lettera, redatta per conto del fratello più giovane. Ma il fatto che Erminio (detto Eraclito) affidi alla sorella le proprie chances di conquistare l’amata professoressa di matematica, la dice lunga sulla fiducia che il ragazzo ripone nelle doti letterarie di Margherita. Questa abilità è ancora più sorprendente se si pensa che la ragazza vive in anni in cui la scrittura di lettere cartacee è ormai un dimenticato retaggio del passato. Motivo per cui Armando Petrucci si sente autorizzato a - e in dovere di - scrivere questa dettagliata e interessante storia della scrittura epistolare.   Armando Petrucci, Scrivere lettere. Una storia plurimillenaria, Roma [etc.], GLF Editori Laterza, 2008. Collocazione: 20. G. 5597
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Galileo Galilei, lettera del 16 ottobre 1632
La sostanziale scomparsa della scrittura epistolare cartacea rientra all’interno di una questione ben più ampia, cioè il passaggio a quella che Raffaele Simone definisce la Terza Fase nello sviluppo del «modo di formarsi delle conoscenze» (Raffaele Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, p. VIII). Una fase in cui «si è avuto un drastico cambiamento quantitativo: oggi, la quantità delle cose che sappiamo per averle lette da qualche parte è molto minore di trent’anni fa» (ivi, p. XI). Oggi è più frequente imparare cose perché le abbiamo viste, o ascoltate, «o magari lette con una speciale forma di lettura sullo schermo di un computer» (ibidem). Il discorso sarebbe molto ampio, ma qui ci preme rilevare come la questione abbia un’incidenza molto concreta nella gestione e organizzazione di una biblioteca come la nostra, che ha fra i propri tesori proprio alcuni carteggi. Già da qualche anno gli archivisti stanno affrontando il fatto che sarà molto più difficile recuperare e conservare i carteggi di oggi, affidati alla posta eletronica se non a sistemi di messaggistica ancora più volatili e instabili. Una sfida, come detto, troppo complessa per provare anche solo a delinearne gli sviluppi in questa sede. Ci limitiamo quindi a proporre uno dei tesori epistolari conservati dalla Biblioteca dell’Archiginnasio, le 34 lettere che Galileo Galilei scrisse a Cesare Marsigli fra il 1624 e il 1632. In queste missive lo scienziato parla un po’ di tutto, dagli argomenti più quotidiani a quelli che riguardano i propri studi. Nella lettera che qui vediamo - la trentatreesima, datata 16 ottobre 1632 - Galileo racconta la vicenda della «acerbissima persecuzione» a cui la Santa Inquisizione sottopose il Dialogo sopra i due massimi sistemi. La trascrizione di questa e delle altre lettere presenti in biblioteca si trova in Di vostra signoria illustrissima devotissimo et obligatissimo servitore. Trentaquattro lettere autografe di Galileo Galilei 1624-1632, a cura di Giancarlo Roversi e Giampaolo Avanzi.   Lettere di Galileo Galilei e di altri scienziati del Seicento (1624-1632). Collocazione: Fondo Manoscritti - A, A.2850
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Giacinto, Apollo e Labella
Margherita utilizza le proprie abilità e conoscenze in campo letterario non solo per agevolare la vita sentimentale di Erminio, ma anche per aiutare Giacinto - grezzo e ignorantissimo fratello maggiore - a conquistare Labella, vanesia e bellissima figlia dei Del Bene:   «Era lì, ottanta chili di ferormoni e disperazione, il mio povero fratellone esule dal Maraglistan. - Raccontami una storia con cui possa affascinarla - mi ha chiesto. - Va bene, te la racconto. È un mito. - Come Maradona? - Più vecchio [...]». (Cap. 15, Trasformazioni)   Dopo il recupero della scrittura epistolare, ecco la riscoperta dell’epica classica. Il mito è quello di Apollo e Giacinto, che il ragazzo racconterà a modo suo a Labella durante la cena nel Cubo, nel capitolo successivo. La più celebre narrazione della storia di Giacinto e Apollo si trova nel decimo libro delle Metamorfosi di Ovidio. Qui vediamo una splendida incisione, opera di Michel Faulte, che illustra l’episodio, tratta da un’edizione seicentesca dell’opera in traduzione francese. Il volume è integralmente consultabile online.   Publio Ovidio Nasone, Les Metamorphoses d'Ouide traduites en prose françoise, et de nouueau soigneusement reueuës, corrigées en infinis endroits, et enrichiés de figures à chacune fable, À Paris, chez Augustin Courbé, 1651. Collocazione: 7. K. I. 07
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Videogiochi
In Margherita Dolcevita i videogiochi hanno un ruolo completamente negativo. Sono loro che rendono apatico Erminio, che «si videodroga per mascherare l’inquietudine» (cap. 12, L’affare si ingarbuglia). Il signor Del Bene utilizza un videogioco per rendere inoffensivo il giovane, che non solo riuscirà a riscattarsi, ma proprio grazie al titolo di un videogame - in realtà inesistente - smaschera le bugie dell’uomo. La visione che Benni ha dei giochi elettronici risulta conunque parziale e stereotipata. Ascoltiamo una voce diversa:   «Questo libro è un invito a scoprire il mondo dei videogiochi, andando oltre l’apparenza immediata. L’invito che, in particolar modo, mi sento di rivolgere è quello di provare i videogiochi, o provarne di differenti. La loro varietà interna è enorme. Anche chi è molto scettico di solito si lascia conquistare dal videogioco “giusto”». (Francesco Toniolo, Game culture. Luoghi non comuni del videogioco, p. 8)   Proprio dai primi anni del nuovo secolo, quando viene pubblicato Margherita Dolcevita, si è iniziato a riconoscere «il potenziale educativo di tali media» che «possiedono caratteristiche che li rendono particolarmente adatti alla promozione dell’apprendimento» (Martina Marsano, Gaming in biblioteca e al museo: uno sguardo d’insieme, «Biblioteche oggi», XXXVI, ottobre 2018, p. 18-24: 18, disponibile anche online). Un segnale di questo riconoscimento è arrivato proprio dalle biblioteche - non solo pubbliche ma anche universitarie - e dai musei, che hanno inziato ad accogliere videogiochi nelle proprie collezioni, consapevoli che questi «come i libri, in alcuni casi rappresentano delle vere e proprie opere d’arte e hanno il diritto di vedere riconosciuto il loro valore culturale e artistico» (ivi, p. 19-20). Nella nostra città, all’interno di un generale progetto di gaming che ha coinvolto tutte le biblioteche di pubblica lettura comunali, si segnala in particolare il caso di Salaborsa Lab, che ha accolto in dono nel 2021 le riviste e i videogiochi che facevano parte dell’Archivio Videoludico della Cineteca di Bologna. Circa 2100 titoli possono essere giocati in biblioteca su tre postazioni dedicate e equipaggiate con le più diffuse console.  Gli studi dedicati al gaming in biblioteca, e più nello specifico alla presenza e all’uso dei videogiochi, sono ormai numerosi. Oltre all’articolo già citato, ci limitiamo a segnalare uno dei primi contributi sul tema: Patrizia Boschetti, Il gaming in biblioteca, «Bollettino AIB», XLVIII, 2008, n. 1, p. 45-61.   Francesco Toniolo, Game culture. Luoghi non comuni del videogioco, Bologna, Il Mulino, ©2024. Collocazione: ARPE-BO A. 6120
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Anna Antoniazzi, Labirinti elettronici (2007)
