Ardimenti e cautele Larte a Bologna dal 1945 al 1975 Tre conversazioni con Marilena Pasquali |
| Prosegue la rilettura critica sullarte bolognese dellultimo
secolo, sulle sue vicende e i suoi protagonisti. Dopo i tre incontri dedicati nel 2006 alla ricchissima stagione dellArt Nouveau (1880-1914) e dopo i tre incontri tenuti nel 2007 sul periodo tra le due guerre (1915-1943), questanno Marilena Pasquali concentra la sua attenzione sui trentanni che seguono la fine della Seconda guerra mondiale. Martedì 3 marzo 2009, ore 17.30 Il primo dopoguerra, i nuovi fermenti e il Fronte Nuovo delle Arti (1945-1953) Martedì 10 marzo 2009, ore 17.30 Informale, Ultimo Naturalismo, Nuova Figurabilità e altro (1953-1964) Martedì 17 marzo 2009, ore 17.30 Dalla Biennale della Pop Art alla nascita della nuova GAM (1964-1975) La storica dellarte Marilena Pasquali è attualmente presidente del Centro Studi Giorgio Morandi, da lei fondato nel 2001 a Bologna. In particolare fra le sue pubblicazioni ricordiamo quelle sul maestro bolognese: Cesare Brandi: Morandi (Roma, Editori Riuniti, 1990); il Catalogo Generale degli Acquerelli (Milano, Electa, 1991); il Catalogo Generale dei Disegni,curato insieme a Efrem Tavoni (Milano, Electa, 1993); Morandi. Catalogo Generale. Aggiornamenti 1985-2000 (Bologna, Musica Insieme, 2000) e Giorgio Morandi. Saggi e ricerche 1990-2007,edito da Noèdizioni di Firenze. INGRESSO LIBERO I. Il primo dopoguerra, i nuovi fermenti e il Fronte Nuovo delle Arti (1945-1953) Al momento della Liberazione, i giovani si trovano improvvisamente di fronte a sollecitazioni anche diversissime ma tutte indirizzate verso una ripresa della ricerca, nel rifiuto delle chiusure del passato. Bisogna recuperare in fretta il tempo perduto. Da qui viene la "concitazione" (M. De Micheli, 1950) che prende tutti nel 1945, nell'urgenza di "infrangere il cerchio magico, [...] la cintura di sicurezza dietro cui gli artisti più seri e coscienti avevano cercato riparo dalla più brutale delle coercizioni". Non ci si aspetti da Bologna iniziative di rottura, i centri italiani trainanti sono di certo in questi anni Milano e Roma (e, in modi autonomi, anche Venezia). Bologna guarda, segue, assimila, rielabora, senza esporsi mai direttamente. Da qui il titolo complessivo che ho scelto per queste conversazioni: Ardimenti e cautele, proprio per sottolineare la CAUTA AUDACIA della nostra cultura, pur ricchissima di figure e fatti interessanti. Come scrive Arcangeli nel 1970 (testo in catalogo della mostra di "Cronache"), si tratta di "un tempo dell'arte bolognese che allora, per chi lo visse dall'interno, parve ricco di eventi e di traumi e che a considerarlo ora, ad un quarto di secolo di distanza, pare invece sufficientemente pacifico e ancorato abbastanza saldamente a un passato ancora valevole. [...] Bologna non ebbe la forza, in confronto a Roma o a Milano soprattutto, di elaborare 'movimenti' di peso rilevante". Quindi, né "posizione rilevante" per gli artisti bolognesi della 'generazione di mezzo' (quelli nati tra il 1910 e il 1915), né un "gettone di presenza" rispetto a città ideologicamente più evolute. "Eppure a Bologna si verificarono alcuni eventi considerevoli del dopoguerra artistico". Ed è su questo che verterà il primo incontro. II. Informale, Ultimo Naturalismo, Nuova Figurabilità e altro (1953-1964) A Bologna questo è un decennio complesso e irto di presenze artistiche, non tutte riducibili allo stesso minimo comun denominatore. E non è facile tentare di far chiarezza, perché i fili sono inestricabilmente intrecciati ed appena si ha l'impressione di avere trovato un bandolo della matassa (un bandolo, non il bandolo), ecco che di nuovo tutto si incrocia, aprendo varchi imprevisti, determinando nuovi incontri, suggerendo accostamenti diversi. Vorrei partire da un'osservazione di Flavio Caroli, allora giovane storico dell'arte approdato a Bologna dalla natia Romagna ma ben presto trasferitosi stabilmente a Milano. Presentando nel 1970 la mostra L'informale a Bologna, organizzata dalla Galleria La Loggia, così Caroli apre il suo discorso: "è un po' un destino di Bologna di fare le cose non peggio di altre città, e di mancare gli appuntamenti che, bene o male, 'fanno storia': per non volere, o sapere, imporre la cultura che, talora anche con assoluto rilievo, vi cresce, e proprio, come dire, per non seguire la logica di ciò che, volta a volta, si sa che verrà ricordato. Questa mostra [...] vuole ricordare un momento in cui Bologna, proprio come compagine culturale, non solo produsse segretamente, ma fu assolutamente all'avanguardia in Italia" [mia è la sottolineatura]. Dunque, qualcosa di positivo e negativo insieme: alta elaborazione culturale, risultati artistici di pari livello, ma incapacità di imporre tutto ciò in un orizzonte più ampio. La personalità critica di Francesco Arcangeli, certamente grazie al suo spessore intellettuale ed umano, è quella che domina la scena fino almeno al 1961-'62. Nel suo cielo pare orbitare ogni artista, giovane o meno giovane, che intenda impegnarsi nella ricerca artistica e che non si accontenti di abbeverarsi alle sorgenti del naturalismo bolognese di tradizione, tra Bertelli, Scorzoni e Bertocchi. Eppure, anche la nuova 'avventura' cui Arcangeli dedica la sua passione di studioso ed il suo calore umano, proprio alla natura si rivolge