La donna nella cultura agli inizi del XX secolo
La donna del primo Novecento è ancora erede della femme fatale del decadentismo e del simbolismo.
Malgrado il termine sia di derivazione francese, il primo esempio di femme fatale è la Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (1869), ma simili eroine popolano i romanzi di Gabriele D’Annunzio, soprattutto quelli della prima trilogia della ‘rosa’: dal Piacere (1889) all’Innocente (1892), al Trionfo della morte (1894), in cui la donna è costantemente la nemica che si oppone ai sogni eroici dei protagonisti, peraltro assai sensibili al corteggio estetizzante di abiti, stoffe, accessori di lusso. La nominazione è esplicita e consapevole fin dall’inizio:
Il mercoledì d’ogni settimana Andrea Sperelli aveva un posto alla mensa della marchesa. Un martedì a sera, in un palco del Teatro Valle, la marchesa gli aveva detto, ridendo: - Bada di non mancare, Andrea, domani. Abbiamo tra gli invitati una persona interessante, anzi fatale. Premunisciti però contro la malia ... Tu sei in un momento di debolezza. Egli le aveva risposto, ridendo: - Verrò inerme, se non ti dispiace, cugina; anzi in abito di vittima. È un abito di richiamo, che porto da molte sere; inutilmente, ahimè! - Il sacrificio è prossimo, cugino mio. - La vittima è pronta.
[…] Il conte intravide una figura alta e svelta, un’acconciatura tempestata di diamanti, un piccolo piede che si posò sul gradino. Poi, come anch’egli saliva la scala, vide la dama alle spalle. Ella saliva d’innanzi a lui, lentamente, mollemente, con una specie di misura. Il mantello foderato d’una pelliccia nivea come la piuma de’ cigni, non più retto dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l’avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i merletti del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali; e su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli, come ravvolti in una spira, piegavano al sommo della testa e vi formavano un nodo, sotto il morso delle forcine gemmate. Quell’armoniosa ascensione della dama sconosciuta dava agli occhi d’Andrea un diletto così vivo ch’egli si fermò un istante, sul primo pianerottolo, ad ammirare. Lo strascico faceva su i gradini un fruscìo forte.
(G. D’Annunzio, Il piacere, libro I, cap. II)
In àmbito europeo, la figura ricorre in tutta la letteratura di fine Ottocento e inizio Novecento, dalla Salomé di Oscar Wilde (1891) alla Lulu di Wedekind (1895-1904), il cui personaggio è divenuto un archetipo, alla Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch (1870). Si verifica un meccanismo di proiezione: la coscienza in crisi dell’uomo decadente, malato e debole, erige di fronte a sé la sua parte perduta, la sua forza dominatrice del reale, come una potenza esterna malefica ed ostile, che lo insidia e lo minaccia, e in cui si obiettivano le sue angosce ed i suoi terrori.
La seduzione femminile vi compare associata ad un particolare stato sociale (quello aristocratico) o ad un particolare ruolo (la danzatrice). Si tratta in ogni caso di una donna di lusso e l’attributo fondamentale della sua bellezza è l’artificio, relativo sia alla persona (il trucco, l’abbigliamento) sia all’ambiente in cui ella si muove (le feste, il ballo, il teatro). Nella realtà il personaggio sarà impersonato alla perfezione da Mata Hari (pseudonimo di Margaretha Zelle Mac Leod, Leeuwarden, 1876 - Vincennes, 1917), danzatrice esotica e spia, fucilata nella prima guerra mondiale.
Nella coeva letteratura d’appendice, che faceva il verso al dannunzianesimo, la vediamo assumere i tratti della ‘cattiva’, della ‘rivale’, della ‘maliarda’ che contende all’eroina romantica e borghese il possesso del legittimo amore e il successo, ma al medesimo tempo è più sfacciatamente attraente della protagonista. Ne sono piene le pagine di Carolina Invernizio (Voghera, 1851 - Cuneo, 1916) .
A mezza via, si collocano le ‘mammifere di lusso’ di scrittori, abili interpreti del genere, ma ironici e consapevoli, come Guido da Verona (Saliceto Panaro, 1881 - Milano, 1939), che, dietro lo stile leggero dell’arguto scrittore alla moda, sapeva bene interpretare le fantasie snob ed erotiche della società del suo tempo, e, in séguito, Dino Segre, in arte Pitigrilli (Torino, 1893 - Torino, 1975), i cui romanzi, dall’umorismo a sfondo erotico, alimentarono l’interesse di un pubblico moderno e smaliziato alla ricerca di boutades, ma anche di colta spregiudicatezza.
La donna nell’arte agli inizi del XX secolo
Nelle arti figurative di un’Europa che cambia volto la femme fatale è un’icona della Secessione e dell’Art Nouveau in cui le donne ‘peccatrici’, ‘dominatrici’, ‘seduttrici’ non sono più additate al pubblico e alla compassione della morente società borghese dell’Ottocento, ma venerate come dee e idoli di una cultura nuova, più libera e insieme schiava delle sue grandi passioni. La donna angelicata (ispirazione dei Preraffaelliti come Dante Gabriel Rossetti e Burne-Jones) si trasforma nella fatale donna-vipera klimtiana.
Ad inizio secolo, sullo sfondo della Belle Époque, a chiudere in chiave ancora squisitamente Liberty il ciclo delle alternanze delle femme fatale, Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 - Parigi, 1931) interpreta la più alta eleganza femminile ritraendo donne dalla personalità autonoma e irriverente, talvolta in pose ambigue che stanno tra il salotto e il teatro, secondo un’estetica decadentistica.
Nelle tre raccolte di stampe esposte in mostra si riflettono la molteplicità di stili e le diverse declinazioni dell’immagine femminile fissata da artisti coevi che operano a Parigi e a Monaco nel primo decennio del Novecento.
Mentre Sacchetti, da bohémien polemico, mette in caricatura la donna del mondo aristocratico atteggiata a femme fatale, ma tutto sommato di scarso spessore, nello stesso periodo Dudovich, più aderente alle necessità della comunicazione pubblicitaria, orientata al nascente consumo di massa, pone l’accento sulla donna emancipata e sicura del suo ruolo sociale, ma non aggressiva. Diverso ancora è il caso di Kirchner, la cui matita delinea una figuretta oscillante tra l’evocazione del sogno erotico maschile e l’incarnazione della vitalità e spensieratezza giovanile.