Abbiamo detto che Margherita - e Benni dietro di lei - non ha nessun interesse per i videogiochi, anzi li considera in maniera totalmente negativa. In questo modo trascura però la capacità che ha questo medium di mettere in pratica una delle cose che lei preferisce fare: raccontare storie. In questo volume Anna Antoniazzi compie un’analisi dei «videogame basati su trame nelle quali è ben riconoscibile, pur nella specificità dello strumento, un rimando inequivocabile alla mitologia, al patrimonio fiabesco tradizionale e ai classici della letteratura per l’infanzia» (p. 6). Il secondo capitolo si intitola Trame giocate e in appendice si trova un elenco di questi “Videogiochi narrativi” (p. 145-156). Questo studio - che è preceduto da una breve introduzione di Emy Beseghi, una delle maggiori esperte di letteratura per l’infanzia in ambito accademico - è stato pubblicato nel 2007, a testimonianza del fatto che quando è uscito Margherita Dolcevita, cioè due anni prima, questa visione più complessa e articolata del mondo dei videogiochi era già presente nel dibattito, sempre molto acceso e polarizzante, relativo a questi prodotti ludico-artistici.   Anna Antoniazzi, Labirinti elettronici. Letteratura per l'infanzia e videogame, Milano, Apogeo, 2007. Collocazione: ARPE-RN A. 910
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Le avventure intermediali di Lara Croft
Il sesto capitolo (p. 89-108) del libro di Antoniazzi visto nella scheda precedente si intitola Il principe, il picaro e la “fanciulla”. Tre figure annoverabili fra «i protagonisti più classici della tradizione fiabesca» e che nei videogiochi narrativi hanno grande successo nel rendere «partecipe il giocatore, di un destino di fiaba nel quale non esistono scorciatoie, ma si diventa eroi solo attraverso la coscienza di sé e il superamento delle prove, anche rischiose, che il destino propone» (Anna Antoniazzi, Labirinti elettronici, p. 92, 93). La “fanciulla” proposta da Antoniazzi come esempio di nuova eroina femminile è «Lara Croft - insuperabile protagonista di Tomb Raider» che diviene «una vera e propria icona dell’immaginario contemporaneo, paradigma dei cambiamenti epocali e della svolta immaginativa che si affaccia al nostro orizzonte di esperienza» (ivi, p. 106). Lara è proposta come esempio di nuova figura femminile dominante l’immaginario - non necessariamente e totalmente con aspetti positivi - anche da Gabriella Seveso in Fumette. Valentina, Eva Kant, Lara Croft e le altre. La protagonista di Tomb Raider infatti è ben presto uscita dal mondo dei videogiochi per colonizzare altri mondi ludico-artistici come il cinema o, appunto, il fumetto. Forse meno conosciuta è l’avventura dell’eroina nel mondo del romanzo, in cui l’assenza di immagini rende sicuramente più complicato il suo affermarsi come icona di un certo tipo di femminilità. Ma Lara ha frequentato anche le pagine della narrativa “solo scritta”, come testimonia questa trasposizione in forma di romanzo della sceneggiatura del primo dei film a lei dedicato.   Dave Stern, Lara Croft. Tomb Raider, tratto dalla sceneggiatura di Patrick Massett, John Zinman e Simon West, Milano, Sonzogno, 2001. Collocazione: 35. A. 3399
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Scrivere una canzone
«Naturalmente dovevo uscire a tutti i costi, e lo avrei fatto. Ormai sapevo bene dove erano le microspie. Perciò ho usato un vecchio trucco visto in un film. Ho riempito la vasca da bagno, con un rumore scrosciante. Poi ho inciso sul mio registratorino questa bellissima canzone, parole e musica di Margherita Dolcevita:                  Love soaked                (Fradicia d’amore per te)                  Ero come una spugna                Leggera e spensierata                Ma ho bevuto il tuo amore                E il cuore mi hai inzuppata»   (Cap. 20, I cavalieri dell’Apocalisse)   Fra le tante cose che scrive Margherita c’è anche la canzone appena letta, che potremmo forse inserire fra le tante “poesie brutte” che la bambina si diverte a creare. Ma la sua è una creazione dettata dalla necessità, da una contingenza pratica, quella di allontanarsi da casa senza destare sospetti nei genitori. Di maggiore rilevanza sono le canzoni che le cantano i due ragazzi che più la affascinano, il misterioso Angelo Del Bene e Darko, che fa parte di una comunità rom. Noi suggeriamo qui un manuale per imparare a scrivere canzoni, nel caso Margherita volesse riprovarci, e passiamo a occuparci più a fondo di Darko e del triste destino che aspetta lui e gli altri zingari che stazionano nei pressi di casa Del Bene.    Alfredo Rapetti Mogol (Cheope), Giuseppe Anastasi, Scrivere una canzone, Bologna, Zanichelli, 2012. Collocazione: ARPE-BO A. 1999
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Zingari
«- Certo, Margherita. Abbiamo cacciato via gli zingari e i graffitari, e i teppisti e i ladri senza permesso di soggiorno, e continueremo a farlo. In questa zona sorgerà un centro di studio e addestramento alle nuove tecnologie militari. Camp Pear. E Giacinto è il primo iscritto. Altre domande, signora magistrata?». (Cap. 23, La sfida)   Come hanno cacciato insetti e piante dal prato, i Del Bene vogliono cacciare zingari e graffitari, esponenti di culture a loro modo di vedere devianti e pericolose. E che invece, naturalmente, esercitano grande fascino su Margherita. Iniziamo dai primi. Benni usa sempre la parola «zingaro», senza ulteriori distinzioni e quindi in maniera forse superficiale. Solamente in un caso, e lo vedremo dopo, parla di rom. Per questo motivo adottiamo questa stessa modalità, consapevoli del fatto che in realtà quelli così definiti possono appartenere a culture e gruppi etnici molto diversi. Abbiamo tentato un esperimento inserendo la parola «zingari» come chiave di ricerca nella nostra biblioteca digitale. Il risultato restituisce 14 documenti, in gran parte bandi di allontanamento di zingari, vagabondi e persone oziose, che recano disturbo alla città, come quello che vediamo qui a sinistra. I Del Bene hanno alle spalle una ben consolidata tradizione. Ci sono poi due locandine di spettacoli teatrali (ne vediamo una sulla destra). Spesso nel teatro popolare i gruppi di nomadi avevano il compito di rappresentare l’elemento esotico, la stranezza, il brivido del non conosciuto. Anche in questo caso forse le cose non sono cambiate molto, se si pensa a una serie TV come Peaky Blinders.   Bando et provisione Sopra Forastieri, Zingari, Vagabondi, & altri simili. Publicato in Bologna alli 16. di Settembre 1619, 1 manifesto. Collocazione: Fondo speciale Bandi Merlani, vol. IX/2 222 (antica 387)   Arena della Fenice in via Castiglione, avviso di rappresentazione dell’opera Clotilde duchessa di Salerno difesa e salvata dai zingari, 14 settembre 1826. Collocazione: Fondo speciale Teatri e spettacoli, III.08.06
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I Zingari in fiera (1792)
Krzysztof Wiernicki nel suo Nomadi per forza. Storia degli zingari (1997) intitola l’ottavo capitolo Gli zingari nell’immaginario collettivo (p. 181-219), rilevando che - come accennavamo nella scheda precedente - la figura dello zingaro «finisce con l’essere confinata entro immagini stereotipate» (p. 181). L’autore passa in rassegna alcune opere letterarie, cinematografiche e musicali che hanno alcuni personaggi zingari fra i protagonisti. Fra le composizioni musicali cita il melodramma I Zingari in fiera, il cui libretto fu composto da Giuseppe Palomba su musica di Giovanni Paisiello. La partitura, dice Wiernicki (p. 211), non fu mai pubblicata e rimase manoscritta, nonostante le molte rappresentazioni che vennero realizzate. Questa partitura è ora disponibile online. Qui vediamo il frontespizio del libretto dell’opera realizzato per una rappresentazione che si tenne a Bologna in occasione del Carnevale del 1792. Anche il libretto è disponibile online.   Giuseppe Palomba, I zingari in fiera, dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Bologna nel nobil Teatro Zagnoni il carnevale dell'anno 1792, [la musica è del sig. Gio. Paisiello], Bologna, per le stampe del Sassi, [1792?]. Collocazione: 33. C. 508 op. 2