fino a portarne l'impronta nel suo stesso nome, Ultimo Naturalismo: un'arte che pone la natura al centro della visione, non come forma o idea, ma come impasto fisico di vita e morte, come "ciclo di stagione, di rigenerazione", una natura "che si guarda, si respira, si sente, si soffre, ancor prima che la si dica in parole". Probabilmente il vero, unico 'ultimo naturalista' è lo stesso Arcangeli, a cui si può con certezza avvicinare soltanto l'amico pittore Pompilio Mandelli, colui che meglio di ogni altro sa tradurre in immagine le sue intuizioni estetiche. Tutti gli altri, accostatisi alla poetica arcangeliana per un tempo più o meno lungo, ne sono affascinati ma la interpretano ognuno a modo proprio, traendone linfa per altre avventure che li porteranno in direzioni spesso divergenti e ad approdi anche molto lontani. Anzi si potrebbe persino dire che, per alcuni, la forza centripeta rappresentata da Arcangeli e dalla sua proposta 'neoromantica', crei una situazione difficilmente gestibile e da cui non è semplice districarsi. Ci vuole forza per mantenere lucidità e identità di fronte ad una personalità così trascinante, per non essere presi nel suo vortice, ma i più giovani ce la fanno e nel giro di qualche anno - ricchi dell'esperienza non solo pittorica vissuta insieme ad Arcangeli - iniziano ad affermare nelle loro opere esigenze anche molto diverse che rispondono alle emergenti poetiche dell'oggetto o alle lusinghe di una nuova figurazione, programmaticamnte provocatoria. E ce la fa, se pure a prezzo di lacerazioni profonde, Giorgio Morandi, il quale continua nella sua ricerca tutta interiore fino alla sua ultima, sempre più solitaria ma abbacinante stagione espressiva: una stagione tutta in progress che verrà interrotta solo dalla morte, giunta nel giugno del 1964 - proprio nei giorni dell'inaugurazione della Biennale veneziana in cui 'esplode' la Pop Art - quasi come un segnale: il passaggio di testimone da un mondo all'altro. III. Dalla Biennale della Pop Art alla nascita della nuova GAM (1964-1975) Il decennio compreso fra la metà degli anni '60 e quella degli anni '70 è molto importante e bello a Bologna. Grazie all'impulso dato ed al coordinamento garantito da una buona amministrazione della cosa pubblica - quello che con un termine antico si potrebbe anche oggi chiamare "il buon governo" - questa è una stagione di grande crescita urbanistica, economica, sociale e, naturalmente, culturale. In questo clima di costruzione collettiva della città, funzionano infatti meglio gli enti istituzionalmente deputati alla cultura, mentre si sviluppa una creatività diffusa che inventa mille modi per esprimersi e trova spazio anche nel confronto con l'ufficialità. Il mondo dell'arte registra importanti rassegne pubbliche sia sul versante dell'arte antica (le Biennali volute e curate da Cesare Gnudi) che su quello dell'arte contemporanea (le mostre dell'Ente Bolognese Manifestazioni Artistiche), mentre in Accademia arrivano nuovi professori e in città si moltiplicano le gallerie private di qualità. Gli artisti, abbandonato con più o meno convinzione il linguaggio informale, partecipano attivamente al generale moto di rinnovamento che agita e fa crescere la città (ecco la parola-chiave del successo della Bologna di questi anni: partecipazione). Si guardano intorno e si confrontano con esperienze nazionali ed internazionali, interessandosi ora alle Poetiche dell'oggetto e al linguaggio New Dada, ora a nuove forme di Figurazione-provocazione; alle proposte del Concettuale e dell'Arte Povera, alla Psicologia della forma e all'Arte Cinetica, al minimalismo della Pittura-Pittura, alle lusinghe del Comportamento e della Performance. Attenzione, però: proprio per il fondamentale carattere di cauto accademismo della cultura bolognese dominante, da tutte queste esperienze e sperimentazioni non nascono gruppi di spinta, proposte d'insieme dirompenti che possano affermarsi e imporsi in un raggio più vasto. Molti sono infatti gli artisti di primo piano che operano a Bologna, ma anche in questi anni memorabili (quelli che nel mondo hanno fatto conoscere ed apprezzare la Bologna "isola felice"), ognuno lavora sostanzialmente da solo, creando opere anche notevolissime che agiscono magari nel profondo, valendo come linfa sotterranea per inediti sviluppi individuali, ma che non hanno la forza - o la voglia - di proporsi come nuovi modelli 'esportabili'. Il fervore più o meno condiviso è comunque grande, la vivacità culturale dell'ambiente è notevole ed il punto di arrivo, lo sbocco naturale per i fatti dell'arte sembra essere nella primavera 1975 la doppia inaugurazione della nuova sede della Galleria d'arte moderna e di ArteFiera, entrambe ubicate in quel nuovo Fiera District a cui lavorano architetti come Enzo Zacchiroli e Leone Pancaldi, per non dire del carismatico "ricostruttore di Hiroshima", Kenzo Tange. Come sempre, proprio quando la marea è più alta, inizia il deflusso: cambiano le condizioni politiche nazionali e locali; si consolidano i poteri forti; si spegne a poco a poco la fiaccola della partecipazione; si rafforza il perverso gioco del veto reciproco; si affievolisce la voglia di discutere; ognuno tende a rinchiudersi nel proprio specifico. E gli artisti, come tutti gli altri, tendono sempre più a lavorare per sé e per sé soli. Marilena Pasquali |