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Romane krle. Voci zingare (1992)
Vediamo un ulteriore spunto da Nomadi per forza. Storia degli zingari di Krzysztof Wiernicki. Se l’ottavo capitolo è dedicato a come gli zingari sono stati rappresentati in opere artistiche composte da autori non zingari, e che quindi li osservano dall’esterno, il nono capitolo si intitola invece Arte zingara (p. 221-275). Viene quindi riconosciuta - in quanto analizzata come elemento importante della loro cultura - la capacità di creazione artistica di queste comunità. Gran parte del capitolo è dedicato alla musica, andando a confermare quello stereotipo di «zingaro [...] geniale musicista» (p. 181) che lo stesso Wiernicki indica fra i più diffusi nelle rappresentazioni artistiche. Darko sembra rientrare in questi stereotipo dal momento che affascina Margherita cantandole «una bellissima serenata rom» (cap. 11, Notturno dopocena). L’ultimo paragrafo del nono capitolo di Nomadi per forza si occupa di Narrativa e poesia (p. 270-275). La letteratura zingara quindi ha meno visibilità della loro musica, ma negli ultimi decenni è stata riconosciuta e ha guadagnato attenzioni. Il volume di cui qui vediamo la copertina, pubblicato nel 1992 dalla casa editrice Sensibili alle foglie, è il primo che raccoglie «testi di autori zingari abitanti in Italia» (Romane krle, p. 7). È arricchito da numerose fotografie. Ne presentiamo alcune, che testimoniano di nuovo la centralità della musica ma anche l’inevitabilità dello scontro con l’autorità.          Romane krle, Fadil Čizmič .. [et al.], i saggi, i commenti, le schede e le note sono di Silvio Bello ... [et al.], fotografie di Adriano Mordenti stampate da Enrico Mantovani, Roma, Sensibili alle foglie, 1992. Collocazione: 35. A. 32450
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«Lacio drom»
«Lacio drom» è la rivista di studi dedicati alla popolazione rom e sinti pubblicata in Italia dall’Opera Nomadi dal 1965 al 1999. È disponibile integralmente online, digitalizzata dall’Istituto Luigi Sturzo di Roma. Qui vediamo la copertina del numero del febbraio 1967, il primo posseduto dall’Archiginnasio, che conserva le annate 1967-1999.   «Lacio drom», III, febbraio 1967, n. 1. Collocaizone: A. 803/3
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Giulio Soravia, Manuale di lingua romani (2009)
Del gruppo di «Lacio drom» ha fatto parte per lungo tempo Giulio Soravia, che in virtù del suo «felice poliglottismo» - come scrive Giorgio Renato Franci nella Prefazione al volume Zingaro vuol dire Rom, che presenteremo nella prossima scheda - si è occupato in ambito accademico di lingua araba, indonesiana, somala e, come vediamo qui, del romani. Riteniamo importante proporre alcuni dei lavori di Soravia in questo ambito, anche perché buona parte della sua carriera si è svolta nelle aule dell’Università di Bologna. Ha così permesso alla città di porsi come punto di riferimento nello studio della cultura delle popolazioni rom e sinti. In questo Manuale di lingua romani è contenuto anche un Vocabolario Italiano Romanes (p. 123-165).   Giulio Soravia, Manuale di lingua romani, 2. ed. rinnovata, Bologna, Bonomo, [2009]. Collocazione: ARPE-BO A. 683
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Giulio Soravia, Zingaro vuol dire Rom (2010)
Questo volume raccoglie alcuni saggi dedicati da Soravia alla cultura e alla lingua delle popolazioni rom e sinti. Nell’introduzione l’autore parla anche della rivista «Lacio drom»:   «In quegli anni la rivista “Lacio drom”, per la felice presenza di funzionari intelligenti al Ministero della P.I., giungeva in 900 scuole d’Italia. Si cercherebbero invano le annate nelle biblioteche di quei plessi. La rivista giungeva gratis, parlava di Zingari, c’erano dunque due buoni motivi per gettarla via. Ci sono stati anche i saccenti che si sono permessi di criticare col senno di poi le faticose ricerche e i tentativi sofferti di arrivare a capire una realtà certamente non facile. E da parte di molti si è “snobbato” un lavoro che umilmente precorreva i tempi, forse anche con errori, ma almeno col coraggio di chi, invece di parlare tanto, lavorava e imparava da esperienze concrete». (Giulio Soravia, Zingaro vuol dire Rom, p. 2)   Come abbiamo visto nelle schede precedenti, oggi non solo la rivista è presente in diverse biblioteche, fra le quali in maniera quasi integrale nella nostra, ma è anche facilmente accessibile in rete.   Giulio Soravia, Zingaro vuol dire Rom, Bologna, Bonomo, 2010. Collocazione: ARPE-BO A. 1156  
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Graffiti, arte di frontiera
Nella personale politica di “pulizia” portata avanti dal signor Del Bene, dopo gli zingari tocca ai graffitari. Che invece, naturalmente, affascinano Margherita. Nel capitolo 18 (In viaggio con Angelo) ne incontra uno - forse quello che si firma Vincent van Bongh ma, come è giusto che sia visto che si sta parlando di writers, non siamo sicuri che sia proprio lui - che sembra colpirla ancora più del suo lavoro, «un graffito meraviglioso, almeno trenta metri di colori». Se è vero che la discussione sui graffiti è «una piccola guerra civile, accanita e talvolta cruenta, che cova ed esplode ogni tanto nelle città occidentali (e altrove)» (Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, p. 7), ci sembra di potere dire che Bologna è stata negli ultimi 50 anni uno dei luoghi in cui si sono scatenati alcuni fra i maggiori conflitti sul tema. Sia in relazione a specifici eventi di grande impatto, sia nella quotidiana lotta che contrappone anonimi writers,  istituzioni e cittadini stanchi dei muri “sporchi". Nel libro appena citato viene ricordato che nel 2009 il Museo d’arte Moderna di Bologna si occupò di valutare i graffiti presenti in alcune zone, per decidere quali erano meritevoli di sopravvivere e quali invece potevano essere sacrificati alla «linea dura contro le scritte sui muri» (p. 94) decisa da Palazzo d’Accursio. Ma ci saranno eventi ben più traumatici in città sul tema e ne parleremo nelle prossime schede. Intanto recuperiamo il punto di inizio del rapporto fra Bologna e il graffitismo, che va individuato senza dubbio nella mostra Arte di frontiera. New York graffiti, inaugurata alla Galleria d’arte moderna nel 1984 e nata da un’idea di Francesca Alinovi, che non riuscì però a vederla realizzata. Il catalogo della mostra riporta due lunghi testi della giovane studiosa, ma anche un innovativo Glossario dei termini “Hip Hop”.   Arte di frontiera. New York graffiti, da un progetto di Francesca Alinovi, [a cura della Galleria comunale d'arte moderna di Bologna], [catalogo a cura di Marilena Pasquali e Roberto Daolio], Milano, G. Mazzotta, 1984. Collocazione: NOCERA C. 326
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Francesca Alinovi, New York. Arte di frontiera 0.1.2
L’anno prima della mostra citata nella scheda precedente, Francesca Alinovi aveva curato un numero speciale della rivista «Iterarte», uscito nel giugno 1983, lo stesso mese in cui venne ritrovato il suo cadavere. Questo fascicolo testimonia con numerose fotografie l’immersione di Alinovi nella cultura della street art della Grande Mela, dove aveva frequentato gli artisti che poi sarebbero stati protagonisti della mostra del 1984. Questa celeberrima fotografia, che compare nel frontespizio del periodico e che fu scattata da Francesco Ciancabilla, era stata ritoccata da Andrea Pazienza.   Francesca Alinovi, New York. Arte di frontiera 0.1.2, Bologna, [s.n.], 1983. Collocazione: A. 1022/3 (1983)
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Street Art: Banksy & Co. L'arte allo stato urbano (2016)
Il conflitto sulla street art raggiunge il livello più elevato di conflittualità a Bologna nel marzo 2016, quando a Palazzo Pepoli viene inaugurata la mostra Street Art: Banksy & Co. L'arte allo stato urbano. Ne abbiamo già abbondantemente parlato nella gallery che nel 2025 dedicammo a La Bustina di Minerva di Umberto Eco. Rimandiamo quindi a quella scheda chi volesse rievocare quella vicenda, in cui si concretizzò il contrasto fra un’idea di conservazione dell’opera d’arte murale e una concezione della street art come «arte immateriale» (Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, p. 76), destinata a scomparire.   Street art: Banksy & Co. L'arte allo stato urbano, a cura di Luca Ciancabilla, Christian Omodeo, con Sean Corcoran per la sezione di New York, City as canvas: graffiti art from the Martin Wong collection, Bologna, Bononia University Press, 2016. Collocazione: 20. X. 1679
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Oltre il grigio (2018)
Il 31 maggio 2018, presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, si tenne una giornata di studi dal titolo Oltre il grigio, che affrontava proprio il tema della conservazione delle opere, spesso anonime, realizzate sui muri. Il titolo del convegno - ne riportiamo qui il programma - si riferiva alla scelta di Blu di cancellare, in occasione della mostra del 2016, le proprie opere presenti a Bologna, coprendole di colore grigio.   Oltre il grigio. Conservare, musealizzare e restaurare l'arte urbana fra tradizione e memoria. Atti della Giornata di studi del 31 maggio 2018, a cura Luca Ciancabilla e Gian Luca Tusini, Bologna, Bononia University Press, 2019. Collocazione: 17* AA. 4482
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Un ponte di colori
«Talvolta, le amministrazioni comunali più abili o lungimiranti corteggiano i writer, concedendo loro spazi appositi, con il doppio vantaggio di farli sfogare, tenendoli lontani dai quartieri residenziali e dai centri storici, e magari di valorizzare veri e propri non luoghi. È anche vero che sono numerosi i writer duri e puri, che con la loro attività clandestina o “mordi e fuggi” si rifanno a una sorta di etica professionale del writing». (Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, p. 20)   A Bologna sono molti gli esempi che potrebbero illustrare i rapporti «spesso ambigui» (ibidem) fra artisti murali e autorità. Ne vediamo uno fra i tanti, particolare perché prevedeva non solo la realizzazione di dipinti murali, ma la cancellazione delle scritte che già occupavano quei muri. Nel 2016 venne organizzata un’iniziativa di pulizia e successiva pittura dei muri che delimitano un luogo importante della città come il ponte di via Stalingrado. Importante non solo dal punto di vista della circolazione stradale, ma anche perché luogo in cui la pittura e la scrittura murale, spontanea e anonima, da sempre conquistava spazio e si imponeva allo sguardo dei cittadini. L’iniziativa aveva lo scopo di rendere colorata e piacevole questa «brutta strada», in cui «Le uniche tinte [...] erano il grigio in tutte le sue gradazioni fino al nero condensato sui muri assieme ai tanti “tag” anonimi» (così scrive nell’introduzione a questo volume Roberto Morgantini, promotore dell’iniziativa). La tag, la firma anonima che era stata l’elemento ribelle e di rottura da cui era nato il graffitismo moderno a New York, era quindi condannata alla cancellazione insieme alle scritte spontanee e non colorate. I muri erano poi stati ricoperti di disegni molto colorati, realizzati da 60 artisti, alcuni professionisti, altri no. Il risultato era stato certamente appariscente e curioso. L’iniziativa aveva suscitato reazioni contrastanti. Alle molte lodi si erano contrapposti interventi che avevano sfregiato con righe nere i disegni appena realizzati (Micol Lavinia Lundari, Bologna e quella battaglia persa in partenza contro gli imbrattatori: già rovinati i nuovi murales, «la Repubblica Bologna», 5 ottobre 2016). Se queste fossero opera dei «writer duri e puri» citati all’inizio di questa scheda, o di vandali senza nessuna volontà polemica, non lo possiamo sapere.   Roberto Morgantini, Un ponte di colori, a cura di Mario Rebeschini, Bologna, Pendragon, stampa 2017. Collocazione: 17* CC. 1714
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Anna Patrizia Mongiardo, Bolognina street art (2025)
La Bolognina negli ultimi anni è stata probabilmente la zona della città maggiormente interessata dalla «guerra dei graffiti» (Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, p. 7). L’associazione I love Bolognina ha spesso organizzato iniziative di pulizia di muri e strade, con lo scopo di eliminare quello che viene percepito come degrado. Sono state poi promosse numerose iniziative dedicate ai writers che hanno accettato di esprimersi nei confini fisici degli spazi scelti e messi a disposizione dall’istituzione (e probabilmente, in maniera più o meno esplicita, negli spazi artistici accettabili all’interno di iniziative di questo genere). Il volume di Anna Patrizia Mongiardo presenta 16 itinerari che vanno a esplorare proprio alcune di queste iniziative realizzate in zona. Nella parte finale però si concede la scoperta (e promozione?) di Un briciolo di illegalità - questo il titolo del sedicesimo itinerario - scoprendo scritte e sticker “non autorizzati”. Particolare attenzione viene dedicata alle cassette della posta, campo di sfogo dell’arte spontanea come delle scritte più irriverenti.   Anna Patrizia Mongiardo, Bolognina street art, Bologna, In Riga, c2025. Collocazione: 17* AA. 6046
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Anna Partizia Mongiardo, Arte avvolgibile (2022)
Anna Patrizia Mongiardo aveva già pubblicato il volume di cui vediamo la copertina. L’arte avvolgibile del titolo è quella che viene realizzata sulle serrande che si affacciano sulle strade. Interessante quello che dice l’autrice nella Prefazione e che riprende il tema dell’illegalità a cui accennavamo nella scheda precedente:   «Uno degli aspetti più interessanti per me è proprio la scelta spesso provocatoria e “pericolosa” del supporto o della posizione di un’opera di street art. Immagino gli artisti arrampicati, in bilico sui cornicioni, in posizioni esasperate. [...] L’illegalità di molti lavori non fa che rendere la realizzazione stessa dell’opera d’arte una vera e propria performance. [...] L’idea di dipingere sulle serrande ha inoltre un ulteriore gesto performativo, perché la serranda “scompare”. L’arte viene svelata solo nelle ore notturne, solo quando la città laboriosa si ferma». (Anna Patrizia Mongiardo, Arte avvolgibile, p. 7-8)   Anna Patrizia Mongiardo, Arte avvolgibile. Bologna a modo mio. Visita guidata per gente distratta, Modena, Damster, c2022. Collocazione: 17* AA. 6087
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Graffinbo (2014)
Graffinbo presenta una serie di fotografie realizzate da Maria Paola Landini nelle strade di Bologna. Vi si ritrovano scritte murali di ogni tipo, introdotte solo da un brevissimo testo e proposte senza ulteriori commenti.   Graffinbo, Bologna, Serendippoprint, 2014. Collocazione: 17* AA. 3337
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The Faith of Graffiti (1974)
Chiudiamo questa corposa sezione dedicata all’arte di strada con The Faith of Graffiti, il primo testo che si è fatto carico di riflettere in maniera critica sul significato di quella «invasione scrittoria “dal basso”» (Italo Calvino, La città scritta: epigrafi e graffiti, in Id. Saggi. 1945-1985. Vol. 1, p. 506-513: 509) che nella prima metà degli anni Settanta del Novecento ricoprì i muri di New York. E che, osserva Armando Petrucci in La scrittura. Ideologia e rappresentazione, ha qualche punto di contatto con il «fenomeno [...] della scrittura spontanea» (p. 162-163) che in Italia era sorta coi movimenti del Sessantotto e del Settantasette e si era poi diffusa in varie forme anche degradate, «per arrivare infine, ai livelli più bassi della creazione linguistico-grafica, alle scritte murali delle bande sportive» (ivi, p. 161-162). The Faith of Graffiti è composto da moltissime fotografie di tag scritte sui muri americani. Sono proprio le tag, oggi considerate scarabocchi che deturpano il decoro urbano, l’espressione più rivoluzionaria del graffitismo, il modo con cui si impongono all’attenzione di tutti «mondi privi di accesso legittimo alla parola in pubblico» (Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, p. 34). E i rappresentanti di quei mondi - ragazzi di cui nessuno conosce il nome ma che esibiscono con orgoglio il disegno con cui affermano la propria identità - non solo finiscono sulla copertina del libro, ma sono formalmente indicati come autori del libro stesso in quanto le loro tag compaiono sul frontespizio del volume. The Faith of Graffiti è anche il titolo del testo di Norman Mailer che interrompe la lunga sequenza di fotografie presenti e che si pone come prima riflessione critica in assoluto su queste tematiche. La copia del libro presente in Archiginnasio fa parte del Fondo Palmaverde, che raccoglie gran parte dei testi che si trovavano alla Liberia Palmaverde di Roberto Roversi al momento della chiusura (ne abbiamo parlato nella gallery dedicata alla poesie di Benni). All’interno del volume sono conservati due articoli del 1992, tratti del quotidiano «La Stampa», che trattano temi vicini a quelli del testo. Possiamo ipotizzare che lo stesso Roversi abbia ritagliato e conservato questi articoli, evidentemente interessato all’argomento. I due articoli sono: Mario Ciriello, I poeti viaggiano in metrò («La Stampa», 20 gennaio 1992, p. 14)     Nico Orengo, Gli amanuensi della notte («La Stampa», 3 aprile 1992, p. 17)     The Faith of Graffiti, documented by Mervyn Kurlansky & Jon Naar, text by Norman Mailer, New York, Praeger, c1974. Collocazione: PALMAVERDE FOTOGRAFIA 91
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Paola Errani, Marco Palma, Graffiti malatestiani (2018)
«Scrivere su superfici non concepite per l’esposizione di scritture è notoriamente un fatto antico quanto l’uomo, o almeno l’essere umano capace di espressione grafica. Lo si è sempre fatto e sempre si farà, come possiamo verificare in ogni momento guardandoci intorno mentre camminiamo in strada, visitiamo un luogo degno del nostro interesse, ci serviamo a fini privatissimi di luoghi da tutti fruibili, come i bagni pubblici. Nemmeno i mezzi messi a disposizione dalle cosiddette nuove tecnologie sono riusciti a sostituire l’espressione libera e immediata di chi vuole lasciare un segno del suo pensiero e dei suoi sentimenti, ma soprattutto di sé, a chi, presto o tardi, per un tempo indefinito, potrà leggere, prendere nota, valutare, giudicare». (Paola Errani, Marco Palma, Graffiti malatestiani, p. 35)   Si può scrivere anche sui muri di una biblioteca? E, se si può, le scritte graffiate sui muri di una biblioteca, entrano a fare parte del suo patrimonio documentario? Se passate in Archiginnasio non fatelo, ma c’è almeno un caso in cui dobbiamo ammettere che il fatto che qualche utente abbia lasciato un segno del proprio passaggio su mura e suppellettili di una biblioteca è stato un evento positivo, almeno osservato da una prospettiva di ricerca storica. È il caso della Biblioteca Malatestiana, in cui l’antica Aula del Nuti, costruita alla metà del Quattrocento e prima sala di lettura, è arricchita da 241 iscrizioni (tante almeno sono quelle che è stato possibile riconoscere e censire) lasciate dai visitatori, nel corso di sei secoli, sulle pareti e sui banchi lignei a cui erano assicurati gli antichi codici. Paola Errani e Marco Palma si sono occupati di decifrare queste scritte, di studiarle comparandole alle testimonianze storiche di chi aveva visitato la biblioteca e al registro delle presenze, per capire chi poteva essere l’autore di ogni singola iscrizione. Questo volume riporta tutte le scritte e ne mostra un certo numero. Fra queste possiamo vedere due delle 14 iscrizioni che forse - ma «è irresistibile la tentazione di collegare questo a un personaggio quasi leggendario» (p. 39) - possono essere attribuite alla mano di Lucrezia Borgia. Che di sicuro visitò la Malatestiana passando per la città romagnola, ma non sappiamo se aveva un ego tale da scrivere il proprio nome così tante volte, per essere certa che la sua visita sarebbe stata ricordata nei secoli. Ma al di là di questa curiosità, grazie a questo lavoro di censimento e trascrizione, i graffiti della Malatestiana sono diventati una fonte storica di grande interesse. Ci sono biblioteche che ai muri hanno stemmi di famiglia e altre che hanno iscrizioni graffite.          Paola Errani, Marco Palma, Graffiti malatestiani. Storie di donne, uomini, muri e banchi (secoli XV-XXI), Roma, Viella, 2018. Collocazione: 20. P. 2105
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La traccia dell’angelo
Come anticipato nell’introduzione alla gallery, vogliamo dedicare questa parte finale a una serie di scritti che Benni ha disseminato in riviste, pubblicazioni altrui, testi di non facile reperibilità. Solo questa prima scheda è dedicata a un romanzo un po’ particolare, un romanzo diverso da quelli a cui questo Gruppo di lettura ci ha abituato – forse non è un caso che sia l’unico ad essere pubblicato per Sellerio editore – più cupo, dolente, intimo, una storia dietro la quale «s’intuisce», come scrive Goffredo Fofi in una recensione pubblicata su «Internazionale» del 22 settembre 2011, «qualcosa che riguarda l’autore da vicino, così come riguarda milioni di persone».La traccia dell’angelo si regge in bilico tra tante tensioni diverse. La biografia del protagonista, lo scrittore “Morfeo”, vittima da bambino di un incidente domestico e di un’errata diagnosi di epilessia, che lo condannerà ad una vita di dipendenza da medicinali. I suoi amori tormentati e l’affetto, a tratti disperato, verso l’unico figlio. La denuncia agrodolce, mai apertamente comica ma sempre graffiante, sempre veramente ‘benniana’, dell’industria farmaceutica – non dobbiamo dimenticarci che Benni ha collaborato con Medici Senza Frontiere, associazione per la quale ha anche scritto un racconto, nella raccolta Mondi al limite, di cui parleremo a breve.Ma soprattutto, sullo sfondo fin dal titolo, la coloratissima lotta metafisica tra Dio e gli angeli ribelli che Morfeo incontrerà durante la sua vita: i custodi di quella «goccia in più» (p. 82) di bene che fa la differenza, nel delicato equilibrio della Storia, e per la quale vale la pena guarire. E combattere.   Stefano Benni, La traccia dell’angelo, Palermo, Sellerio, 2011.Collocazione: 20. F. 5308
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Benni e le prefazioni: Pulcinella contro Mussolini
Benni è stato – e non sarebbe potuto essere altrimenti, visto il suo stile così vario e vulcanico – un attento e curioso lettore. Lo testimoniano tra l’altro il grande numero di prefazioni, note, introduzioni che si trovano, sparse, nelle biblioteche di Bologna. Tra i testi più curiosi in questo senso, conservati nella Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, troviamo il racconto autobiografico di Quinto Navarra – nome che oggi non dice nulla, o quasi, ma che è stato il cameriere personale di Benito Mussolini lungo tutto l’arco del ventennio.Questa introduzione dà l’occasione, a Benni, di riflettere sul delicato rapporto tra arte e potere, fra obbedienza e ribellione. E lo fa a modo suo, inventando un colorito dialogo tra Pulcinella e il Conte suo padrone.Il libro di Navarra, come Benni fa dire al Conte, è una versione asciutta, umanissima, delle vicende dell’epoca fascista: «Un racconto. La storia di una solitudine, forse. Morti e delitti appena sfiorati, piccinerie e vezzi che occupano più spazio del tuonare di un cannone, forse l’ombra di una colpa: c’ero ma non ho visto nulla».Ma soprattutto questo dialogo è l’occasione per interrogarsi sui potenti e sui poteri di oggi. Come dice Pulcinella:   «La retorica della virile vulva, dello spezzar le reni e dell’ebreo infame aveva bisogno di ben altri ordini e rinunce alla libertà. E così lo strapotere economico e le nuove armi dei moderni duci [...]  è facile riconoscere il padrone malvagio e i suoi delitti. Ma a volte grande magnanimità e cultura nascondono un padrone assai più subdolo, un disprezzo mascherato. Esistono i padroni illuminati, ma la loro è vera luce?» (p. 8).   La domanda rimane, inevitabilmente, senza risposta. Nella migliore delle tradizioni, il conte caccia a male parole Pulcinella dalla scena e questi se ne va a gambe levate.   Quinto Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini, preceduto da Stefano Benni: Sull'arte del servire, [Napoli], L'ancora del Mediterraneo, 2004.Collocazione: 20. G. 4818
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Benni e le prefazioni: la strage di Bologna
L’attentato fascista del 2 agosto 1980 ha lasciato un’impronta profonda su Bologna e sui suoi abitanti. I silenzi rumorosissimi, i depistaggi, gli intralci alle indagini sulla strage hanno segnato a lungo l’opinione pubblica che chiedeva giustizia.Trent’anni dopo, Giovanni Egidio, caporedattore di «Repubblica Bologna», chiede a lettori e testimoni di raccontare, ancora una volta, per non dimenticare, le impressioni di quel giorno. Ad aprire questa raccolta, varia, eterogenea ma sempre egualmente straziante, il ricordo di un bolognese d’eccezione: Stefano Benni. Che scrive: «Quello che mi è facile invece, è ricordare chi ha ancora speranza. Pensare a quelli che scavano, che scavano ancora. […] Quelli che vogliono la verità. So che sono ancora tanti, anche a Bologna. Forse non sono più rappresentati, forse la loro speranza è stata ferita e irrisa, forse qualche volta pensano: perché scavare quando tutto crolla? Ma io so che queste persone ci saranno sempre, e mi conforta. […] Anche io, nel mio piccolo sforzo, scavo ancora, anche se dovrei e vorrei farlo di più. E scavando ho ritrovato il ricordo di quegli anni e posso dirlo forte: non dimentico e non voglio dirlo solo il due agosto» (p. 11-12).   Io non dimentico. La città e la memoria del 2 agosto nei racconti di Repubblica, [S.l.], laFeltrinelli, Repubblica, [2010].Collocazione: 20. G. 5923
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Benni e le prefazioni: le molte facce di Riondino
Tra le note e le introduzioni più strane e peculiari composte da Stefano Benni e conservate nella Biblioteca dell’Archiginnasio si può nominare quella che apre Rombi e Milonghe – un’antologia di poesie e canzoni firmate da David Riondino.La vulcanica creatività di questo artista e il grande numero di arti a cui è applicata, immagina Benni, non può che nascondere una lunga serie di pseudonimi. Compaiono così un’intera famiglia di D. Riondino (David, Danilo, Davidino, Dino, Doriano): «versatili, generosi e ispirati fino all’incoscienza e allo spreco, in tempi di artisti calcolatori che amministrano tutta la vita un tozzo di tormentone e due battutine riciclate», come si legge a p. 7.Alla schiera delle arti in cui questi immaginari fratelli eccellono, manca però la prosa. Ma si rimedia. L’introduzione è firmata da:   «Damiano Riondino (giornalista, scrittore, autore teatrale che spesso scrive con lo pseudonimo di Stefano Benni)» (p. 8).   Allo stesso modo, a più di trent’anni da questo libro, potremmo immaginarci un’intera famiglia di S. Benni: uno – il più famoso – romanziere, uno giornalista, uno poeta, uno accanito lettore e scrittore di prefazioni…   David Riondino, Rombi e Milonghe, introduzione di Stefano Benni, Milano, Feltrinelli, 1993. Collocazione: 35. A. 10600
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Benni e le prefazioni: il dialetto come forma di resistenza
Tra il 1932 e l’anno successivo, Odoardo Baroni compone i suoi Zèint Sonett Bulgnès quasi tutt alligher, che resteranno inediti fino al 1992, quando Luigi Lepri e Vittorio Pallotti pubblicheranno il manoscritto originale con una breve, ma come sempre incisiva, prefazione di Stefano Benni.Poeta, motteggiatore e commerciante di canapa della prima metà del Novecento, Baroni raccoglie nei suoi versi uno sguardo sempre divertito, talvolta attonito, talvolta sornione, talvolta più sinceramente umoristico, sull’Italia che cambia, dalle piccolezze della vita di famiglia, del mondo contadino, a commenti su fatti del giorno, a storielle quasi surreali.Ma per Benni l’introduzione diventa l’occasione per interrogarsi sulle possibilità linguistiche e soprattutto politiche del dialetto, in opposizione allo strapotere dei mass media, al «raccontatore centrale, la televisione, con la sua pretesa superinformazione e il suo dialetto monotono, impreciso, disattento» (p. 6).   Odoardo Baroni, Zèint Sonett Bulgnès quasi tutt alligher, trascrizione dialettale e testo a fronte di Luigi Lepri, prefazione di Stefano Benni, introduzione di Vittorio Pallotti, Bologna, [Tamari], 1992.Collocazione: 20. K. 1865
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Benni poeta: una poesia per l’amico Pirro
C-Voltaire è stato un collettivo di artisti visuali e curatori bolognesi attivo tra il 1992 e il 2002 – ce lo racconta, in breve, l’interessante atlante Skank Bloc dedicato agli spazi alternativi di Bologna tra gli anni ’70 e il nuovo millennio. Il collettivo ha organizzato mostre d’arte negli spazi che aveva in gestione, e tra esse anche il lungo progetto di appuntamenti annuali Exit. In apertura del catalogo della sesta di queste mostre, stampato a Bologna nel gennaio del 2002, troviamo una poesia di Stefano Benni – che non pare essere stata mai pubblicata altrove. I versi, senza titolo, evocano l’amico Cuniberti, di cui abbiamo parlato a proposito de I meravigliosi animali di Stranalandia. La poesia si apre su un’immagine tutta benniana:   «Pirro, pittore, pianse davanti alle ninfeeIl collega Monet venne a consolarloda una nuvola di vapore acrilico».   E si chiude con un augurio che, oggi come allora, andrebbe rivolto ad ogni artista:   «Dipingendo un lontanissimo puntouna remota terra di pacela pace potrebbe un giornoscegliere di dipingere noi».   Exit 6: art, love & peace, a cura della Associazione culturale C-Voltaire, Bologna, Quartiere Navile, 2002.Collocazione: MISC. B. 4746
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Benni sceneggiatore: L’uomo che incontrò il Piccolo Drago
Stefano Benni è stato anche sceneggiatore di un fumetto. Lo troviamo pubblicato nei numeri 3-6 del 1986 del bisettimanale «Corto Maltese». Con lui ha lavorato, ai disegni e ai colori, il fumettista savonese Danilo Maramotti.La storia racconta gli ultimi giorni di Bruce Lee – il Piccolo Drago del titolo, come suona il suo nome cinese, Xiaolong – impegnato sul set dell’ultimo film che è destinato a girare. Qui gli appare, come uno spettro, un giovane artista marziale, Fang: l’unico, si lascia intendere per tutto il fumetto, che potrà batterlo. Quando lo scontro si fa aperto, però, questi decide di voltargli le spalle e andarsene, lasciando il Piccolo Drago solo con le sue angosce e le sue contraddizioni.   La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede la rivista «Corto Maltese». Ringraziamo la Biblioteca Salaborsa per averci fornito le riproduzioni.Stefano Benni, Danilo Maramotti, L’uomo che incontrò il Piccolo Drago, «Corto Maltese: rivista mensile di fumetti, viaggi, avventure», IV, n. 3-6, marzo-giugno 1986. Collocazione: Biblioteca Salaborsa, PDEP* 741.5 CORM
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Benni traduttore: Il rapimento di Ortensia
Forte è il legame che unisce Stefano Benni alla Francia: a dimostrarlo, sopra ogni altra cosa, l’amicizia con Daniel Pennac, che lo ha ricordato con parole commoventi durante la camera ardente, nel quadriloggiato dell’Archiginnasio. Non è un caso quindi che, tra le fatiche letterarie firmate da Benni, faccia capolino anche una traduzione proprio dal francese: si tratta de Il rapimento di Ortensia, del matematico, scrittore, poeta e giocatore di go francese Jacques Roubaud. Il romanzo, prossimo per ispirazione e per stile allo sperimentalismo postmoderno dell’OuLiPo francese e alle opere di Raymond Queneau, è un giallo di una comicità spiazzante e surrealista, compiutamente benniano – non è difficile immaginare perché lui ne sia rimasto affascinato, e abbia voluto tradurlo – come si vede fin dall’incipit del primo capitolo (intitolato I trentatré rintocchi di Mezzanotte):   «Era un bel giorno caldo, ma non eravamo in Belgio. Tutto riposava, quella sera, attorno alla chiesa di Sainte Gudule. Nell’orto sotto la Cappella Poldeva le lumache masticavano tranquillamente le insalate» (p. 9).   La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede quest’opera. Ringraziamo la Biblioteca Jorge Luis Borges per averci fornito le riproduzioni.J. Roubaud, Il rapimento di Ortensia, traduzione di Stefano Benni, Milano, Feltrinelli, 1988.Collocazione: Biblioteca Jorge Luis Borges, NARR. MOD. STRANIERA ROUBAUD RAPIMENTO
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Benni giornalista: dalla cronaca locale...
Stefano Benni è stato anche giornalista – o meglio, autore di pezzi di cronaca o costume che, pur apparsi su riviste e quotidiani, sembrano sgomitare, cercando di farsi largo, scomodi in una gabbia tipografica sempre troppo stretta. È il caso ad esempio di una breve nota scritta, nel 1986, per «Mongolfiera», un bisettimanale di politica e costume di Bologna, stampato tra il 1984 e il 1995. La rivista, nella sua decennale carriera, incontra vari esponenti della cultura bolognese, da Claudio Lolli, che vi terrà, per breve tempo, una rubrica fissa, a Roberto Roversi – ma quello qui riprodotto sembra essere l’unico articolo firmato da Benni.Partendo da un fatto di cronaca, l’annuncio di un nuovo piano traffico da parte del Comune di Bologna, Benni inizia a ritrarre impietosamente i cambiamenti urbani e antropologici che stanno accadendo, in quegli anni, nel centro città – tutti riassunti sotto il nome di “piano Zeta”. Con un piglio profetico, ma con la sua tipica ironia tagliente, scrive:   «Il piano Zeta prevede che entro il 1990 tutto il centro di Bologna sia composto di tre sole strutture: le banche, i negozi, i fast-food. Sarà possibile il permanere di qualche residuo pretecnologico quali le inutili famigerate “case” ma entro il duemila anche questi inconvenienti saranno eliminati. […]Non verranno ammessi in centro i non titolari di conto corrente. Perché non si dica però che il centro di Bologna ha perso le sue abitudini e i suoi simpatici abitanti, duecento persone in età tra i venti e i sessant’anni verranno sistemate in un apposito recinto nei pressi di Piazza Roosvelt [sic]. Là i visitatori potranno lanciare loro tortellini [...]» (p. 53).   Stefano Benni, Un uomo solo al comando. Solo una pedalata può salvare la città dal piano Zeta!, «Mongolfiera. Bologna. Tutto in una settimana», III, 1986, n. 34, p. 53. Collocazione: A. 1621
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...alle questioni intergenerazionali
Dal 1979 viene stampata, sul settimanale «Panorama», una rubrica dal titolo Stravideo, dedicata, come recita il sottotitolo, alle Opinioni sulla TV di Stefano Benni. Tra i vari articoli, che si possono consultare sul suo sito, ne abbiamo scelto uno, dal numero datato 20 febbraio 1979, riprodotto qui a fianco, dal titolo particolarmente evocativo: Ma Fonzie è alternativo?Il pezzo si apre con due scenette, rapidissimamente tracciate, impressionistiche. La prima, in una casa di riposo: anziani guardano per pomeriggi interi registrazioni delle “prove tecniche di trasmissione”, così riposanti e lontane dalla violenza che già all’epoca si respirava nei palinsesti TV. La seconda, una classe di scuole superiori in un bar: adolescenti tentano di capire (e finalmente arriviamo al titolo) se Fonzie è una figura alternativa, o se Happy Days, buoni sentimenti e morale reazionaria, «è Cuore degli anni Ottanta».Due immagini che raccontano, in modi diversi e complementari, l’avvento di quella che diverrà nota come “età del riflusso”. E alla fine Benni non può non domandarsi – ma noi, purtroppo, abbiamo già avuto la risposta:   «Come spiegare perché questa roba piace tanto? Perché la nuova sinistra ci ha perso la testa e non frega più niente a nessuno di cosa succederà tra poco alle radio libere? […]Le domande premono. Dobbiamo resistere o ritirarci nel privato, a guardare la televisione e sculacciarci l’un l’altro fino alla pace dei sensi?» (p. 31).   Stefano Benni, Ma Fonzie è alternativo, in «Panorama», XVII, 1979, n. 668, p. 31.Collocazione: SACCENTI PC 135 (1979)
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Benni cicerone d’eccezione
Dove la bellezza non si annoia mai: questo il titolo di un breve documentario, sceneggiato e diretto da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, che accompagna Tahar ben Jelloun – celebre scrittore e poeta marocchino, autore, tra le altre cose, de Il razzismo spiegato a mia figlia – per le strade di Bologna.Per tutto il film seguiamo il grande autore mentre passeggia per la città, riflettendo sulle sue bellezze e sulle sue periferie, tra i suoi silenzi e le voci dei suoi abitanti, i suoi giovani e i suoi pensionati, i suoi portici, i suoi tetti, i suoi parchi.A fare compagnia a Ben Jelloun in questa vera e propria esplorazione, troviamo alcuni ospiti d’eccezione: il regista Giuseppe Bertolucci, lo storico dell’arte Eugenio Riccomini, Francesco Guccini, Umberto Eco e Stefano Benni. A ciascuno di loro, Ben Jelloun fa delle domande, mai banali, su Bologna e la sua storia. A Benni, incontrato fuori da Salaborsa, ai piedi del Sacrario dei partigiani, spetta l’arduo compito di spiegare cosa sia stata, per un italiano e per un bolognese, la Resistenza – e cosa abbia spinto tanti giovani a prendere le armi contro la tirannide: non l’onore, spiega, non l’amor di patria, non l’orgoglio o il coraggio, ma la dignità.   Dove la bellezza non si annoia mai. A Bologna con Tahar Ben Jelloun, soggetto, sceneggiatura, regia Francesco Conversano, Nene Griffagnini, Bologna, Movie Movie, 2005.Collocazione: DVD 26
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Benni critico letterario per un giorno
Le prefazioni, le introduzioni e le note di lettura – lo abbiamo visto in queste schede – sono spesso l’occasione, per Stefano Benni, di parlare di ciò che gli sta più a cuore, prendendo un tema del testo che commenta per variarlo, con l’immaginifica creatività che lo contraddistingue, magari attualizzandolo o esagerandolo al parossismo.Ma se guardiamo l’introduzione al breve testo di P.K. Dick, Se questo mondo vi sembra spietato, dovreste vederne qualcuno degli altri – pubblicato prima sulla rivista «Linea d'Ombra» e poi in un piccolo estratto con titolo leggermente diverso – troviamo un Benni sinceramente impegnato nel difendere la vera caratura di un autore, a prima vista, molto lontano dalle sue corde. In effetti, le fantasie lisergiche, cupe, paranoiche di Dick sembrano sposarsi male con La compagnia dei Celestini, o Margherita Dolcevita.  Ma se abbiamo la pazienza, e la curiosità, di arrivare fino alla fine della breve introduzione (che si trova a p. 40 del numero 67 di «Linea d'Ombra») troviamo qualche riga che ci fa intravedere le ragioni di un accordo profondo, nascosto – e che, ancora una volta, sembra parlarci più di Benni che di chiunque altro:   «È bene dunque che si legga di più Dick ma è bene rispettare la sua unicità. Che non è quella di un giocoliere tossico dei linguaggi della fantascienza, non il dubbio di scegliere tra un vero e un falso Schwarzenegger, non l’apocalisse con le luci giuste. È una scena oscura, il percorso angosciato, segnato da molte cadute, di uno scrittore che entrò nel futuro americano dal buco temporale degli anni ’60, e ne descrisse tutta la violenza, dando alcune ingenue e geniali istruzioni di fuga. Non inventò figurine per un’estetica del simulacro, ma un modo unico di usare la fantasia su uno scenario nuovo [...]».   Stefano Benni, introduzione a Philip K. Dick, Se questo mondo vi sembra spietato, dovreste vederne qualcuno degli altri, «Linea d'Ombra», X, gennaio 1992, n. 67, p. 40.
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Pagine per Medici Senza Frontiere
Mondi al limite è un’antologia di brevi pezzi, tra il narrativo e la denuncia, scritti da alcuni dei principali autori italiani – oltre a Benni, vediamo tra gli altri Baricco, Carofiglio, Covacich – e illustrati da Emilio Giannelli. Lo scopo dell’iniziativa, come scrive Konstantinos Moschochoritis, allora direttore di Medici Senza Frontiere, non è quella di «promuovere l’edizione di testi agiografici né di mercanteggiare la pubblicazione di ‘biografie autorizzate’» (p. 14) dell’associazione. Piuttosto, una sfida:   «Abbiamo invitato degli scrittori, degli artisti, perché si lasciassero attraversare (o immergere) in prima persona corpo e spirito, dai panorami, dai disagi, dal sudore, dalle zanzare, dal jet-lag che ci sono abituali, e che mediante l’alchimia dei propri sentimenti, preferibilmente controversi, ne raccontassero» (p. 12).   Stefano Benni risponde a questo invito con una memoria personale, intima: il ricordo di Mauro Comellini, un caro amico dello scrittore, con cui ha lavorato, nell’epoca delle radio libere, a Radio Città Bologna. Cooperante internazionale, Comellini contrae l’AIDS, diventandone uno dei primi testimoni in Italia, e muore nel 1989. Il racconto, brevissimo e straziato, della sua vita segnata dalla malattia diventa l’occasione per raccontare l’Italia degli anni ’80, il panico da HIV – «quando gli inquilini del palazzo dove viveva la sua compagna fecero richiesta all’amministratore per impedirgli l’uso dell’ascensore» – e per accusare, unico vero colpevole, le case farmaceutiche di arricchirsi ai danni delle nazioni più povere e di tutti i loro malati. La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede il libro Mondi al limite. Ringraziamo la Biblioteca “Giulio Cesare Croce” di San Giovanni in Persiceto per averci fornito la riproduzione della copertina.Mondi al limite. 9 scrittori per Medici senza frontiere, Alessandro Baricco ... [et al.], Milano, Feltrinelli, 2008.Collocazione: Biblioteca “Giulio Cesare Croce” di San Giovanni in Persiceto, MAGAZ B.3 02778  
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Il lupo si racconta
Vogliamo chiudere non solo questa gallery, ma la nostra semestrale frequentazione con le opere di Benni, presentando due documenti che ci sembra possano riassumere se non tutta, buona parte della carriera dello scrittore, e non solo in campo letterario. Il primo documento, a cui abbiamo già avuto modo di accennare, è di tipo audiovisivo. Si tratta del documentario Le avventure del Lupo. La storia quasi vera di Stefano Benni, realizzato da Enza Negroni nel 2018. Protagonista assoluto è lo stesso Benni, che racconta molte delle esperienze vissute durante la sua carriera, con una particolare attenzione a eventi performativi - letture, spettacoli, concerti - ricordati soprattutto dialogando con amici, colleghi e sodali. Come scrive Enza Negroni nelle Note di regia presenti nel fascicolo che accompagna il DVD, l’intento era proprio quello di addentrarsi «nelle relazioni personali e nelle amicizie che lo scrittore ha instaurato in tanti anni, incontrando personaggi della letteratura e non solo». Come abbiamo già ricordato, e a riprova del suo valore testimoniale di un’intera carriera, il documentario è stato proiettato al Cinema Modernissimo di Bologna pochi giorni dopo la morte di Benni.   Le avventure del Lupo. [La storia quasi vera di Stefano Benni], un film documentario di Enza Negroni, [Italia], Sì produzioni, Sofia Klein film,: Eden Rock, 2018. Collocazione: DVD 262
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Stefano Benni a cuore aperto
Più volte citato nel corso di altre schede, Leggere, Scrivere, Disobbedire – un lungo, intimo dialogo di Benni con l’amico e critico letterario Goffredo Fofi – sembra il modo più bello per chiudere questo lungo percorso, questa strada di pagine che ci ha guidato, tra prosa e poesia, tra racconti e romanzi e finti trattati naturalistici, tra metafisica e quotidiano, lungo il Gruppo di lettura che si sta chiudendo.Benni e Fofi parlano a lungo trattando molti argomenti – arte e politica, cultura e comicità, spettacolo e scrittura – ma forse le righe più toccanti, che più arrivano al cuore dei libri che ci hanno accompagnato in questi mesi, si trovano a p. 25. Stuzzicato sul Trascendente (questo il titolo del breve capitolo) presente in molti degli autori che Benni ha citato come modelli – ma apparentemente in lui, taciuto o soppresso – questi commenta:   «Nella fatica dell’esistenza, nella lotta degli uomini per liberarsi, per sopravvivere, per vivere degnamente, io vedo già qualcosa di trascendente, qualcosa di grande. Vedo qualcosa di trascendente anche nella letteratura, nello sforzo di scrivere su se stessi, di cercare di dire la verità, o di mentire su se stessi».   La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede il volume. Ringraziamo la Biblioteca Salaborsa per averci fornito la riproduzione della copertina.Stefano Benni, Leggere, scrivere, disobbedire, conversazione con Goffredo Fofi, Roma : Minimum fax, 1999.Collocazione: Biblioteca Salaborsa, S 853 BENNS
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